Atletica Leggera

Il fascino del triplo, tra mito carioca e speranza Donato

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RIO DE JANEIRO - Benedetto triplo, tre volte. Meno male che ci sei. Magnifica disciplina di potenza, esplosività, velocità, intelligenza, coraggio, disprezzo dei malanni passeggeri e attenzione speciale per quelli più complessi. Fantastico cimento col quale misurare le proprie conoscenze dell'animo umano, non soltanto del fisico, che deve tuttavia restare potente, perché parliamo di uno sport che non ti mette mai, nemmeno per sbaglio, davanti al tuo avversario, che salterà sempre prima o dopo di te, e allora quando sei lì scopri che stai gareggiando contro altri rivali, la pedana, la plastilina, il giudice con le bandierine bianca e rossa in mano, il vento, la sabbia, che ti si infila nelle mutande, nelle calze, fondamentalmente nel cuore. Straordinaria invenzione che porta l'uomo a regredire alle sue più animalesche capacità, fra canguro e scimmia, ma con gli stivali delle sette leghe ai piedi.

Il triplo è quello strano e affascinante amico che ci permette oggi di augurare buon compleanno a un ragazzino chiamato Fabrizio Donato, 40 anni, ancora lì a capire se può (e può) essere uno dei più forti al mondo, dopo essere comunque diventato (a prescindere da ciò che accadrà lunedì in qualificazione alle 14.30 ora italiana o martedì in finale alle 14.50 ora italiana) uno dei simboli moderni (nel dopo-Edwards) di questa specialità. Ai quarant'anni di Donato si contrappone la miticità che il triplo ha acquisito in Brasile: "Anche 48 anni fa avevamo capito che c'era una scuola di triplo in Brasile come c'era una scuola di triplo in Unione Sovietica", ricorda Giuseppe Gentile, bronzo a Messico '68 con quella fascia alla coscia misteriosa: "In realtà era più per un problema psicologico. Il giorno prima delle qualificazioni (quando realizzò il record del mondo con 17,10, primo uomo a andare sopra i 17 metri, ndr) feci una cavolata, volli divertirmi col salto in alto e per poco non mi feci male. Non avevo niente ma avevo paura che in realtà qualcosa fosse accaduto. Quella fasciatura era protettiva per il cervello più che per i muscoli".

Quel giorno accanto a Gentile e Sanaeev, saltava il leggendario Nelson Prudencio, una cavalletta generosa e poderosa: "Avevano uno stile in cui lo step, ossia il secondo salto, era più curato e più lungo. Era più veloce di noi ma non risentiva allo stacco di quella velocità". Già alle spalle di Prudencio il Brasile aveva strappato applausi e medaglie, migliorando ogni giorno, pur nella sua povertà di mezzi e di strutture, ma con una grande tradizione tecnica (un po' quello che sarebbe accaduto a Cuba) e un grande senso dell'applicazione allo sport e della valorizzazione dei principi fondamentali, quasi politici (o alternativi alla politica di regime, nel caso del Brasile), su cui lo sport agonistico si basava. Soprattutto negli anni Cinquanta. Basti pensare che delle 16 medaglie olimpiche vinte dall'atletica leggera brasiliana, ben 6 sono state conquistate con il salto triplo. Quasi la metà.

Adhemar Ferreira Da Silva, che Gentile ben conosceva, vinse l'oro sia ad Helsinki nel '52 che a Melbourne nel '56. Un'accoppiata che lanciò il triplo, con quel poco che funzionava allora la comunicazione, in terra brasiliana. Poi arrivò Prudencio a Messico '68, che soltanto alla fine Sanaeev riuscì a sopravanzare. A Monaco '72 Prudencio, anche se leggermente infortunato, si ripresentò in pedana per riportare a casa ciò che il supremo maestro del triplo sovietico gli aveva soffiato sul filo di lana quattro anni prima. Ma Sanaeev era troppo forte e Prudencio dovette contentarsi di un altro bronzo. Poi venne l'era di Joao do Pulo, un'altra leggenda: De Oliveira. Altri due bronzi a Montreal '76 e a Mosca '80. In Unione Sovietica il triplo fu avvelenato dal sospetto che alcune misurazioni fossero alterato dal bisogno di favorire gli atleti di casa (Sanaaev e Uudmae).

All'epoca De Olivera era il primatista del mondo con 17,89, ottenuto a Città del Messico nell'ottobre del 1975. Solo dieci campioni hanno saltato più di lui. Ci sono voluti dieci anni per togliergli quel record (l'americano Banks nel 185 arrivò a 17,97). E ben 22 perché un brasiliano facesse meglio di lui e appena di un centimetro (Jadel Gregorio nel 2007 con 17,90). Tra il '75 e l'81, De Oliveira (per tre volte campione del mondo in quelli che furono l'antipasto dei veri mondiali di atletica creati da Primo Nebiolo) fu uno degli sportivi più famosi del Brasile, se non il più famoso. Morì in un incidente stradale avvenuto tre giorni prima del Natale 1981. Dopo di lui, appunto, Jadel Gregorio. Avrebbe dovuto esserci anche lui qui a Rio, ma si è infortuntato e non si è ripreso in tempo. Magro Brasile dell'atletica e dei Giochi nel loro complesso (sarà una delle poche nazioni ospitanti a non figurare tra le prime cinque nel medagliere finale...), triste Brasile che soffre di saudade anche per il tempo che fu: le due ragazze, Keila Costa e Nubia Soares, non sono entrate in finale.