MILANO - Oggi è una data speciale per COOPI, che compie 60 anni. L'Organizzazione umanitaria italiana fu fondata a Milano il 15 aprile dsel 1965. Cinquantotto anni fa, Padre Vincenzo Barbieri ne gettava le basi, “Seguendo il vento”, come amava dire, con il solo obiettivo di migliorare il mondo insieme. Da allora l'impegno delle donne e degli uomini di questa ONG si è esteso in 73 Paesi con 2.519 progetti in ambiti diversi: dalla lotta alla povertà e alla malnutrizione, al sostegno dell’istruzione e della formazione. In 58 anni - si legge nel loro curriculum - sono state aiutate 110 milioni di persone, sia in contesti di emergenza, rispondendo alle guerre e alle catastrofi naturali, sia in aree di sviluppo, promuovendo la crescita economica nel rispetto dell’ambiente.
Interventi d'emergenza e di sviluppo. COOPI opera in contesti di povertà estrema e fragilità socio-politiche o ambientali con un approccio che lega interventi di emergenza con il sostegno allo sviluppo delle comunità, proprio per garantire una risposta sostenibile nel lungo periodo, una continuità tra sicurezza, assistenza umanitaria e sviluppo. Di fronte ad una emergenza umanitaria, l'ONG ha mostrato nel tempo una crescente capacità di trovare soluzioni innovative per far fronte ai bisogni immediati della popolazione. In particolare, nel Medio Oriente, straziato dalla crisi siriana, e nella Regione del Lago Ciad, colpita dalle violenze dei jihadisti di Boko Haram, COOPI propone un modello di intervento non più solo locale ma multi-paese, che permette di rispondere in modo più coordinato alle comunità sfollate e rifugiate.
Da 60 "sulla strada giusta" con l'aiuto dei laici. Da quel 15 aprile 1965 prende dunque avvio un cammino lungo decenni durante i quali COOPI e la Cooperazione Internazionale italiana, con tutte le molteplici voci, cresceranno e si trasformeranno insieme. La storia di COOPI però comincia prima del 1965, già nel 1961, quando il giovane gesuita Vincenzo Barbieri viene inviato dai superiori a studiare a Lione, alla Facoltà di Teologia, in vista di una futura partenza per il Ciad come missionario. In Francia incontra un ambiente culturale molto più vivace ed aperto rispetto a quello che permeava la provincia italiana negli anni precedenti il Concilio Vaticano II ed entra in contatto con movimenti laici internazionali impegnati da anni nel volontariato nei Paesi in via di sviluppo. Nel 1962 Barbieri rinuncia a partire come missionario e rientra a Milano con l’intenzione di formare volontari pronti a partire per il sud del mondo. È lui ad introdurre la componente laica nelle missioni.
Il “megafono della carità”. E' l'appellativo assegnato a Vincenzo Barbieri per il suo stile in grado di smuovere le coscienze di un’Italia in piena trasformazione nel 1965. Gesuita, lavoratore instancabile, Barbieri fu missionario fino all’ultimo giorno della sua vita: non si accontentò di presiedere la sua Ong, ma si spese in prima persona in attività di sensibilizzazione e raccolta fondi per i bisognosi. Dalle strade milanesi ai più remoti distretti africani, per Barbieri la priorità restava l’aiuto per il prossimo, senza distinzioni, senza giudizi. Un modo nuovo di vedere la Cooperazione Internazionale, finalmente aperta a personale laico purché motivato, in cui “cooperare” assume le vesti di “fare le cose insieme”, fianco a fianco.
Il concetto di povertà. Il tema della povertà, ricordando questo compleanno di COOPI va però spiegato meglio. Perché sembra semplice assumere questo concetto da definizioni comuni, ma in realtà si tratta di un concetto complicato e condizionato da fattori diversissimi tra loro. E' bene partire da un dato, peraltro più volte diffuso da Mondo Solidale: e cioè che oggi viviamo in un mondo dove la ricchezza posseduta dall'1% più ricco della popolazione globale è uguale a quello del resto del mondo. Il dato chiaro e incontrovertibile, insomma, è che c'è povertà in quasi tutti i Paesi del mondo, compresi quelli situati nella parte più ricca del Pineta. Ma la povertà diventa "estrema" in quasi tutti i Paesi cosiddetti "in via di sviluppo". La Banca Mondiale, a questo proposito, ha fissato un parametro per definire il concetto di povertà estrema: è quella vissuta di chi dispone di meno di un dollaro Usa al giorno.
Come si crea la trappola della povertà. Si tratta di quel genere di situazione che alla fine impone alle famiglie povere di continuare ad essere povere per tre o più generazioni a causa di una serie di fattori. Per colpa delle breve aspettativa di vita tra i più poveri, tanto per dirne uno. Per un neonato, ad esempio, la povertà inizia fin dalla nascita e, se sopravvive, cresce malnutrito, spesso malato proprio perché sua madre non ha le risorse né le opportunità di garantirgli una vita migliore. S'innesca così un ciclo che continua fino a quando quel neonato non diventa un adulto povero, che metterà al mondo altri bambini poveri. Gli indicatori specifici del ciclo della pobertà sono lo scarso cibo, la poca acqua a disposizione, la cattiva salute, l'ignoranza, l'analfabetismo, l'assenza di igiene.
La Cultura della povertà. Esiste una scuola di pensiero secondo la quale i poveri sviluppano norme di comportamento specifiche che si radicano nella loro vita e che sono molto diverse da quelle adottate dalle persone che povere non sono. Si tratta di una spiegazione - non da tutti condivisa - su cosa sia realmente il ciclo della povertà. In sostanza mette in evidenza il fatto che quando si cresce in un contesto povero, le persone assumono uno stile di vita, una sorta di "attitudine" alla povertà che cronicizza quella condizione. Si tenta di affermare, in altre parole, che ci nasce e cresce in aree povere del mondo interiorizza una sfiducio nei contronti di un futuro buio, senza speranze, al punto che non prova neanche di uscire daslla sua condizione di indigenza, neanche attraverso programmi di sviluppo sviluppati dal sistema umanitario internazionale. E' questo un modo di vedere il fenomeno - non a caso poco condiviso, sebbene assai diffuso - che evidentemente non tiene conto del retroterra politico ed economico che lo genera.