ROMA – Il World Food Forum 2026 si è chiuso con un prevedibile rinnovato impegno per porre fine alla fame nel mondo. L’evento mondiale, che si è svolto a Roma dall’8 al 16 ottobre, si lascia alle spalle una bella scia di apprezzamenti, ma anche critiche severe che hanno ragione di esistere soltanto dando un’occhiata al quadro globale delle crisi alimentari del nostro tempo. Un quadro dal quale si deve partire per una valutazione più possibile corretta del fenomeno di cui stiamo parlando.
Le cifre sulle quali si ragione sono queste. La fame acuta è raddoppiata in dieci anni e riguarda 266 milioni di persone in 47 Paesi. Ed è unanime è il riconoscimento dei motivi che alimentano questa tragedia: sono i conflitti, i cambiamenti climatici, la povertà estrema, le crescenti disuguaglianze, l’instabilità politica ed economica e i meccanismi che regolano il commercio mondiale dei prodotti alimentari. Sono trattati che, di fatto, ostacolano la sicurezza alimentare e che finiscono per creare focolai di fame sempre più estesi nei Paesi a basso reddito.
A produrre fame ci sono anche le regole del commercio globale. Se ne parla poco, ma all’origine della distribuzione diseguale del cibo nel mondo c’è anche un “tavolo” assai importante, dove di scrivono le rigide regole del commercio planetario. E’ il WTO, l'unica organizzazione internazionale che si occupa delle norme degli scambi tra le nazioni a livello globale. Attorno a suo tavolo siedono 166 Paesi del mondo ed è lì che ci prendono le decisioni cruciali, che riguardano milioni di persone e di lavoratori del settore alimentare. Ad avere un ruolo egemone in quel consesso sono però solo in pochi. E sono sempre i soliti: Stati Uniti, Unione Europea, Cina, con l'aggiunta di colossi emergenti come India e Brasile. Tutti gli altri contano poco o nulla.
Le asimmetrie del sistema commerciale agroalimentare. Le regole del WTO hanno favorito la globalizzazione dei mercati, ma contemporaneamente hanno generato insanabili squilibri strutturali. Tra le asimmetrie più evidenti c’è la disparità sui sussidi agricoli. Sono aiuti che ricevono gli agricoltori della parte del mondo più ricca, che distorcono il commercio mondiale e generano una concorrenza sleale nei confronti dei produttori di cibo nei Paesi poveri.
Dove mangiare una volta al giorno (poco) è un lusso. Le 10 crisi alimentari più gravi a livello mondiale sono concentrate in un numero ristretto di aree del mondo, proprio mentre i finanziamenti destinati agli interventi umanitari continuano a diminuire. I rapporti di Ong e organizzazioni umanitarie che sono circolati nei giorni del World Food Forum fanno emergere il fatto che solo tre Paesi ospitano circa un terzo delle persone che nel mondo soffrono di fame acuta, per un totale di 82,9 milioni di individui: cioè la Repubblica Democratica del Congo, la Nigeria e il Sudan.
La fotografia diventa ancora più grigia. Se si considerano le persone che affrontano una condizione severa di fame. Sono 177 milioni, pari a circa due terzi del totale, e vivono in dieci Paesi: Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Yemen, Afghanistan, Myanmar, Bangladesh, Pakistan, Sudan del Sud e Siria. Il Sudan del Sud entra per la prima volta in questo elenco: oltre metà della sua popolazione vive infatti in una situazione di grave insicurezza alimentare.
Il tema: innovare oggi, nutrire domani. Durante il World Food Forum ci si è concentrati sul ruolo delle trasformazioni nei sistemi di produzione agroalimentari. Il tema è stato Innovare oggi. Nutrire domani, che ha animato un lungo confronto di altissimo livello nei 9 giorni dell’incontro romano nella sede della FAO, con oltre 200 sessioni, mostre ed eventi paralleli, cui hanno partecipato più di 90.000 persone provenienti da 189 Paesi. I contenuti e i messaggi del Forum hanno raggiunto circa 2,4 miliardi di persone online.
Un momento di incontro tra leader mondiali , popoli indigeni, scienziati e agricoltori. L'evento è stato un momento importante di confronto tra leader globali, decisori politici, giovani, Popoli Indigeni, scienziati, agricoltori, pescatori, investitori e innovatori attorno a un obiettivo comune: accelerare la trasformazione dei sistemi agroalimentari e il progresso verso un mondo senza fame.
Gli annunci imbevuti di buoni sentimenti. Non si può, detto tutto questo, non considerare anche i molti limiti di questi super-summit mondiali attorno a disastri globali come questo della fame. Ancora una volta, i Paesi ricchi del Pianeta vengono additati mentre continuano a fare annunci imbevuti di buoni sentimenti, cui fanno seguito poche azioni concrete. Un esempio è dato dall’ormai storico rifiuto alle richieste della FAO di vincolare quote fisse dei propri budget di aiuto estero allo sviluppo agricolo locale.
La fiacca volontà politica dei governi. Le critiche che vengono mosse riguardano l'inefficacia delle misure concrete scritte sui documenti finali del Forum. Un’inefficacia che – viene sottolineato da molti – ha molto ha che fare con il peso degli interessi dei grandi blocchi di potere economico-finanziario, che animano il mondo della produzione del cibo nel mondo. Ma hanno a che fare anche con la fiacca volontà politica di molti governi nell’impegnarsi per affrontare questa piaga dei nostri tempi.
L’agro-business, le Fondazioni e le soluzioni rapide con l’intelligenza artificiale. Le contestazioni riguardano alcune macro-aree dove pesa molto la presenza del cosiddetto Agro-business, l’influenza delle multinazionali dell'agroalimentare e delle grandi fondazioni private, come la Gates Foundation attorno ai tavoli dove si adottano decisioni che hanno risonanza mondiale. Altro aspetto sottoposto a critica è la tendenza a mettere in campo soluzioni tecnologiche veloci, dove l’ormai incombente intelligenza artificiale spunta da tutte le parti nella sua dimensione demiurgica, che fa passare in secondo piano l'agro-ecologia e l’importanza dei piccoli produttori di cibo.
La sovranità alimentare e l’accaparramento delle terre. C’è poi un universo di movimenti popolari che si battono per la sovranità e l’autonomia alimentare, fino alle zone più remote del mondo, promotori di iniziative e dossier per dimostrare come l'agro-business estensivo e il land grabbing (l’accaparramento delle terre) sottraggono risorse vitali alle comunità locali, esasperando la povertà e l'inaridimento dei suoli. Ecco, rispetto a tutto questo non emergono impegni vincolanti né risorse finanziarie.