Mondo Solidale

Ultim'ora

Sinner ancora out: “Non giocherò il torneo di Pechino”

Sud Sudan, violata la tregua arrivano le piogge e la gente dorme per terra perché le capanne gliele hanno bruciate

Con la conquista di Nasir, i ribelli di Riek Machar rompono la tregua firmata a maggio con il presidente Salva Kiir. Ancora una volta, sono i civili a pagare il prezzo più alto secondo la testimonianza del comboniano Padre Daniele Moschetti. Intanto, mentre le istituzioni internazionali faticano ad essere incisive, dai porti cinesi arrivano 1000 tonnellate di armi leggere e munizioni

3 minuti di lettura
MILANO - "La più grave ripresa delle ostilità" da quando il presidente Salva Kiir e il suo ex vice, il capo ribelle Riek Machar, hanno sottoscritto a maggio una tregua: così la missione dell'Onu in Sud Sudan (Unmiss) ha definito l'offensiva lanciata domenica dai ribelli per riprendere il controllo di una località strategica vicino al confine con l'Etiopia. I combattenti fedeli a Machar hanno colpito Nasir, loro ex quartier generale, situata 500 chilometri a nord della capitale Juba, recuperata dai governativi a maggio. "L'attacco è una chiara violazione della tregua" ha sottolineato Unmiss. Un portavoce dei ribelli ha risposto che si è trattato invece di un'azione di "autodifesa" decisa dopo i ripetuti tentativi del governo di arrestare il loro capo militare. In ogni caso, la caduta della città, che spiana la strada verso i giacimenti petroliferi di Poloich, Maban e Malakal, è il più importante rovesciamento dal cessate il fuoco di maggio.

Manca anche l'erba secca per ricostruire le capanne. "Anche nella città di Ayod, nello Stato del Jonglei, lunedì si è ripreso a sparare", dice padre Daniele Moschetti, provinciale dei missionari comboniani in Sud Sudan . "Del resto, da qualche settimana si capiva che la tensione stava aumentando intorno a roccaforti come Nasir, controllate dai governativi ma circondate da zone in mano ai ribelli". Inutile dire che i civili pagano le conseguenze peggiori: "La gente è stanca, dall'inizio della guerra lo scorso dicembre, queste città vengono perdute e riconquistate con gravi violenze da ambo le parti. Anche dopo la caduta di Nasir, gli abitanti stanno scappando".

Le zone petrolifere le più colpite.
Padre Moschetti è appena tornato dal Jonglei e dall'Unity State, le zone petrolifere, quelle più colpite: "Mancano le medicine, il cibo, i mezzi di trasporto, le tende. La gente dorme per terra: le capanne sono state bruciate e ora, nel pieno della stagione delle piogge, manca l'erba secca per ricostruirle". A Juba, dove risiede il sacerdote, "la sicurezza è garantita da un cordone di soldati ugandesi attorno alla capitale; due volte hanno bloccato i nuer, l'etnia di Machar, che provavano ad attaccare la città. La vita quotidiana comunque va avanti, ma il denaro è sempre meno, confiscato dal governo".

Le armi made in China. Serve per comprare le armi per proseguire una guerra che ha già provocato migliaia di morti e un milione e mezzo di sfollati. L'ultimo carico, partito dai porti cinesi di Dalian e Zhanjiang, è arrivato due settimane fa a Mombasa: più di 1000 tonnellate di armi leggere e munizioni, per un valore di 38 milioni di dollari. Finite nelle mani di chi? Sia delle forze governative, sia dei ribelli. Da quanto risulta ad Amnesty International, precedenti forniture cinesi di fucili d'assalto CQ 5.56×45 sono state usate da gruppi ribelli, mentre mitragliatrici di identica origine sono stati usati dal Jem (Movimento per la giustizia e l'uguaglianza), un gruppo armato del Darfur schierato col governo sudsudanese. Il comportamento di Pechino infatti è contraddittorio: da un lato si impegna ad inviare 850 soldati per la missione di pace, vota al Consiglio di sicurezza dell'Onu la condanna per le violazioni del diritto internazionale umanitario e, soprattutto, avrebbe tutto l'interesse a ripristinare il livello prebellico di estrazione del petrolio, di cui è tra i principali acquirenti, che attualmente è sceso a 160.000 barili al giorno; dall'altro, con questo invio massiccio di armi, rischia di prolungare il conflitto all'infinito.

La lentezza della comunità internazionale. "Ma anche le sanzioni stabilite dagli Stati Uniti e dall'Europa non sono certo sufficienti", riprende Padre Moschetti, "e la lentezza decisionale dell'Unione africana e dell'Igad  -  l'Autorità intergovernativa per lo sviluppo, che riunisce i paesi dell'area - non aiuta. Servono forti pressioni su entrambe le parti per riprendere il dialogo, prima che altre etnie, oltre ai dinka e i nuer, siano trascinate nel conflitto". Lunedì, una delegazione dei ribelli è andata a Kampala dal presidente ugandese Museveni, alleato di Salva Kiir, ma non è stata neanche ricevuta: "un'inutile umiliazione" secondo il sacerdote. Intanto, "le posizioni si radicalizzano, il governo sta assumendo un atteggiamento sempre più autoritario e il carattere etnico della guerra - i nuer appoggiano Machar, i dinka il governo - scava ferite sempre più difficili da guarire".

Interventi umanitari. Tra le situazioni più critiche, c'è quella dei 40mila nuer, la maggior parte minori, rifugiati nei quattro compound delle Nazioni Unite a Juba. Spiega Padre Moschetti: "Vivono in spazi stretti, senza luoghi per giocare, mangiando una volta al giorno; non escono per paura di scontri con i dinka, ora abbiamo iniziato un po' di scuola all'interno". Anche la onlus SOS Villaggi dei Bambini sta costruendo a Korok, a venti minuti dal centro di Juba, 15 case per bambini e 2 per adolescenti, realizzate in legno e fango e ricoperte da lastre di ferro come quelle dei villaggi rurali del Sud Sudan. Saranno provvisorie, per due anni e ospiteranno i minori trasferiti dal Villaggio SOS di Malakal, ora occupato dai ribelli e diventato un accampamento militare. "La soluzione migliore - spiega il direttore regionale Wilhelm Huber - sarebbe stata trasferire tutti nel nostro villaggio di Gulu, in Uganda. Purtroppo non è stato possibile: siamo andati a bussare a tutti gli uffici ministeriali cercando di ottenere i permessi di viaggio per ogni bambino, ma siamo stati bloccati".