ROMA - Sean è un sommozzatore addestrato, Sarah una rifugiata siriana che assieme alla sorella Yousra, campionessa di nuoto, durante il viaggio in barca dalle coste turche a quelle greche si è tuffata in mare e ha trascinato l’imbarcazione in avaria per mettere in salvo le altre persone. C'è un film di Sally El Hosaini, sulla piattaforma Netflix, che ricostruisce tutta la vicenda. Oggi, Sara e Sean sono accusati di traffico di esseri umani, riciclaggio e spionaggio in un processo che il Parlamento Europeo ha definito "il più grande scandalo di criminalizzazione della solidarietà". Per Human Rights Watch i capi di imputazione hanno come unico obiettivo quello di criminalizzare la solidarietà. Per Amnesty International questo processo rivela l’intenzione delle autorità greche: fare di tutto per scoraggiare l’assistenza umanitaria e i migranti a cercare sicurezza sulle coste del paese, come ormai accade in molti paesi europei. Repubblica ha raggiunto telefonicamente Sean, Sarah invece non si è resa disponibile per un’intervista.
Qual è la vostra strategia difensiva?
La nostra strategia è dire la verità. Non abbiamo fatto nulla di male. Io sono accusato di essere una spia perché ho usato whatsapp e perché l’ONG Emergency Response International Center (ERCI) usava canali radio accessibili a chiunque. Sono accusato di aver agevolato ingressi illegali in Grecia – così è scritto nel dossier della polizia - in almeno dodici occasioni: per metà di esse io non ero nemmeno in Grecia. Come potevo fare entrare qualcuno clandestinamente se non ero neanche nel paese?
Cosa ti aspetti dal processo?
Noi siamo stati ansiosi sin da subito di andare a processo per poter dire che quello che abbiamo fatto è giusto, legale e necessario. Ma l’accusa ha rinviato la prima udienza di anno in anno. Per esempio nel 2020 la Procura ha portato il caso a una corte che non era competente a giudicare, per cui il dibattimento fu rimandato. Io spero che oggi il processo finalmente inizi, ma non ho molta fiducia.
La Grecia è stata lasciata sola, secondo te, nella gestione dei flussi migratori?
Penso di sì. Ed è una delle spiegazioni per cui i Greci si sono induriti nei confronti di chi cerca aiuto e protezione. La gente di Lesbo ha vinto premi per la solidarietà, ha mostrato sempre forza e coraggio, ma poi si è indurita nei confronti delle persone migranti perché si è sentita abbandonata da Atene. Il governo centrale ha imposto un blocco ferreo sulle isole dell’Egeo, Lesbo è rimasta sola. Bruxelles non ha dato l’aiuto necessario. E questo ha complicato tutto: si sono affermate politiche guidate da pochi, invece della certezza del diritto.
Il film di Netflix Le Nuotatrici vi ha aiutato a far conoscere il caso?
Il film è stato molto positivo perché ha risvegliato un po’ di coscienze ed è stato utile perché ha umanizzato le persone che affrontano il viaggio. La narrativa dominante parla dei migranti come una minaccia senza volto, gente che viene a portarci via il lavoro. Ovviamente questa non è la verità, perché la gran parte delle persone scappa da guerre. Ci sono migranti come Sarah e la sorella Yousra, pronte a gesti meravigliosi come trascinare a barca a nuoto per dare una mano.
Come sta Sarah Mardini?
Sara è stata etichettata come una minaccia alla sicurezza nazionale e per lungo tempo non le è permesso entrare in Grecia. E anche adesso non è certo che la procura tolga il divieto di ingresso. Lei ha deciso di non fare appello contro questa misura perché è faticoso dover combattere sempre, anche per i propri diritti. Compreso quello di essere al proprio processo, come dovrebbe essere.
Quali sono le principali incongruenze delle accuse a vostro carico?
Si tratta di errori procedurali. Il documento che ci chiama a processo è scritto in una lingua che non capiamo, manca una pagina, siamo contrassegnati con dei numeri e non con i nostri nomi, così è difficile capire quali sono le accuse a carico di ciascuno. Oggi in udienza i nostri avvocati dovranno sottolineare tutto questo e il giudice dovrà fare una scelta: confermare che questi sono degli errori oppure dire che va tutto bene. Quest’ultimo caso equivarrebbe a dire che non abbiamo diritto a un processo equo e giusto.
C’è una giustizia in Europa rispetto ai migranti?
In Europa c’è giustizia, nelle parole come nel contenuto della legge, che protegge i richiedenti asilo. Non sto chiedendo all’Unione Europea di seguire le mie idee utopistiche, non faccio richieste ingenue. Vorrei solo che la UE seguisse le sue leggi. L’Europa sostiene i diritti umani, li predica in tutto il mondo, ma appena è necessario applicarli all’interno, abbandona quelle leggi e quei valori. Ma io ho speranza: non sono solo, sono uno dei tantissimi sotto processo per la solidarietà. Quando parliamo di migrazioni e sicurezza, però, dovremmo tutti essere d’accordo che nessuno deve essere abbandonato in mare ad annegare.
La repressione contro le ONG sta aumentando anche in Italia. Cosa ne pensi?
La criminalizzazione della solidarietà infatti non è un fenomeno solo greco. Almeno quattordici paesi dell’UE hanno fatto in questi anni oltre cinquanta processi con centottanta imputati: è un fenomeno enorme. Penso che la vera minaccia per lo stato di diritto sia essere condannati per avere prestato aiuto.