Mondo Solidale

LA SENTENZA

Rifugiati, la Corte di Strasburgo:
"In Italia sufficiente accoglienza"

Secondo la sentenza della Corte di Strasburgo, la condizione dei richiedenti asilo in Italia non presenta "falle sistemiche" tali da giustificare il ricorso di una cittadina somala che, approdata in Italia e poi trasferitasi in Olanda, voleva restare in quel paese (in contrasto con il trattato di Dublino) perché in Italia non sarebbero stati rispettati i diritti di rifugiata. La posizione del  Consiglio Italiano per i rifugiati (CIR)

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ROMA - Secondo la Corte di Strasburgo, la condizione dei richiedenti asilo in Italia non presenta caratteristiche di severità tali da far temere che un riaffidamento di un richiedente asilo al nostro Paese violerebbe i diritti umani fondamentali. Il pronunciamento ha riguardato una cittadina somala, Mohammed Hussein, sbarcata e identificata con le impronte digitali a Lampedusa, che in un secondo momento si è trasferita in Olanda. Lì, durante un controllo della polizia, si sono accorti che la sua presenza in quel paese non era legale, per effetto del trattado di Dublino, il quale sancisce l'obbligo di accoglienza e integrazione dei richiedenti asilo, nel primo paese dove si approda, cioè l'Italia, e dove vengono prese le impronte digitali. Hussein fece ricorso alla Corte di Strasburgo sostenendo che in Italia non avrebbe trovato sufficienti garanzie di rispetto dei diritti umani. Ma la sentenza di ieri, appunto, vanifica ogni sua richiesta e impone il rispetto delle regole scritte sul trattato di Dublino, che riconsegnano all'Italia il richiedente asilo. 

Il caso di un altro rifugiato in Grecia. Il Consiglio Italiano per i rifugiati (CIR) fa notare la differenza tra questa sentenza e quella di un altro richiedente asilo verso la Grecia, dove la Corte ha dato ragione al ricorrente decretando che, qualora riaffidato allo stato greco, sarebbe potuto essere esposto a trattamenti contrari alla Convenzione Europea per i Diritti Umani. Il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR), in molte prese di posizione sollecitate da avvocati e organizzazioni di altri Stati membri, ha sempre sottolineato che i gravi problemi di accoglienza e integrazione in Italia non sono paragonabili a quelli della Grecia e che sarebbe fuorviante affermare che, in generale, i richiedenti asilo in Italia non ricevano assistenza o che i loro diritti fondamentali siano sistematicamente violati.

Esaminare sempre i casi individuali.
  "Il CIR ha sempre raccomandato di esaminare le circostanze individuali - dice Christopher Hein direttore del CIR - ritenendo che in molti casi il problema è lo stesso Regolamento Dublino II° e le conseguenze della sua applicazione sulle vite delle persone. Richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale possono avere buoni e giustificati motivi per spostarsi in un altro paese dell'Unione Europea - ha aggiunto Hein - motivi che non sono per forza riconducibili alle violazioni dei diritti nel paese in cui si trovano. Nel passato abbiamo già  notato casi in cui richiedenti asilo e rifugiati riconosciuti in Italia avevano fatto dichiarazioni non veritiere col solo scopo di evitare il trasferimento nel  nostro Paese. Questa sentenza - ha detto ancora il direttore del CIR -  si basa sulle dichiarazioni che questa singola richiedente asilo ha fornito alla Corte di Strasburgo e che non risultano veritiere. La ricorrente aveva ottenuto un permesso di soggiorno per 3 anni per protezione sussidiaria ed era stata accolta in un centro di accoglienza a Marina di Massa, dopo un suo primo soccorso a Lampedusa".
 
No alle strumentalizzazioni.
Dunque al CIR sembra che questa sentenza non modifichi gli orientamenti della Corte di Strasburgo espressi precedentemente. "Vogliamo ricordare - ha proseguito Hein - che questa è la stessa Corte che poco più di un anno fa ha condannato il nostro Paese per i respingimenti indiscriminati verso la Libia nel 2009, nel caso Hirsi vs Italia. Il verdetto di oggi merita un esame sicuramente più approfondito. Noi speriamo però fortemente che questa sentenza non sia strumentalizzata per dire 'da noi va tutto bene' perché, come ampliamente documentato, non va assolutamente bene che richiedenti asilo debbano aspettare mesi per trovare un posto di accoglienza o che chi ha ricevuto una protezione internazionale venga abbandonato a se stesso senza un organico sostegno nel percorso di integrazione. Non avere falle sistemiche - ha concluso il direttore del CIR - non vuol dire avere un buon sistema d'asilo".