KATHMANDU - Di mestiere faccio il fotografo, e sono un volontario dell'Associazione sarda la tdm2000, per un progetto che si sta realizzando con fondi europei in Nepal della durata di 10 mesi. Sono da sette mesi qui in Nepal e, nonostante diversi spostamenti per le attività di progetto la mia base è situata a Kathmandu, più precisamente nella zona di Naya Bazaar. Che è un quartiere esclusivamente residenziale di Kathmandu, con qualche piccola attività locale, non ci sono strade asfaltate, hotel e illuminazione notturna ed è abitata da varie famiglie di diversa estrazione sociale. Lungo il fiume, a qualche minuto dalla casa dove abito ci sono i bassifondi dove vivono famiglie in condizioni igieniche pessime e che non godono né di elettricità né di gas. Il 25 aprile scorso ho vissuto in prima persona, per la prima volta nella mia vita, la catastrofe che un terremoto può creare. Mi trovavo nell'edificio, al primo piano in cui vivo con altri volontari provenienti da diverse parti del mondo, c'è soltanto una famiglia locale che abita al pian terreno. Verso le 11 e 55 del mattino ho avvertito la prima scossa che ha devastato la città, in casa eravamo in due, un altro volontario ed io. Dopo 4 secondi dalla scossa ci siamo riparati sotto una scrivania, il primo luogo a portata che sembrava relativamente sicuro.
Quei 15 secondi, poi l'adrenalina a mille. Stando alle mie sensazioni, la scossa è durata per 15 secondi non di più. L'edificio continuava ad oscillare con un movimento abbastanza elastico ma all'improvviso, quando tutto sembra finito, ho raccolto le cose più importanti e più a portata di mano per scendere velocemente le scale e raggiungere uno spiazzo adiacente alla casa. L'adrenalina era a mille, il respiro pesante ma non dovevo lasciare che il panico e la disperazione prendessero il sopravvento. L'unica cosa che mi fa stare tranquillo e bene è quando sono in movimento a scattare foto. La mia passione. Ho deciso così di fare un rapido giro del quartiere, per accertarmi della gravità della situazione.
La gente che rovista tra le macerie per salvare qualcuno. Nel giro di mezz'ora mi sono accorto che non solo diversi palazzi erano crollati, ma che c'erano decine, centinaia di persone che già scavano per tentare di tirar fuori i propri cari dalle macerie. Ho poi raggiunto Kathmandu Durbar Square, un luogo dichiarato patrimonio dell'umanità, dove risiedono tra i più antichi e importanti templi della cultura Hindu. Ho trovato una situazione ancora peggiore, secoli di storia rasi al suolo, solo montagne di macerie e una nuvola di polvere, tra militari, popolazione locale e turisti che scavavano per cercare di tirar fuori qualcuno dai calcinacci di quel luogo sacro dove la gente era entrata per pregare. C'erano tante persone la dentro, tante rispetto l'ora del disastro.
In balìa delle suggestioni. Sono tornato a casa, ma non sono riuscito a riprendere contatto con nessuno dell'Associazione ed era comunque impossibile comunicare con chiunque. Pian piano ci siamo riuniti tutti nello stabile, dopo aver creato una via più veloce per guadagnare l'uscita. Dopo una scossa come quella che avevamo sentito, si resta in balìa delle suggestioni: ogni minimo suono o movimento crea allerta. La notte successiva è stata segnata da un'altra scossa abbastanza forte, ma breve, che ci ha indotto a decidere di dormire all'aperto per non correre ulteriori rischi restando nell'edificio, anche se, visto da fuori, non presentava crepe visibili o segni di cedimento. Così fino al terzo giorno abbiamo vissuto in una situazione di allarme, razionando l'acqua corrente e cercando di recuperare cibo nei pochi posti locali aperti.
Ora c'è il rischio di epidemie. Da ieri mattina ci siamo attivati con l'Associazione Nepalese che ci ospita, la VCD Nepal, per prestare aiuto al Bir Hospital che si trova nella zona di Ratna Park e nell'istituto Teaching Hospital. Si tratta di dare una mano nel trasporto di pazienti e sacche di sangue, oltre che donare il sangue stesso. Lo scenario in ospedale è davero agghiacciante, numerosissimi i feriti in codice rosso e con continui arrivi di ambulanze che trasportano gli ultimi ritrovati. Non tutti resistono e i decessi nella sono frequenti. Da oggi, con la collaborazione delle due associazioni tra Italia e Nepal sono partite delle campagne di raccolta fondi e abbiamo già iniziato l'acquisto di viveri di prima necessità da distribuire nelle zone più colpite di Kathmandu e nei prossimi giorni verranno ispezionati i villaggi più disastrati e finora più difficili da raggiungere e verrà data una mano nelle piccole comunità tagliate fuori, dove probabilmente l'elettricità verrà ripristina in un futuro non troppo vicino. Per ora sembra che l'attività sismica si sia interrotta. L'apprensione, semmai, riguarda il rischio che si venga a creare una situazione epidemica se non altro per le centinaia di persone che presentano infezioni o per i cadaveri che contaminano l'acqua dei fiumi.
Quei 15 secondi, poi l'adrenalina a mille. Stando alle mie sensazioni, la scossa è durata per 15 secondi non di più. L'edificio continuava ad oscillare con un movimento abbastanza elastico ma all'improvviso, quando tutto sembra finito, ho raccolto le cose più importanti e più a portata di mano per scendere velocemente le scale e raggiungere uno spiazzo adiacente alla casa. L'adrenalina era a mille, il respiro pesante ma non dovevo lasciare che il panico e la disperazione prendessero il sopravvento. L'unica cosa che mi fa stare tranquillo e bene è quando sono in movimento a scattare foto. La mia passione. Ho deciso così di fare un rapido giro del quartiere, per accertarmi della gravità della situazione.
La gente che rovista tra le macerie per salvare qualcuno. Nel giro di mezz'ora mi sono accorto che non solo diversi palazzi erano crollati, ma che c'erano decine, centinaia di persone che già scavano per tentare di tirar fuori i propri cari dalle macerie. Ho poi raggiunto Kathmandu Durbar Square, un luogo dichiarato patrimonio dell'umanità, dove risiedono tra i più antichi e importanti templi della cultura Hindu. Ho trovato una situazione ancora peggiore, secoli di storia rasi al suolo, solo montagne di macerie e una nuvola di polvere, tra militari, popolazione locale e turisti che scavavano per cercare di tirar fuori qualcuno dai calcinacci di quel luogo sacro dove la gente era entrata per pregare. C'erano tante persone la dentro, tante rispetto l'ora del disastro.
In balìa delle suggestioni. Sono tornato a casa, ma non sono riuscito a riprendere contatto con nessuno dell'Associazione ed era comunque impossibile comunicare con chiunque. Pian piano ci siamo riuniti tutti nello stabile, dopo aver creato una via più veloce per guadagnare l'uscita. Dopo una scossa come quella che avevamo sentito, si resta in balìa delle suggestioni: ogni minimo suono o movimento crea allerta. La notte successiva è stata segnata da un'altra scossa abbastanza forte, ma breve, che ci ha indotto a decidere di dormire all'aperto per non correre ulteriori rischi restando nell'edificio, anche se, visto da fuori, non presentava crepe visibili o segni di cedimento. Così fino al terzo giorno abbiamo vissuto in una situazione di allarme, razionando l'acqua corrente e cercando di recuperare cibo nei pochi posti locali aperti.
Ora c'è il rischio di epidemie. Da ieri mattina ci siamo attivati con l'Associazione Nepalese che ci ospita, la VCD Nepal, per prestare aiuto al Bir Hospital che si trova nella zona di Ratna Park e nell'istituto Teaching Hospital. Si tratta di dare una mano nel trasporto di pazienti e sacche di sangue, oltre che donare il sangue stesso. Lo scenario in ospedale è davero agghiacciante, numerosissimi i feriti in codice rosso e con continui arrivi di ambulanze che trasportano gli ultimi ritrovati. Non tutti resistono e i decessi nella sono frequenti. Da oggi, con la collaborazione delle due associazioni tra Italia e Nepal sono partite delle campagne di raccolta fondi e abbiamo già iniziato l'acquisto di viveri di prima necessità da distribuire nelle zone più colpite di Kathmandu e nei prossimi giorni verranno ispezionati i villaggi più disastrati e finora più difficili da raggiungere e verrà data una mano nelle piccole comunità tagliate fuori, dove probabilmente l'elettricità verrà ripristina in un futuro non troppo vicino. Per ora sembra che l'attività sismica si sia interrotta. L'apprensione, semmai, riguarda il rischio che si venga a creare una situazione epidemica se non altro per le centinaia di persone che presentano infezioni o per i cadaveri che contaminano l'acqua dei fiumi.