ROMA - La violenza sulle donne è ormai spesso sulle prime pagine dei giornali e termini come "femminicidio" - cioè l'uccisione di una donna da parte del suo persecutore sono diventati di uso comune. Ma contro la violenza di genere e contro lo stalking è è possibile fare qualcosa? Finora sono stati fatti passi avanti dal punto di vista penale, ad esempio riconoscendo lo stalking come reato. Ma la "giustizia punitiva" non basta, dice l'Associazione Italiana di Psicologia e Criminologia, che assieme all'Osservatorio nazionale Stalking ha organizzato due convegni sul tema. Il primo si è svolto svolge a Roma, il 27 giugno: "Lo stalking e la violenza sulle donne". Il secondo si svolge a Pescara, il 28 giugno e si intitola "Violenza, Stalking, omicidi: quale prevenzione? " In questo caso l'appuntamento è alle 15 presso l'Aula Magna Istituto Tecnico Statale Tito Acerbo, via Pizzoferrato 1.
La ricerca. Secondo l'Associazione, i cui volontari seguono dal 2002 sia vittime di violenza che autori di violenza, entrambe le "parti" hanno qualcosa in comune: disagi relazionali legati a una profonda insicurezza, a volte dovuta ad un lutto non elaborato. L'Osservatorio ha anche avviato una ricerca pilota, di cui si parlerà in occasione del convegno, che ha preso in esame tre gruppi: presunte vittime, presunti autori di violenza e presunti autori di stalking e controllo. "Ciascun partecipante è stato sottoposto a valutazioni psicodiagnostiche e psicofisiologiche - dice l'Associazione - Da un'analisi preliminare circa il 50% del campione dei presunti autori presenta ad esempio: problemi familiari e con la legge, preoccupazione e tensione, ipersensibilità, rigidità, ostilità, risentimento, responsività negativa agli stress. Da una prima analisi preliminare, le presunte vittime mostrano caratteristiche di personalità simili a quelle dei presunti autori. La ricerca conferma le informazioni raccolte nei numerosissimi colloqui individuali, di coppia e di gruppo".
Gli studenti. Ma l'Associazione, e in particolare il Dipartimento di Ricerca Pisco-Sociale, ha anche attivato un altro tipo di ricerca, intervistando 200 studenti universitari under 25, un modo per sondare i pensieri e i vissuti degli adolescenti proprio in merito alla violenza. I risultati sono interessanti: su 100 studentesse, il 15% ha subito almeno una volta violenza e nel 55% dei casi non l'ha denunciata perché - secondo il 43% -"avrebbe peggiorato la situazione". Tra i ragazzi - sempre 100 persone - l'11% ha subito un caso di violenza, ma nel 55% dei casi l'autore è una ragazza. Il 91% non ha mai chiesto aiuto, nel 60% dei casi perché "non voleva fare male". Alta, in entrambi i sessi, la scarsa fiducia nei mezzi di comunicazione, che non darebbero informazioni utili sulla violenza (lo pensa il 68% delle ragazze e il 65% dei ragazzi) e addirittura sfrutterebbero i casi di cronaca a proprio vantaggio per gli introiti pubblicitari (50%, 40%).
Il contrasto. Ma cosa fare nei confronti delle persone violente? L'Osservatorio nazionale stalker e l'Associazione di Psicologia e Crimonologia hanno avviato con alcune case circondariali (ad esempio Rebibbia, a Roma) dei protocolli di ri-socializzazione. "Siamo riusciti a risocializzare 250 stalker - dicono - queste persone nel 45% dei casi hanno smesso di perseguitare la vittima, mentre nel 20% hanno raggiunto una significativa diminuzione dell'attività vessatoria", spiegano dall'Associazione Italiana di Psicologia e Criminologia.
La ricerca. Secondo l'Associazione, i cui volontari seguono dal 2002 sia vittime di violenza che autori di violenza, entrambe le "parti" hanno qualcosa in comune: disagi relazionali legati a una profonda insicurezza, a volte dovuta ad un lutto non elaborato. L'Osservatorio ha anche avviato una ricerca pilota, di cui si parlerà in occasione del convegno, che ha preso in esame tre gruppi: presunte vittime, presunti autori di violenza e presunti autori di stalking e controllo. "Ciascun partecipante è stato sottoposto a valutazioni psicodiagnostiche e psicofisiologiche - dice l'Associazione - Da un'analisi preliminare circa il 50% del campione dei presunti autori presenta ad esempio: problemi familiari e con la legge, preoccupazione e tensione, ipersensibilità, rigidità, ostilità, risentimento, responsività negativa agli stress. Da una prima analisi preliminare, le presunte vittime mostrano caratteristiche di personalità simili a quelle dei presunti autori. La ricerca conferma le informazioni raccolte nei numerosissimi colloqui individuali, di coppia e di gruppo".
Gli studenti. Ma l'Associazione, e in particolare il Dipartimento di Ricerca Pisco-Sociale, ha anche attivato un altro tipo di ricerca, intervistando 200 studenti universitari under 25, un modo per sondare i pensieri e i vissuti degli adolescenti proprio in merito alla violenza. I risultati sono interessanti: su 100 studentesse, il 15% ha subito almeno una volta violenza e nel 55% dei casi non l'ha denunciata perché - secondo il 43% -"avrebbe peggiorato la situazione". Tra i ragazzi - sempre 100 persone - l'11% ha subito un caso di violenza, ma nel 55% dei casi l'autore è una ragazza. Il 91% non ha mai chiesto aiuto, nel 60% dei casi perché "non voleva fare male". Alta, in entrambi i sessi, la scarsa fiducia nei mezzi di comunicazione, che non darebbero informazioni utili sulla violenza (lo pensa il 68% delle ragazze e il 65% dei ragazzi) e addirittura sfrutterebbero i casi di cronaca a proprio vantaggio per gli introiti pubblicitari (50%, 40%).
Il contrasto. Ma cosa fare nei confronti delle persone violente? L'Osservatorio nazionale stalker e l'Associazione di Psicologia e Crimonologia hanno avviato con alcune case circondariali (ad esempio Rebibbia, a Roma) dei protocolli di ri-socializzazione. "Siamo riusciti a risocializzare 250 stalker - dicono - queste persone nel 45% dei casi hanno smesso di perseguitare la vittima, mentre nel 20% hanno raggiunto una significativa diminuzione dell'attività vessatoria", spiegano dall'Associazione Italiana di Psicologia e Criminologia.