Mondo Solidale

Siria questi dieci anni di guerra, tra violenze, distruzioni, migrazioni forzate, bracci di ferro geopolitici e vite sospese

Le macerie di Aleppo, Siria 
Numerose sono le testimonianze di organizzazioni umanitarie, in occasione di questa ricorrenza. Il quadro attuale: 400 mila morti morti; città intere in macerie; 12 milioni di sfollati
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ROMA - Era il 15 marzo 2011 e a Dar'a, nella regione meridionale della Siria, sede di un importante Museo nazionale, scoppiava un altro focolaio delle cosiddette "primavere arabe". Le cronache di quei giorni raccontano che a far scoccare la scintilla fu la scritta sul muro di una scuola e il successivo arresto di un gruppo di ragazzi, che "gridavano" con la vernice: "Il tuo turno è arrivato, dottore". L'allusione, per niente criptica, era al dottor Bashar al Assad, medico oftalmologo, ma soprattutto "presidente dinastico" della Siria, al potere dal 1994. Quei ragazzi, insomma - che sempre le cronache del tempo sarebbero stati anche torturati - annunciavano al figlio di Hafiz al-Assad, suo padre, che avrebbe fatto la stessa fine di Mubarak in Egitto e di Ben Alì in Tunisia.     

Quando tutto cominciò. Cominciò così una lunga storia di scontri tra popolazione civile, che chiedeva legittimamente riforme sociali e soprattutto maggiori garanzie democratiche, e l'esercito siriano. Conflitti interni che, nel corso di questi 10 anni, si sono trasformati da una fisiologica controversia interna tra un potere dispodico e formazioni spontanee della popolazione organizzata, in una guerra per procura, nella quale si sono innestati interessi egemonici di potenze regionali (Iran contro Arabia Saudita, con l'arrivo di una gran quantità di foreign fighters, piombati in da tutte le parti, sotto le bandiere dei tagliagole del cosiddetto stato islamico (IS). 

Il quadro attuale della situazione. Il quadro che appare oggi, dopo tutto questo è così sommariamente sintetizzabile: quasi 400 mila morti morti; città intere ridotte in macerie; 13 milioni di persone che sopravvivono grazie agli aiuti umanitari; 12 milioni di sfollati, sia all'interno che fuori dai confini nazionali, in pratica metà della popolazione registtrata prima della guerra (il nostro reportage nei campi profughi siriani in Libano). Il potere politico di Assad è tuttora ancora nelle sue mani, nonostante, nel frattempo, la geografia politica dell'intera regione mediorientale abbia subito non pochi cambiamenti, con nuovi attori alla ribalta, come la Russia e la Turchia. Dunque, una limitata sovranità appare oggi quella di Assad, in un Paese dove altre potenze straniere esercitano il controllo su parti rilevanti del territorio, dove la presenza dei tagliagole dell'IS non è stata del tutto cancellata, con un futuro di pace di cui non si vedono segnali credibili e, infine, con prospettive di ritorno in patria dei siriani della dispora tutt'altro che sicuro, minacciati come sono da ritorsioni possibili da parte del regime di Assad e dalle milizie jihadiste dell'IS.

Gli interventi della Caritas. Numerose sono le testimonianze di organizzazioni umanitarie, in occasione di questa ricorrenza. La Caritas Italiana pubblica on line un Dossier con dati e testimonianze. E' un documento che ripercorre questi anni e le fasi principali di una guerra sanguinosa ancora in corso: "Una rivoluzione di popolo - si legge nella nota diffusa - trasformatasi in un conflitto a ingerenze internazionali, inasprito dalle violenze del califfato islamico, tutt'altro che sconfitto". Una guerra raccontata dalla prospettiva degli sfollati, interni o esterni al Paese, attraverso dati, analisi e studi specifici, testimonianze e ipotesi di futuro. Dal 2011 ad oggi Caritas Italiana ha avviato 85 progetti con un investimento complessivo di oltre 8,3 milioni di euro, provenienti da donazioni e dall’8xmille alla Chiesa Cattolica. Tali fondi sono stati destinati ad aiuti di urgenza, alloggio, istruzione, costruzione di percorsi di pace e riconciliazione, interventi sanitari, sostegno psicologico, riabilitazione socio-economica, protezione per i più vulnerabili (bambini, anziani e donne), accompagnamento e formazione delle organizzazioni locali. Nel 2021 gli interventi proseguono ad Aleppo, Homs, Hassakeh.

WeWorld il progetto che dà voce alle donne siriane. Sono oltre 6.7 milioni le persone riuscite a fuggire dalla Siria dall’inizio della guerra. Nella ricorrenza dei 10 anni, WeWorld - presente in siria dal 2011 - racconta le sue protagoniste grazie ad un progetto multimediale e alla mostra fotografica “Il tempo sospeso”. “Quando è iniziata la guerra, i miei genitori mi hanno detto che si trattava di un conflitto temporaneo, che non c’era da avere paura. Quando sono venuta qui in Libano, hanno ripetuto la stessa cosa, ma non è stato così. Vivo qui da 8 anni”, racconta Abir, 18 anni, rifugiata siriana in Libano. In questi 10 anni le vite di Abir e di tante altre donne che hanno trovato rifugio in Libano sono sospese tra le condizioni di vita nelle tendopoli per profughi e il desiderio di tornare a casa propria. WeWorld, organizzazione che opera da 50 anni in difesa dei diritti di donne e bambini, ha scelto di raccontare la vita delle donne siriane in Libano e di restituire loro voce grazie ad un progetto multimediale di testimonianze e fotografie realizzato insieme alla fotografa internazionale Francesca Volpi, che ha visitato i campi dove lavorano le donne e gli uomini di WeWorld, nella Valle della Bekaa e ad Akkar.

Il progetto multimediale. I dati parlano chiaro: 6.7 milioni di persone fuggite dalla Siria dall’inizio della guerra; 1.5 milioni di queste donne e bambini sono in Libano, Paese con la più alta concentrazione di rifugiati pro capite al mondo; circa 75.500 donne adulte e 167.000 bambini vivono in insediamenti informali in Libano, dove spesso non si ha accesso a servizi e beni fondamentali e dove si vive in condizioni di sussistenza basica.“Il tempo sospeso” sarà in mostra al prossimo WeWorld Festival che si terrà dal 21 al 30 maggio al BASE di Milano. Un progetto fotografico che mette in risalto l’aspetto umano e quotidiano delle vite di queste donne nei campi informali, raccontando le conseguenze di una crisi ancora lunga da risolvere.

Le storie raccolte da Terre des Hommes. Tra i beneficiari dei progetti della Fondazione Terre Des Hommes ci sono ragazzi e ragazze che hanno dovuto rinunciare a tutti i loro sogni e crescere in fretta, ci sono bambini e bambine che non hanno mai visto la pace perché nati sotto le bombe, le loro storie e le testimonianze dello staff sul campo descrivono l’impegno di Terre des Hommes per dare aiuto umanitario e cercare di alleviare le tante sofferenze e dare speranza per il futuro.

Racconta Mustafa. Con i suoi 9 anni, Mustafa è stato testimone di una tragedia più grande di lui, quella vissuta dalle centinaia di migliaia di famiglie che sono dovute fuggire da Raqqa con l’intensificarsi dei bombardamenti pianificati per liberare la città dai gruppi armati del cosiddetto stato islamico (IS). Allora aveva 8 mesi e durante quell’inferno un’esplosione ha bruciato parte della sua casa, dove in quel momento stava il fratellino. La famiglia è stata subito evacuata nel Kurdistan Iracheno e al bambino ustionato sono state prestate delle cure, ma non c’era più nulla da fare. Mustafa, così piccolo, ha visto tutto e l’episodio gli ha causato un profondo trauma. Al suo arrivo in Iraq, la famiglia ha trovato un alloggio nel campo rifugiati di Kawergosk, vicino Erbil, e crescendo la condizione di Mustafa non è migliorata. Isolamento, pianti inarrestabili, rifiuto del cibo, incubi che non lo lasciavano riposare.  
Dopo aver provato di tutto, la madre si è rivolta agli operatori di Terre des Hommes per essere aiutata. Per aiutare Mustafa a rielaborare il trauma subito, si è deciso di intraprendere un percorso di sessioni psicosociali. A poco a poco il bimbo ha superato i suoi problemi.

Racconta Farah. Farah si è avvicinata al centro di Rural Damascus per chiedere aiuto. Lei e il suo bambino erano visibilmente malnutriti, e questa situazione aveva messo molto in ansia la madre che non si riteneva in grado di occuparsi adeguatamente del figlio. A soli 20 anni, Farah ha vissuto metà della sua vita in un contesto di ristrettezze economiche imposto dalla guerra e dalle sanzioni. Per questo non ci siamo meravigliati quando è risultato che era in uno stato di malnutrizione acuta moderata. L’esame al figlio, di 10 mesi, ha fornito un risultato analogo. Farah e suo figlio nel centro di salute materno-infantile hanno ricevuto le cure e tutti gli integratori nutrizionali necessari, gratuitamente com'è ovvio, grazie a un accordo stilato con Terre des Hommes.

Racconta Massa. Lei è una ragazza nata e cresciuta ad Aleppo. È una delle tantissime ragazze e ragazzi cresciuti tra le macerie della guerra, aveva solo 3 anni quando è cominciato tutto. La sua vita è cambiata improvvisamente la scorsa estate quando un’esplosione le ha causato un’emorragia cerebrale, che a sua volta ha generato una emiplegia di tutto il lato sinistro del corpo. Non riusciva più a muoversi autonomamente, a camminare e ad alzarsi dal letto. Massa è arrivata nel centro di riabilitazione di Aleppo supportato da Terre des Hommes sconsolata, in queste condizioni, senza la speranza di riuscire a continuare gli studi e a proseguire la sua vita senza essere un peso per la sua famiglia.  

Le testimonianze dello staff di Terre Des Hommes. Deborah Da Boit, delegata Terre des Hommes in Giordania e coordinatrice dei programmi Siria: “Ancora ricordo perfettamente l’emozione provata nell’arrivare la prima volta a Damasco. Era il luglio del 2009, sembra passato un secolo, la Siria era un Paese fiorente, Il popolo siriano, estremamente generoso, aiutava i rifugiati iracheni scappati dalla guerra. A Deir ez-Zor nel 2011, ricordo le chiacchiere con le persone: a Damasco e ad Aleppo si parlava di cambiamenti, di tensioni in alcune aree del Paese, ma nessuno, nemmeno lontanamente, avrebbe potuto immaginare quello che sarebbe accaduto da lì a poco per i dieci anni a venire. Nel 2013 ricordo missili e mortai vicino all’ufficio, con le mura che tremavano ed il cuore che sobbalzava per la paura.