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Architetti senza frontiere, design, tecnologia e sostenibilità dal Congo alla Cambogia, al Rwanda

a Karthoum, in Sudan, per conto di Emergency, per esempio, si sta realizzando una struttura formata da edifici a padiglione di un solo piano, che si sviluppa intorno a due grandi alberi di mango, i muri in laterizio provengono dalle vicine fornaci del Nilo. Una sorta di architettura a chilometri zero

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VICENZA - Quando l'architettura è al servizio dell'emergenza: dal Congo al Rwanda, dalla Liberia alla Cambogia. Sono i "rigeneratori" (prendendo a prestito il titolo di un convegno sul tema svoltosi recentemente a Vicenza), gli architetti che uniscono qualità del design, tecnologia e sostenibilità in interventi in aree critiche del pianeta. E' di ottobre il premio Aga Khan per l'Architettura assegnato allo studio veneziano Tamassociati, fondato da ex allievi IUAV (Istituto Universitario Architettura Venezia), per aver progettato un centro ospedaliero a Karthoum, in Sudan, per conto di Emergency.


Attorno a due alberi di mango. "Si tratta di una struttura formata da edifici a padiglione di un solo piano, che si sviluppa intorno a due grandi alberi di mango - spiegano i progettisti - i muri in laterizio provengono dalle vicine fornaci del Nilo e la vegetazione, oltre a sottolineare l'integrazione con l'ambiente, funziona anche come dispositivo termico per schermare e rifrescare". Una sorta di architettura a chilometri zero, viene da dire..."Si può parlare di eco-semplicità, adottando elementi di empatia fisiognomica, imprese, materiali e manodopera locali - affermano gli architetti - trasformando quindi il cantiere in un laboratorio di restauro e recupero di una memoria violentata da modelli di sviluppo del tutto estranei".

Un volontariato professionalizzato. Sulla stessa linea si muovono dal 1999 gli Architetti senza frontiere, una onlus nata a Milano e affiliata ad un network internazionale che ha preso avvio in Francia con Architectes sans frontières. L'associazione raccoglie un gruppo di professionisti la cui ambizione è coniugare, come detto, una forte finalità sociale a quella professionale. Gli ambiti di intervento sono, in particolare, quello della formazione e della cooperazione allo sviluppo con progetti finalizzati allo sviluppo sostenibile di aree territoriali critiche e alla riqualificazione di aree urbane degradate. "L'idea iniziale è stata quella di unire capacità professionali ad un orizzonte etico - spiega il Presidente di Asf-Italia Camillo Magni - cioè una sorta di volontariato professionalizzato. Personalmente faccio cooperazione dai tempi del conflitto nella ex Jugoslavia, quindi diciamo che è una vocazione".

"Non vogliamo cattedrali nel deserto". "Terrei però a precisare che la nostra azione non è propriamente inseribile nell'ambito dell'emergenza umanitaria, io sono contrario ai progetti che si concentrano nel primo mese dall'evento e che poi diventano cattedrali nel deserto. Il nostro intervento viene attuato attraverso un monitoraggio della zona in cui edificare, i contatti con un partner italiano che già opera nel territorio e con un'impresa locale, infine la ricerca di un finanziatore che può essere un'amministrazione locale in Italia o il Ministero degli Affari Esteri".

Un anno sabatico per l'Africa.
Tra coloro che stanno operando sul territorio, precisamente in Congo, c'è Manlio Michieletto, un architetto veneziano di 36 anni che, con un dottorato in tasca e alcuni anni da "mendicante" - come si è audofenito - nell'università italiana, ha deciso di prendersi un anno sabbatico e lavorare nel sociale in Africa: "Attualmente lavoro nella formazione di futuri ingegneri e architetti presso l'Isau, l'Istituto universitario di Architettura e Urbanistica di Kinshasa - racconta - prima invece ero in Burkina Faso, a Nanoro, un villaggio immerso nella savana, dove invece del come fare, facevo direttamente i mattoni in terra cruda per la costruzione di abitazioni per le famiglie che producono  pezzi di artigianato locale. Dalla savana a Kinshasa, una specie di città-stato che conta quasi gli stessi abitanti dell'ex Volta, ho fatto un passaggio di scala non indifferente, ma da buon architetto senza frontiere mi adatto".

Individuate le aree dove intervenire. Tra le ultime regioni ad aver aderito al network di Architetti senza frontiere c'è Asf-Veneto, nato grazie alla collaborazione con l'Ordine degli Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Vicenza. La responsabile è Elisabetta Mioni: "Abbiamo unito le esperienze che ognuno di noi aveva già fatto nei paesi in via di sviluppo e abbiamo iniziato ad individuare le aree in cui si poteva operare. Tra i progetti ai quali stiamo lavorando ci sono: uno studentato in Costa d'Avorio, un centro di promozione sociale e studio di abitazioni minime in Burkina Faso, una scuola a Monrovia, in Liberia. L'ultimo è quello di un college con annesso dormitorio in Zimbawe, che ha già superato la valutazione iniziale di fattibilità e per il quale abbiamo già un partner che ci può appoggiare economicamente. Anche in questo caso il tutto viene fatto con un approccio partecipativo ed integrato, che vede il coinvolgimento di diversi attori, a cominciare da quelli locali che diventano parte rilevante del processo di trasformazione architettonica".