Mondo Solidale

Tortura, la si pratica in metà dei paesi del mondo, in Italia l'ha subita un rifugiato su tre

Lo sottolinea il Cir, Consiglio italiano per i rifugiati, che ha organizzato un convegno in occasione della Giornata internazionale a sostegno delle vittime di tortura, cui hanno partecipato il presidente del Cir, Roberto Zaccaria, Romano Prodi e il presidente della Società italiana per l'organizzazione internazionale (Sioi), Franco Frattini  

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ROMA - A 30 anni dalla ratifica della convenzione Onu contro la tortura, sono ancora 141 i paesi dove questa pratica abietta viene perpetrata; e un rifugiato su tre, fra quelli che arrivano in Italia, ha subìto esperienze di tortura e violenza estrema. Lo sottolinea il Cir, Consiglio italiano per i rifugiati, che in occasione della Giornata internazionale a sostegno delle vittime di tortura, il 26 giugno, ha organizzato un convegno - cui ha preso parte tra gli altri Romano Prodi (che ha appena concluso una esperienza di inviato speciale Onu nel Sahel)  - e uno spettacolo teatrale, "Mare Monstrum", interpretato da  rifugiati sopravvissuti a tortura, che hanno partecipato ai laboratori di riabilitazione psico-sociale del Cir. In 18 anni di attività, il Cir ha sostenuto oltre 4.000 rifugiati con progetti di accoglienza e cura dedicati alle vittime di tortura. Attualmente il progetto ha in carico 1.400 richiedenti asilo e rifugiati.
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Il contributo di Romano Prodi. "Distinguere un profugo da un migrante economico diventa  sempre più difficile, nella misura in cui in molte città e villaggi africani per la gente si presenta solo l'alternativa tra morire di fame o migrare" ha detto l'ex presidente del Consiglio, Romano Prodi. Intervenendo al Convegno del Cir Prodi ha descritto una situazione allarmante in cui, specie dopo il conflitto in Libia del 2011, in parte della zona del Sahel si è creata un'economia criminale senza più alcun confine. Nel suo intervento e rispondendo alle domande del moderatore, Giorgio Balzoni, si è detto preoccupato davanti ad uno scenario che potrebbe portare interi Stati governati dal terrorismo internazionale.

Il messaggio del ministro Mogherini. Durante l'incontro, il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, impossibilitata a partecipare per impegni istituzionali, nel suo messaggio per il CIR ha dichiarato che il governo sostiene l'obiettivo di introdurre nel codice penale il reato di tortura, ricordando che già il 5 marzo scorso il Senato ha approvato il rispettivo disegno di legge, adesso in esame alla Camera. Nella sua lettera ha scritto: "L'appello che ora tutti noi rivolgiamo al Parlamento è di fare presto e bene, e giungere quanto prima all'approvazione definitiva del testo".

L'identità del torturato. La tortura non è purtroppo confinata a situazioni limite di guerra o dittatura: il fenomeno è molto più diffuso e colpisce persone che appartengono a determinati gruppi etnici, politici, religiosi, o a minoranze. E mentre i torturatori hanno l'obiettivo immediato di spezzare la volontà di una persona, di metterla a tacere, di punirla e di umiliarla, gli effetti della tortura sono molto più durevoli delle ferite fisiche che essa produce: i sopravvissuti si portano dentro le conseguenze di una violenza feroce che non osano confessare, e che è molto difficile elaborare e superare fino in fondo.

Nessun paese è immune. "E comunque non ci sono paesi che possano dirsi immuni dal rischio di tortura - si legge nel volume del Cir Oltre i confini. Tre anni "Together with VI.TO., che dà conto del progetto Accoglienza e cura vittime di tortura svolto in partenariato con Ciad e Camerun, i due paesi africani che ospitano il maggior numero di rifugiati interni. Gli Stati Uniti, a lungo campioni dei diritti umani, dall'inizio della guerra al terrorismo nel 2001 hanno sistematicamente praticato la 'extraordinary rendition'"; e l'Italia, pur avendo ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984, non ha ancora introdotto nel proprio codice penale il reato di tortura, come previsto dalla convenzione stessa. Il ministro degli esteri  Federica Mogherini, in un messaggio al convegno, ha assicurato che il governo sostiene l'introduzione del reato di tortura, e si augura che quanto prima la Camera possa dare il via libera.

Il "trauma sequenziale". Deserto affettivo, eclissi di identità, incertezza totale sul futuro, una condizione psicosociale rischiosissima caratterizzano i sopravvissuti alla tortura, che fuggono dal loro paese e cercano rifugio in Europa, dove raramente trovano accoglienza adeguata, e comunque subiscono ulteriori traumi che perpetuano la violenza subita. Un "trauma sequenziale", ha detto al convegno del Cir il dottor Massimo Germani, che con le vittime di tortura ha lavorato per anni, altrettanto significativo e devastante del trauma originario. Situazioni estreme che riguardano il 30% dei rifugiati che arrivano in Italia, e che il nostro Paese ha difficoltà ad affrontare adeguatamente: Franco Frattini, presidente della Società italiana per l'organizzazione internazionale (Sioi), ha ammonito a proposito di afflusso di migranti (già oltre 50mila dall'inizio dell'anno) che "non possiamo pensare che al di là del Brennero ci siano persone che voltano la faccia, o che considerano questo un problema solo italiano".
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Ma la tortura non è ancora un reato.
Anche Amnesty International Italia, Antigone e Cittadinanzattiva si mobilitano per chiedere l'introduzione del reato di tortura in Italia, con un appello nel quale si ricorda che "a 13 anni dai terribili fatti del G8 di Genova del 2001, molti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani sono sfuggiti alla giustizia e l'Italia non ha strumenti idonei per prevenire e punire efficacemente simili violazioni.  L'Italia deve avere norme efficaci che soddisfino gli standard internazionali per prevenire e punire la tortura". L'assenza di un reato specifico di tortura ha fatto sì che eventi qualificabili come tortura siano stati finora sanzionati in modo lieve o siano finiti in prescrizione, osserva Amnesty: "Il testo introduce il reato specifico di tortura e non richiama il requisito della necessaria reiterazione di atti di violenza o minaccia perché si parli di tortura, qualificando il reato come comune, dunque imputabile a qualunque cittadino, pur prevedendo l'aggravante se commesso da pubblico ufficiale. Inoltre, non persegue le condotte omissive e manca dell'iniziale previsione di un fondo nazionale per le vittime della tortura".

Arci: "L'urgenza di una norma". "Il reato di tortura nel nostro paese è una questione di scelta culturale fondamentale, e l'introduzione nel nostro ordinamento è una urgenza che un paese che si definisce democratico non può più rinviare", afferma Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci. "Avevamo salutato con soddisfazione l'approvazione del ddl al Senato nel marzo scorso, pur esprimendo le nostre critiche per la mancata previsione della fattispecie di reato proprio. Ci auguriamo che il testo arrivi al più presto senza indugi alla Camera. Crediamo che a chiederlo siano la civiltà giuridica, le esigenze processuali, le numerose famiglie che in questi anni hanno visto figli e parenti perdere la vita nel corso di operazioni di polizia: Cucchi, Uva, Aldrovandi, Ferrulli, e da ultimo Magherini. Senza dimenticare quanto i fatti e le violenze dei giorni di Genova 2001 siano ancora una ferita aperta per la nostra democrazia e per le vittime di quelle violenze".