Mondo Solidale

Sudan, dopo sei settimane di conflitto, oltre 13,6 milioni di bambini hanno urgente bisogno di aiuto umanitario

Sudan, dopo sei settimane di conflitto, oltre 13,6 milioni di bambini hanno urgente bisogno di aiuto umanitario
Il rapporto di UNICEF: Oltre un milione di persone sono fuggite dalle loro case e sono sfollate all'interno dei confini nazionali;  320.000 persone si sono rifugiate in Paesi limitrofi, metà sono bambini

 
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ROMA  – Mentre termina la sesta settimana di conflitto in Sudan, oltre 13,6 milioni di bambini hanno urgente bisogno di supporto umanitario salvavita, il più alto numero mai registrato nel Paese. Dunque, la guerra civile scoppiata lo scorso 15 aprile non si ferma. E questo, nonostante i diversi "cessate il fuoco" dichiarati formalmente. Gli scontri tra l'esercito regolare del presidente-generale Abdel Fattah al-Burhan e le Forze paramilitari di sostegno rapido continuano nella capitale Khartoum. L’impatto delle violenze sulla popolazione civile continua quindi a minacciare le vite e il futuro di famiglie e bambini, lasciando interrotti I servizi di base e diverse strutture sanitarie chiuse, danneggiate o distrutte. Una situazione già disastrosa per i minori prima del conflitto è ora a livelli che non si esita a definire "catastrofici", per quanto riguarda la possibilità di poter mangiare regolarmente tutti i giorni, l'accesso all'acqua sicura, all'elettricità, alle telecomunicazioni. Oltre un milione di persone sono fuggite dalle loro case e sono sfollate all'interno del Sudan, tra cui 320.000 persone che hanno attraversato i Paesi limitrofi, metà delle sono bambini.

Un'emergenza se ne aggiunge ad un'altra. La necessità di assistenza umanitaria non è mai stata così importante per i bambini del Sudan, mentre le popolazioni più vulnerabili lottano per sopravvivere ed essere protette. L'accesso ai beni di prima necessità sta diventando sempre più difficile da garantire. Prima del conflitto, quasi 9 milioni di bambini avevano già urgente bisogno di aiuti umanitari. "Mentre il conflitto in Sudan infuria, il prezzo da pagare per i bambini continua a diventare ogni giorno più devastante", ha dichiarato Adele Khodr, direttore regionale dell'UNICEF per il Medio Oriente e il Nord Africa. "Questi bambini non sono solo numeri, ma individui con famiglie, sogni e aspirazioni".

In campo nonostante le sfide assai dure. Senza una risposta umanitaria immediata ed estesa, le conseguenze dello sfollamento, della mancanza di servizi sociali di base e di protezione avranno effetti devastanti - e a lungo termine - sui bambini. L'appello complessivo è aumentato di 253 milioni di dollari per far fronte alle ulteriori necessità urgenti, tra cui l'ampliamento delle cure per oltre 620.000 bambini colpiti da malnutrizione acuta grave, metà dei quali potrebbero morire se non aiutati in tempo. Khodr ha aggiunto che “nonostante le sfide dell’accesso umanitario e della sicurezza a causa del conflitto in corso, l’UNICEF continua a operare in Sudan e insieme ai suoi partner, è riuscito a fornire aiuti sanitari, idrici e igienico-sanitari e nutrizionali molto necessari in tutto il Paese". I

Gli effetti del lavoro di UNICEF:

1) - consegnare 2.300 tonnellate di materiale sanitario, nutrizionale, idrico e igienico-sanitario e per l'apprendimento e la protezione dell'infanzia alla popolazione sfollata a Madani e agli Stati di tutto il Paese;
2) - mantenere attivi i servizi di immunizzazione in 12 Stati, assicurando le forniture di vaccini e la distribuzione, oltre a garantire e monitorare il sistema della catena del freddo. Dall'inizio dell'ultimo conflitto, il 15 aprile, sono stati raggiunti almeno 244.000 bambini con dose zero di polio;
3) - mantenere attivi oltre l'80% dei centri di cura della malnutrizione (OTP) in tutto il Sudan per i bambini colpiti da malnutrizione grave;
4) - consegnare 1.440 cartoni di alimenti terapeutici pronti per l'uso (RUTF) e materiale sanitario e igienico per oltre 300 bambini in un centro per orfani a Khartoum. Senza queste cure, questi bambini sarebbero ad alto rischio di morte;
5) - fornire acqua sicura a 104.000 persone attraverso il trasporto di acqua, il funzionamento e la manutenzione e la riabilitazione di strutture di approvvigionamento idrico; 92.000 persone sono state raggiunte con messaggi chiave sull'igiene e articoli non alimentari legati all'igiene; sono state assicurate latrine per 1.000 sfollati interni;
6) - offrire sostegno psicosociale ad almeno 5.500 bambini e ai loro genitori traumatizzati dalle violenze in Sudan. Sono stati inoltre attivati sistemi di monitoraggio per denunciare e segnalare le violenze contro i bambini;
7) - mantenere attivi un totale di 356 centri del Programma di apprendimento alternativo (ALP) in 10 Stati, compreso il Darfur occidentale, e fornire spazi di apprendimento sicuri a 16.812 ragazze e ragazzi;
8) - mantenere in funzione 42 centri di e-learning nel Darfur orientale, a Kassala, nel Mar Rosso, nel Darfur meridionale e nel Nilo bianco, a beneficio di 2.520 ragazze e ragazzi, e uno spazio a misura di bambino a Port Sudan, a beneficio di 117 bambini.

Le ragioni del conflitto. Circa due anni fa, nell’ottobre 2021, il generale Abdel-Fattah Al-Burhan e l'altro generale Mohamed Hamdan Dagalo, soprannominato Hemedti, furono alla testa di un golpe che di fatto ha paralizzato ogni processo di cambiamento, di transizione nella direzione di un governo nelle mani di civili, tanto auspicato dalla popolazione dopo la cacciata di Omar al-Bashir. Dal canto suo, Burhan, che aveva raggiunto i massimi livelli della gerarchia militare proprio sotto la dittatura di Bashir, è rimasto al suo posto apicale; e anche Dagalo, da sempre alla testa dei miliziani Rizeigat, che difendono gli interessi dei pastori nomadi nella regione del  del Darfur, divenne di fatto il suo vice.

"Un rischioso matrimonio d'affari". In molti lo hanno da subito definito così, una sorta di "unione che fa la forza" con il solo scopo, peraltro dichiarato, di neutralizzare le istanze e le proteste della società civile, al contrario protesa verso una transizione verso un nuovo assetto istituzionale, senza la presenza dei militari, in un "normale" sistema democratico in un Paese geopoliticamente importante e immenso: è infatti il terzo Paese africano dal punto di vista dell'estensione territoriale. E' stato così che tra i due generali, mai davvero alleati, men che mai amici, sono cominciate a spuntare insofferenze, irritazioni, ripicche fino a quando ‘Hemedti’ non se ne uscì dicendo che il golpe da lui ordito assieme a Burhan era stato un grave errore. Non solo, ma l'ipotesi di integrare i "suoi" reparti paramilitari nell'esercito regolare a lui non piaceva affatto.

Gli interessi legati all'estrazione dell'oro. Attualmente siamo alla guerra aperta che, come al solito, cade sulla testa della popolazione civile. Le prospettive di pace dovranno prima fare i conti una situazione assai complicata: perché, da una parte, Burhan dice che Hamedti è un criminale, questo risponde mettendo una taglia sulla testa del suo avversario. I due, in altre parole, si stanno sfidando per il controllo del potere assoluto nel Paese. Sullo sfondo di tutto, non è un mistero per nessuno c'è il fatto che gli uomini di Hamedti - la crudele milizia dei ‘Janjaweed’, i ‘diavoli a cavallo’, responsabili di massacri atroci durante la guerra civile in Darfur negli anni Duemila - siano interessati soprattutto agli affari legati all’estrazione dalle miniere d’oro e alle ricchezze immense che ha prodotto e che continua a produrre. Esattamente come sono fortemente interessati al controllo tutti gli appartenenti della casta militare sudanese che ha partecipato al colpo di Stato.