ROMA - La storia del cinema, è sempre passata attraverso quello che la società esprimeva, anzi ne è sempre stata uno specchio privilegiato, provvisorio e multiforme anche nel definirne i costumi e i confini. Oggi ancora di più. Solo all'ultimo Festival del Film di Locarno (sempre più all'avanguardia verso questa direzione), sono stati presentati ben quattro film attenti alle grandi tragedie epocali contemporanee, quelle che parlano di guerra, di esuli, di fame, di diritti umani calpestati, di popoli in fuga. Il focus è sulla Siria, i film sono Al-Rakib Al-Khaled (The Immortal Sergeant) di Ziad Kalthoum, Tahtt Al-Khazzan (Under the Tank) di Eyas Al Mokdad e Orwa Al Mokdad e Le temps perdu di Pierre Schoeller. Oltre allo straordinario Ma'a al-Fidda (Silvered Water, Syria Self-Portrait) di Ossama Mohammed e Wiam Simav Bedirxan, già Fuori Concorso allo scorso Festival di Cannes. Questo apre una riflessione su come a Locarno ed in altri luoghi aperti, e più independenti, della cultura cinematografica si tenda ormai a dar spazio alla rappresentazione (dialettica) del mondo attraverso testimonianze fatte di immagini vere e "sporche", a discapito dell'artificio (unilaterale) della narrazione recitata.
La lotta per sopravvivere. Quella di Kalthoum è una soggettiva infinita di un uomo tra la guerra ed il set, fino alla definitiva scomparsa orwelliana dello scarto; il teatro di conflitti estremi che diventa il cinema quando anch'esso è costretto a fermarsi per la guerra vera. Il dualismo tra ricostruire storie, e mostrarle. La stessa forza che contiene il viaggio notturno di Orwa Al Mokdad; in cui il regista lotta per sopravvivere, inseguito e ferito dalle forze di sicurezza, senza spegnere la sua macchina fotografica, che diventa l'unico testimone, l'unica luce nel buio. Schoeller invece lavora su un documentario più rigoroso, restituendo in presa diretta la condizione di estraneità fisica e mentale all'interno di un campo di rifugiati nel Kurdistan iracheno.
Il tempo di uno sguardo. Ancora più complesso forse è il discorso di Ossama Mohammed e del suo autoritratto. Una forma dispersa, espansa ed universale, una lotta fatta da mille occhi e centinaia di telefonini, che poi diventano un solo sguardo, lo sguardo di tutti. Il tempo di uno sguardo, e lo spazio di una città sventrata, straniera a se stessa; inondata di sangue, battuta da bambini e gatti vaganti. Tutto il popolo siriano filma (buoni e cattivi, vittime e carnefici, manifestanti e soldati). Un atto di resistenza da una parte, di pornografia dall'altra. Ecco cos'è l'immagine adesso. La stessa che, nonostante tutto, non ci lascia più soli di fronte al grande vuoto, sporco e terrificante, di una guerra così repellente. L'urgenza del cinema ora è di cercare queste immagini, la loro avventura infinita nel filmarsi e nel mostrare uno dei tanti vuoti inspiegabili del nostro tempo.
Risalire dalle profondità della storia. Quasi fosse uno streaming filmico un po' incosciente, che interroga le possibilità del cinema nel prossimo futuro. Mettere in scena il desiderio di salire dalle profondità della storia, dalle macerie del grado zero di memoria; mentre vengono messi in discussione i mezzi di espressione, non prendendo nulla per scontato. Il luogo dell'inquadratura, dove ricominciare e reinventarsi tutto da zero. Quasi si stesse assistendo ad un nuovo approccio critico rispetto al reale, ancor più diretto; tanto da scardinare la possibilità di delimitare definitivamente i confini storico-linguistici tra documentario e finzione. Una rinascita "rosselliniana" del Cinema, attraverso un depotenziamento del mezzo, capace di ritrovare forza in una coscienza analitica e insurrezionale del linguaggio. La presa di coscienza morale della macchina da presa, o magari dello smartphone, in questo caso. Il vecchio "cineocchio" alle prese con le nuove tecnologie.
L'urgenza di raccontare. Nonostante ciò non bisogna auspicarsi obbligatoriamente una possibile evoluzione linguistica del Cinema attraverso stravolgimenti storici di qualsiasi tipo e forma. E nemmeno dobbiamo pensare che soltanto in teatri geopolitici complessi può avvenire un certo tipo di ricerca formale. Dobbiamo invece considerare quanto l'urgenza del raccontare faccia parte dell'autore, come dell'uomo e come qualsiasi evoluzione linguistica non possa essere esclusivamente teorica, ma come la teoria spesso si abbracci ad un percorso sociale ed umano che qualcuno è stato in grado di cogliere.
Cosa significa filmare sotto le bombe. Ecco l'atto, nello stesso tempo in cui continuiamo a chiederci cosa sia questa cosa di nome Cinema, cosa siano le immagini degli assassini e quelle delle vittime, cosa significichi filmare sotto un bombardamento. Il cinema è stato e rimarrà sempre un atto politico; ed è ancora più importante osservare i suoi mutamenti all'alba del nuovo millennio, all'alba del digitale. Forse basterebbe fermarsi a guardare il suo mostrare quel suo punto invisibile (a fondo campo) della speranza, nel periodo in cui l'umanità sempre più spesso si dimentica di essere umana. In fondo, le storie non sono nient'altro che la Storia (anche del Cinema), e viceversa. Siamo noi a farle, e noi a raccontarle.