BRUXELLES - Caro direttore,
La Repubblica Democratica del Congo, 75 milioni di abitanti, è un grande paese, dotato di risorse umane e naturali incommensurabili, ma è allo stesso tempo un gigante dai piedi di argilla, che rischia di sprofondare in un nuovo ciclo infernale di violenza. Chi scrive sa quanto questo paese sia stato tormentato dai conflitti armati. Nessuno può dimenticare le guerre che nel periodo a cavallo tra gli anni ’90 e 2000 hanno provocato più di 4 milioni di morti (tra cause dirette e conseguenze come malattie o malnutrizione), relegando un paese grande quanto l’Europa occidentale, con, come detto, oltre 75 milioni di abitanti e infrastrutture inesistenti, agli ultimi posti delle classifiche internazionali su qualità ed aspettativa di vita.
Un presidente auto-incatenato al potere. Dopo anni di instabilità, la RDC pareva aver ritrovato la pace, salvo nell’Est del paese. Già attraeva nuovamente gli investitori stranieri in un territorio considerato tra i più ricchi del continente africano. Parte di questa rinascita viene attribuita al presidente, Joseph Kabila, giunto al potere senza legittimità nel 2001, a seguito di eventi drammatici, poi eletto democraticamente nel 2006 e riconfermato nei suoi poteri con una vittoria contestata nel 2011. La Costituzione congolese adottata per referendum nel 2005 e promulgata dallo stesso Kabila limita a due i mandati del presidente. Per tutelare istituzioni democratiche ancora fragili, garantendo l’alternanza al potere e scongiurando brutte sorprese, l’articolo 220 della Costituzione sancisce che “il numero e la durata dei mandati del presidente della Repubblica non possono essere soggetti a nessuna revisione costituzionale”.
Le incertezze sulle prossime elezioni. Purtroppo, a sette mesi dalla scadenza del secondo e ultimo mandato di Kabila, ad oggi nessuno sa quali siano le reali intenzioni del Presidente uscente. Le conseguenze rischiano di rivelarsi drammatiche per la nazione congolese, che da mesi aspetta nell’incertezza che il potere di Kinshasa indichi una data per le elezioni presidenziali, previste a fine anno. Il silenzio assordante del potere è stato parzialmente interrotto, poche settimane fa, dalla Corte costituzionale che ha lasciato intendere che Kabila potrebbe rimanere al potere fin quando la Commissione nazionale indipendente (Ceni) non sarà in grado di organizzare elezioni credibili e trasparenti. Nell’entourage presidenziale qualcuno sussurra il 2018, un’ipotesi di cui nessuno all’interno della Comunità internazionale vuole sentir parlare. Di sicuro non ci stanno né l’opposizione, né la società civile che lo scorso 26 maggio hanno organizzato delle manifestazioni anti-Kabila a Kinshasa e a Goma represse nel sangue dalle forze dell’ordine.
L'Unione Europea non può assistere inerte. Anche in seguito all’impulso che abbiamo esercitato dal Parlamento europeo, in particolar modo come gruppo dei Socialisti & Democratici al quale appartengo, e dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch, questa settimana i 28 Stati Membri hanno “richiamato” Kinshasa, ribadendo che “un governo democratico fonda la sua legittimità su elezioni regolari e nei tempi sanciti dalla Costituzione, che il governo è responsabile dell’organizzazione delle elezioni e che la mancata chiarezza [sul calendario elettorale] è fattore di grande instabilità nel paese”.
C'è un'alternativa a Kabila? Ma quello che più preoccupa è l’ondata di violenza che da oltre un anno si sta abbattendo sul paese. Le vittime sono sempre le stesse: gli esponenti dell’opposizione, gli attivisti della società civile e i media. Quella più illustre si chiama Moise Katumbi, ex governatore del Katanga, che ha progressivamente coagulato intorno a sé le speranze di cambiamento della società civile e pressoché tutte le opposizioni. Considerato il candidato più temuto dal partito di Kabila alle presidenziali, Katumbi è stato incolpato per attentato alla sicurezza dello Stato con l’accusa di aver reclutato dei “mercenari” e costretto a rifugiarsi in Sudafrica. Ma, come spesso accade in RDC, la giustizia, che al pari delle forze dell’ordine e di sicurezza sembra essere più al servizio del regime che del popolo, non è mai riuscita a corroborare le sue accuse con prove schiaccianti. Lo stesso discorso vale per tre leader del movimento giovanile LUCHA, condannati a un anno di carcere per “incitamento alla disobbedienza civile” alla vigilia della manifestazione “Città morta” organizzata dall’opposizione in febbraio.
La micidiale arma della repressione: l'UE faccia qualcosa. Purtroppo, la repressione si sta espandendo a macchia d’olio. Non passa giorno che i media non riportino violenze a Kinshasa, Lumumbashi o Goma. Se la Comunità internazionale non adotterà misure forti per scongiurare le derive del regime di Kabila, a rischio sarà l’intera regione dei Grandi Laghi africani. L’UE e la Comunità internazionale diano fondo a un’azione congiunta perché il Congo vada alle elezioni entro fine anno in un clima pacifico. Se nelle prossime settimane non ci sarà un cambiamento di rotta, Bruxelles dovrà applicare sanzioni individuali contro i responsabili delle violenze di Stato che ne dovessero conseguire e sospendere gli accordi di cooperazione internazionale.
* Cécile Kyenge, deputato europeo
La Repubblica Democratica del Congo, 75 milioni di abitanti, è un grande paese, dotato di risorse umane e naturali incommensurabili, ma è allo stesso tempo un gigante dai piedi di argilla, che rischia di sprofondare in un nuovo ciclo infernale di violenza. Chi scrive sa quanto questo paese sia stato tormentato dai conflitti armati. Nessuno può dimenticare le guerre che nel periodo a cavallo tra gli anni ’90 e 2000 hanno provocato più di 4 milioni di morti (tra cause dirette e conseguenze come malattie o malnutrizione), relegando un paese grande quanto l’Europa occidentale, con, come detto, oltre 75 milioni di abitanti e infrastrutture inesistenti, agli ultimi posti delle classifiche internazionali su qualità ed aspettativa di vita.
Un presidente auto-incatenato al potere. Dopo anni di instabilità, la RDC pareva aver ritrovato la pace, salvo nell’Est del paese. Già attraeva nuovamente gli investitori stranieri in un territorio considerato tra i più ricchi del continente africano. Parte di questa rinascita viene attribuita al presidente, Joseph Kabila, giunto al potere senza legittimità nel 2001, a seguito di eventi drammatici, poi eletto democraticamente nel 2006 e riconfermato nei suoi poteri con una vittoria contestata nel 2011. La Costituzione congolese adottata per referendum nel 2005 e promulgata dallo stesso Kabila limita a due i mandati del presidente. Per tutelare istituzioni democratiche ancora fragili, garantendo l’alternanza al potere e scongiurando brutte sorprese, l’articolo 220 della Costituzione sancisce che “il numero e la durata dei mandati del presidente della Repubblica non possono essere soggetti a nessuna revisione costituzionale”.
Le incertezze sulle prossime elezioni. Purtroppo, a sette mesi dalla scadenza del secondo e ultimo mandato di Kabila, ad oggi nessuno sa quali siano le reali intenzioni del Presidente uscente. Le conseguenze rischiano di rivelarsi drammatiche per la nazione congolese, che da mesi aspetta nell’incertezza che il potere di Kinshasa indichi una data per le elezioni presidenziali, previste a fine anno. Il silenzio assordante del potere è stato parzialmente interrotto, poche settimane fa, dalla Corte costituzionale che ha lasciato intendere che Kabila potrebbe rimanere al potere fin quando la Commissione nazionale indipendente (Ceni) non sarà in grado di organizzare elezioni credibili e trasparenti. Nell’entourage presidenziale qualcuno sussurra il 2018, un’ipotesi di cui nessuno all’interno della Comunità internazionale vuole sentir parlare. Di sicuro non ci stanno né l’opposizione, né la società civile che lo scorso 26 maggio hanno organizzato delle manifestazioni anti-Kabila a Kinshasa e a Goma represse nel sangue dalle forze dell’ordine.
L'Unione Europea non può assistere inerte. Anche in seguito all’impulso che abbiamo esercitato dal Parlamento europeo, in particolar modo come gruppo dei Socialisti & Democratici al quale appartengo, e dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch, questa settimana i 28 Stati Membri hanno “richiamato” Kinshasa, ribadendo che “un governo democratico fonda la sua legittimità su elezioni regolari e nei tempi sanciti dalla Costituzione, che il governo è responsabile dell’organizzazione delle elezioni e che la mancata chiarezza [sul calendario elettorale] è fattore di grande instabilità nel paese”.
C'è un'alternativa a Kabila? Ma quello che più preoccupa è l’ondata di violenza che da oltre un anno si sta abbattendo sul paese. Le vittime sono sempre le stesse: gli esponenti dell’opposizione, gli attivisti della società civile e i media. Quella più illustre si chiama Moise Katumbi, ex governatore del Katanga, che ha progressivamente coagulato intorno a sé le speranze di cambiamento della società civile e pressoché tutte le opposizioni. Considerato il candidato più temuto dal partito di Kabila alle presidenziali, Katumbi è stato incolpato per attentato alla sicurezza dello Stato con l’accusa di aver reclutato dei “mercenari” e costretto a rifugiarsi in Sudafrica. Ma, come spesso accade in RDC, la giustizia, che al pari delle forze dell’ordine e di sicurezza sembra essere più al servizio del regime che del popolo, non è mai riuscita a corroborare le sue accuse con prove schiaccianti. Lo stesso discorso vale per tre leader del movimento giovanile LUCHA, condannati a un anno di carcere per “incitamento alla disobbedienza civile” alla vigilia della manifestazione “Città morta” organizzata dall’opposizione in febbraio.
La micidiale arma della repressione: l'UE faccia qualcosa. Purtroppo, la repressione si sta espandendo a macchia d’olio. Non passa giorno che i media non riportino violenze a Kinshasa, Lumumbashi o Goma. Se la Comunità internazionale non adotterà misure forti per scongiurare le derive del regime di Kabila, a rischio sarà l’intera regione dei Grandi Laghi africani. L’UE e la Comunità internazionale diano fondo a un’azione congiunta perché il Congo vada alle elezioni entro fine anno in un clima pacifico. Se nelle prossime settimane non ci sarà un cambiamento di rotta, Bruxelles dovrà applicare sanzioni individuali contro i responsabili delle violenze di Stato che ne dovessero conseguire e sospendere gli accordi di cooperazione internazionale.
* Cécile Kyenge, deputato europeo