ROMA - Non tutte, ma solo le principali 10 banche popolari italiane dovranno abbandonare la loro struttura a "voto capitario" - cioè ogni testa un voto, indipendentemente dal numero di azioni possedute - e trasformarsi in Spa, dove invece le azioni possedute "pesano", eccome. Questa è la principale novità della riforma bancaria approvata dal governo. Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica, spiega i limiti del provvedimento e Mario La Torre, ordinario di Economia degli Intermediari finanziari dell'Università La Sapienza di Roma, definisce le necessità di controllo e di protezione della trasparenza.
Le caratteristiche e la forza delle Banche popolari. Le banche popolari, in Italia, nascono nell''800 con peculiarità diverse rispetto agli altri istituti di credito: ogni socio non può superare l'1% del capitale sociale, e questo comporta il fatto che non ci sono soci di maggioranza, per cui non esistono concentrazione di potere di capitale sociale di 1 socio sugli altri; un principio di limitazione azionaria che porta un altro fondamento finalizzato a non creare prevaricazioni: il "voto capitario", appunto. Tutto ciò impedisce concentrazioni, scalate e speculazioni di alcuni soci su altri, anche se l'istituto è quotato in borsa. Ogni socio partecipa all'assemblea generale della sua banca e vota mozioni e rinnovo dei membri del Cda. Ma la caratteristica forse più importante è che le banche popolari hanno una struttura cooperativa e tendono ad incentivare lo sviluppo dell'economia nel territorio nel quale operano, per far crescere le comunità in cui nascono, imbastendo rapporti diretti con le famiglie, oltre che con piccole e medie imprese.
I 10 istituti che cambiano pelle. Le maggiori 10 banche popolari italiane (cioè quelle che hanno un attivo di oltre 8 milioni di euro) dovranno trasformarsi in Società per azioni. Banco Popolare, Ubi Banca, Popolare Emilia Romagna, Popolare di Milano, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Popolare di Sondrio, Credito valtellinese, la Popolare di Bari e la Popolare dell'Etruria e del Lazio: questi istituti dovranno attenersi alle direttive della Banca d'Italia per giungere alla graduale definizione del nuovo sistema.
Il rischio etico di dimenticare il bene comune. La riforma porta con sé una serie di incognite, come ad esempio la possibile attività speculativa, nel contesto dell'agone liberista, resa lecita dalla trasformazione delle popolari in Spa: "Siamo convinti - dice Ugo Biggeri - della necessità di una riforma delle banche popolari, soprattutto di quelle più grandi e quotate in borsa. Sarebbe stato molto meglio se ci trovassimo di fronte ad una riforma che andasse nella direzione di preservare, anche nelle popolari più grandi, le caratteristiche tipiche del credito cooperativo: la trasparenza, la mutualità e la prossimità alle famiglie e alle imprese nei territori. Il modello della Spa ci sembra inadatto - sottolinea Biggeri - perché omologa le popolari alle grandi banche d'affari, che sono più attente a massimizzare i profitti per gli azionisti che allo sviluppo dell'economia e dell'occupazione. Le banche cooperative, in questi anni, hanno incontrato il favore del mercato e dei risparmiatori proprio perché hanno dimostrato di essere migliori delle banche costituite in società per azioni, sia in Italia che all'estero".
Le possibili scalate in borsa e l'omologazione tra le banche. "I sistemi di governo delle istituzioni - analizza Mario La Torre, ordinario di Economia degli Investimenti finanziari alla Sapienza - sono sempre dettati da due ordini di motivi spesso non conciliabili: la strategia economica e la volontà di blindare i meccanismi di comando. L'abbandono del "voto capitario" scardina uno meccanismo di controllo specifico, mentre meno chiara appare la strategia economica che lo ha ispirato. Molti hanno evidenziato il rischio di possibili scalate al capitale delle popolari, come conseguenza della riforma. Ma quello che è davvero certo è che si assisterà a processi di concentrazione tra banche, con le popolari che funzioneranno da oggetto di desiderio. Il legislatore deve esplicitare al mercato quale strategia intende favorire: non è dimostrato né in letteratura né dai fatti, per esempio, che ci sia più apertura al credito quando nel sistema sono presenti banche di grandi dimensioni".
Si limita la libertà di scelta dei cittadini. "Quanto ai numeri - aggiunge Biggeri - è un dato di fatto che le banche popolari abbiano servito l'economia italiana meglio delle grandi banche d'affari, continuando a erogare credito, mentre le altre stringevano i cordoni della borsa. Questa riforma limita la libertà di scelta dei risparmiatori e non è a favore dei cittadini, né delle imprese visto che, numeri alla mano, non sono certo le banche popolari che hanno causato l'attuale crisi finanziaria e neanche la stretta creditizia, anzi le banche cooperative e popolari hanno svolto in questi anni un'importante funzione anticiclica".
I pericoli per l'economia reale. "I dati ufficiali - spiega ancora La Torre - ci raccontano che banche popolari e cooperative, anche negli anni di crisi, hanno fatto una politica del credito più disponibile rispetto alle altre banche. E questo non è spiegabile solo dalla particolare caratteristica della governance. E' il modello stesso di governo delle popolari e delle cooperative, oltre che la loro dimensione contenuta che consente una maggiore prossimità solidale con il territorio e con i consumatori. Abbandonare il "voto capitario" può aprire al rischio che maggiori capitali e maggiori dimensioni possano annacquare il rapporto banca-cliente, con effetti negativi sul finanziamento all'economia reale. La riforma, pertanto sottolinea La Torre - deve essere assistita da altre azioni che assicurino la trasparenza del voto. Sarà necessario rafforzare i meccanismi di selezione di soci esterni e aumentare la trasparenza sugli incroci azionari dei nuovi azionisti".
Megli sarebbero stati altri provvedimenti. "Dal 2008 - conclude Ugo Biggeri - si discute in tutto il mondo di come riformare la finanza, per impedirle di sottrarre risorse all'economia reale a vantaggio della speculazione finanziaria che continua ad arricchire enormemente l'1%, ai danni del restante 99% delle persone. Studiosi e organizzazioni, tra cui Banca Etica, hanno chiesto misure come la tassa sulle transazioni finanziarie, la separazione tra banche d'affari e banche retail e un serio, credibile contrasto ai paradisi fiscali. Ora, sorprende davvero che si decida invece di intervenire - con urgenza e tramite un decreto legge - sul "voto capitario" delle banche cooperative. Perché, dunque, questa foga nel voler modificare le banche cooperative? Perché l'idea cooperativa in campo finanziario dovrebbe essere consentita solo alle banche piccole?".