Mondo Solidale

Pandemia, in questo Natale niente mercatini e shop solidali: un brutto colpo per le Onlus

La pandemia colpisce anche così, bloccando uno strumento di raccolta fondi molto importante per il non profit. L’online può aiutare solo in parte. Iritardi nell’attuare la riforma del Terzo Settore
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MILANO - ll blocco dei mercatini di Natale colpisce pesantemente il non profit. Dalle bancarelle ai temporary shop solidali nelle città, le proposte natalizie sono sempre state un momento importante di raccolta fondi efficace per le onlus, spesso il più importante dell’anno. Che siano abiti e oggetti vintage, o di seconda mano, creazioni artigianali dei volontari, premi non ritirati di concorsi o doni aziendali, i prodotti offerti sotto l’albero danno l’occasione di fare regali spesso di alta qualità senza spendere troppo e aiutando il sociale. Quest’anno la pandemia li ha cancellati, perché sono ben poche le speranze che prima di Natale le restrizioni vigenti al commercio vengano allentate.

Soffrono tutte le organizzazioni, grandi e piccole. Parlano Mani Tese, Arché e Humana: soffrono le piccole associazioni con i loro banchetti all’aperto o al chiuso, ma anche le realtà più strutturate, che spesso hanno in aggiunta i costi fissi dei negozi e del personale dipendente. Infatti, tutte le organizzazioni che abbiamo intervistato hanno affidato la gestione dei negozi a cooperative: vere imprese, con costi e ricavi, che sostengono poi le attività sociali dell’organizzazione “madre”. Questo perché nel nostro Paese le onlus non possono svolgere attività commerciali, almeno finché non sarà completata la riforma del Terzo settore.

L'esempio di Mani Tese. Prendiamo Mani Tese: storica ong italiana e vero pioniere del riuso fin dagli anni ‘70, quando raccoglieva l’usato porta a porta con i furgoncini. Dal 2004 la cooperativa sociale Mani Tese gestisce i sei charity shops in Lombardia, Piemonte e Veneto, dando lavoro a 18 persone. Il direttore Renato Conca stima i danni: “Il lockdown della primavera ci è costato 170mila euro di entrate, un quarto dell’anno. Adesso penso che avremo un danno analogo. Cerchiamo di potenziare lo shop online, soprattutto per gli oggetti vintage di design, più adatti dell’abbigliamento a essere regalati. Resistiamo con gli altri servizi della cooperativa, soprattutto gli sgomberi di appartamenti”.

Non va meglio per Arché. Che dal 1991 gestisce case di accoglienza per mamme e minori, centri di ascolto e servizi alla famiglia. Dice Elena D’Andrea, responsabile raccolta fondi: “Noi non potremo aprire il temporary shop natalizio in centro a Milano, dove offriamo sempre delle vere chicche, donate da grandi marchi della moda e del design. Cercheremo di recuperare con uno shop online, ma è ovvio che non tutto si presta: l’abbigliamento ad esempio lo devi provare, e poi il negozio fisico attira molte più presenze nuove, che non ci conoscevano. Insomma, è un’altra cosa. Stiamo anche valutando se mantenere le merceologie consentite, come l’abbigliamento per bambini. Ma perderemo almeno un 20- 25% della raccolta”.

Ha puntato molto sull’online Humana Italia. La onlus conosciuta da tanti per i cassoni gialli di raccolta dei vestiti usati. Meno nota è la sua rete di negozi solidali, la più estesa in Italia con otto vintage - l’ultimo aperto in novembre a Roma - e un second hand a Torino, tutti gestiti da una cooperativa. Recentissima l’apertura del punto vendita di Roma, in novembre. Mentre scriviamo, cinque negozi su nove sono chiusi. “L’autunno è il periodo di maggiori vendite dell’anno per tutto il commercio, e non solo per via del Natale” precisa Luca Gilardi, Region Manager Shops di Humana. “Quindi il secondo lockdown farà molti più danni”. Humana sta potenziando l’app di ecommerce già creata in estate per i prodotti vintage, accelerando un’evoluzione tecnologica che era già in corso, prosegue Gilardi. “Per noi le vendite solidali sono importanti anche per migliorare la conoscenza di Humana presso il pubblico. Tanti ci identificano solo con quelli dei cassoni gialli, quelli che raccolgono i vestiti...in realtà apparteniamo a Humana People to People, una federazione internazionale di 30 associazioni impegnate in 45 Paesi nell’aiuto allo sviluppo. Vestiti usati sì, ma per finanziare i nostri progetti di di cooperazione”.

Il caso dell’associazione romana L’Altro volto delle donne. Perché non tutto l’anno? In Italia i negozi solidali hanno vita difficile. I negozi solidali, al di là del Natale, sono un bel modo di raccogliere fondi, ma in Italia non riescono a decollare: se ne contano poche decine contro le migliaia di charity shop dei Paesi anglosassoni. Perchè? Un problema culturale, dice Ilde Loreti, presidente dell’associazione romana L’altro volto delle donne, attiva nel supporto antiviolenza, che aveva tentato l’avventura nel 2017, ma ha dovuto chiudere dopo due anni. “Le donazioni arrivavano, ma era difficilissimo vendere, superare uno scetticismo verso l’usato, come se ci fosse sempre sotto qualche trucco, qualche imbroglio. Uno scetticismo, è strano, più diffuso nei meno abbienti, proprio quelli che di più avrebbero tratto vantaggio dal nostro negozio”.

C’è infine il tema normativo. Finché non sarà compiuta la riforma del Terzo settore con il Registro unico degli enti, le attuali onlus non possono svolgere attività commerciali. “Non pagando le imposte, se tenessero un negozio farebbero concorrenza sleale agli operatori profit, è questa la logica normativa” spiega il consulente Carlo Mazzini. La riforma ha introdotto le imposte anche per le onlus e quindi risolto il problema: però sono passati cinque anni e il registro unico ancora non è pronto”.