ROMA - Il debito dell’Africa è al punto di partenza. Pesante come un macigno, in tempi di pandemia e guerra. Con buona pace dei tentativi del G20 per una sospensione del pagamento degli interessi o una maggiore equità attraverso la distribuzione di “diritti speciali di prelievo”; iniziative, queste, entrambe criticate o giudicate inadeguate dai governi del continente. Ne scrive Giuseppe Mistretta, diplomatico e autore, già ambasciatore in Angola e in Etiopia e dal 2017 direttore per l’Africa subsahariana presso il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale. L’occasione della sua analisi non è di tipo istituzionale. Ha firmato un nuovo libro, Sabbie mobili, edito da Luiss University Press.
La nuova frontiera del debito. Il sottotitolo, L’Africa tra autoritarismo e democrazia, allude alle tensioni sfociate in sette golpe in appena due anni, dalla Guinea al Sudan passando per il Mali e il Burkina Faso. Si legge allora di offensive di gruppi ribelli o manifestazioni popolari di protesta, e poi ancora dell’intervento di ufficiali dell’esercito contro presidenti e governi eletti. Quella sul debito, sottolinea Mistretta in un’intervista con Repubblica, non è però una riflessione secondaria. È anzi la “nuova frontiera” per capire dove sta andando il continente; perché ex Africa semper aliquid novi, dall’Africa arriva sempre qualcosa di nuovo, come scrisse Plinio il Vecchio quasi 2000 anni fa.
Vecchie ricette del G20. Debito vuol dire numeri, quelli sul tavolo dopo la presidenza italiana del G20 conclusa un anno fa. Nel libro si ricorda allora che, come ha sottolineato il presidente senegalese Macky Sall, “la tanto decantata Iniziativa sulla sospensione degli interessi sui debiti si è tradotta in un rinvio dei pagamenti per gli Stati africani che vi hanno aderito per soli cinque miliardi di euro circa, bel al di sotto delle attese”. Un rinvio che peraltro, hanno denunciato economisti di origine subsahariana come Demba Moussa Dembelé o Noel Magloire Ndoba, “sposta solo il problema in avanti nel tempo ma non lo risolve alla radice”.
Ristrutturazione solo per tre Paesi. Secondo Sall, che oltre a essere capo di Stato del Senegal ha ricoperto nel 2022 il ruolo di presidente in esercizio dell’Unione Africana, anche un’operazione di parziale ristrutturazione del debito ha avuto risultati modesti. Lo confermerebbe il fatto che a chiederne i benefici siano stati solo tre Paesi su 54, nello specifico Zambia, Ciad ed Etiopia. Deludente poi l’intervento sui “diritti speciali di prelievo”, curato dal Fondo monetario internazionale: su un totale di 650 miliardi di euro distribuiti nel 2021, al continente sarebbero spettati solo 33 miliardi.
Fuori dalle sabbie mobili. Tra i critici di moratorie e ristrutturazioni c’è più di un capo di Stato. Prendete il beninese Patrice Talon: aderendo a iniziative del genere, ha denunciato, i governi subsahariani non fanno che peggiorare la percezione dei mercati sulle loro capacità di solvibilità, causando un abbassamento del rating da parte di agenzie internazionali come Fitch, Moody’s o Standard & Poor’s.
L’Africa che avanza. La presidenza del G20 dell’Indonesia, che ha seguito quella italiana, ha sospeso queste iniziative. E si è tornati allora al punto di partenza. Con un’avvertenza, sottolinea Mistretta: “A prescindere dai problemi politici c’è un’Africa che si pone come protagonista di soluzioni finanziarie anche un po’ immaginative e che comunque è in evoluzione e avanza”. Il diplomatico invita “a non perdere l’ottimismo”. Perché i segni di dinamismo sono tanti, e non si limitano alla corsa alle infrastrutture, accelerata dalle prospettive del mercato unico prefigurato dall’accordo di Kigali del 2018. Mistretta scrive di una “nuova frontiera della finanza africana” e cita l’esempio del Benin, con il lancio nel 2021 di tre emissioni di bond a lungo termine, una delle quali addirittura a 30 anni, a un tasso del 6,9 per cento, per un valore di 300 milioni di euro. “Altri Paesi che di recente hanno effettuato consistenti emissioni di obbligazioni verdi sui mercati sono Kenya, Namibia, Seychelles, Nigeria, Marocco, Egitto e Sudafrica” annota l’ambasciatore. Ecco allora la “nuova frontiera”: bond a scadenza pluridecennale che consentirebbero di ri-finanziare almeno in parte il debito pregresso e garantirebbero rating positivi da parte delle agenzie internazionali.
Immaginativo, creativo o illusorio? Su questo schema si innestano versioni ancora più “immaginative”, come quella proposta dall’esperta camerunense Vera Songwe, già segretaria esecutiva della Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa: la denominazione è Liquidity and Sustainability Facility (Lsf), la sostanza un fondo chiamato a prestare denaro a condizioni vantaggiose agli investitori in bond emessi da Paesi africani.
Un problema drammatico. Ad alimentare il meccanismo dovrebbero essere versamenti di agenzie per gli aiuti pubblici allo sviluppo, banche multilaterali o donatori dei Paesi ricchi. L’obiettivo è raggiungere 30 miliardi di euro di liquidità. “Resta però da vedere se i grandi creditori come la Cina siano disponibili a partecipare al nuovo meccanismo per la sostenibilità del debito” avverte Mistretta. Che all’ottimismo aggiunge realismo perché – sono stime Onu - nella regione subsahariana le persone afflitte da varie forme di povertà sono circa 579 milioni. Il rischio, si legge allora in Sabbie mobili, sono “soluzioni illusorie” che introducano i caratteri di “una finanza eccessivamente ‘creativa’ di fronte a un problema reale e drammatico che riguarda l’avvenire delle popolazioni dell’Africa”.