RIO DE JANEIRO - Le pedane dell'Arena Carioca sono state già smontate, poche ore dopo la premiazione della spada a squadre. L'Olimpiade della scherma lascia all'Italia una strana sensazione, agrodolce. Come si può considerare fallimentare una spedizione che porta a casa quattro medaglie (di cui una d'oro), quando il programma olimpico aveva tolto tre potenziali podi conquistati di Londra, quando arrivammo a quota sette? "Il bilancio è assolutamente positivo" conclude l'avventura di Rio il presidente Giorgio Scarso, "fosse arrivata la quinta medaglia non avremmo rubato niente, siamo rimasti nel numero di podi che avevamo previsto alla vigilia". In una scherma sempre più globalizzata, in cui si sta allargando il numero di paesi che crescono atleti competitivi: una tunisina è salita sul podio del fioretto, un iraniano ha raggiunto le semifinali della sciabola, un vietnamita ha eliminato Occhiuzzi, e questo dopo che a Londra il campione di spada è stato un venezuelano. Ma per la prima volta l'Italia si è sentita piccola di fronte ad alcune tendenze arbitrali, molto benevole nei confronti dei paesi dell'est, e meno ricca dopo aver visto in azione il vero vincitore delle Olimpiadi di Rio. Un volto conosciuto, Stefano Cerioni, Ct del fioretto a Londra, prima di accettare la proposta della Russia.
Cerioni, due ori (Deriglazova e fioretto maschile a squadre) e un bronzo (Safin). Nessuno lo avrebbe immaginato quattro anni fa.
"All'inizio è stato difficile coi russi, poi ho cercato di insegnare loro nuove teorie della scherma".
Non è sempre lo stesso sport?
"Sì, ma l'atleta italiano è talmente imprevedibile, cambia tattica nei momenti difficili, mentre i miei hanno una mentalità completamente diversa".
Cos'ha cambiato?
"Il tipo di rapporto con gli atleti. Tutto quel che potevo per cercare di renderli imprevedibili e più cattivi. All'interno del box prima stavano zitti e aspettavano il colpo finale, invece io li ho caricati e spiegato che tutto è possibile. Dicevo: 'Questa è la tua giornata, tu ci farai recuperare' ".
Mai avuto paura di non andare alle Olimpiadi dopo il rapporto McLaren?
"In quel rapporto si parla di scherma ma non dei miei atleti. Ero tranquillo fino a due giorni prima di partire, poi ho visto negli altri sport certe facce e ho cominciato a preoccuparmi anch'io. Siamo rimasti sempre a Mosca in quel periodo, al massimo un collegiale a Sochi. Quando vedevo notizie brutte, le nascondevo ai miei atleti".
Le ha lette quelle pagine?
"Se ci sono le prove di quel che è successo alle Olimpiadi invernali di Sochi è grave.
Un bruttissimo impatto, ma nella scherma viviamo in un mondo eccezionale. Non servono fisico o testa, ma tutto insieme, che doping ci vuole per agire su queste componenti?".
Siete stati controllati recentemente?
"Agli Europei, tutti alla vigilia e i medagliati dopo la gara. A Rio prima delle gare è arrivata la Wada per i test delle urine. Sono favorevolissimo all'introduzione del passaporto genetico. Però voglio dire, sarebbe stato grave proibire ad atleti puliti di non partecipare, e i russi sono stati penalizzati rispetto ad altri a cui sono state inflitte squalifiche per doping".
Come ha fatto a isolare gli atleti?
"Li ho portati a Mangaratiba, nel ritiro dell'Italia ai Mondiali di calcio. Il giorno prima si spostavano al Villaggio, poi tornavamo. Prandelli? No, lì tutto è dimenticato".
Resterà in Russia?
"Vediamo, ho un contratto fino a dicembre".
La scherma come esce dalle Olimpiadi di Rio?
"Gli italiani erano i più forti, ma dopo questi quattro anni bisogna rivedere i valori".
Cerioni, due ori (Deriglazova e fioretto maschile a squadre) e un bronzo (Safin). Nessuno lo avrebbe immaginato quattro anni fa.
"All'inizio è stato difficile coi russi, poi ho cercato di insegnare loro nuove teorie della scherma".
Non è sempre lo stesso sport?
"Sì, ma l'atleta italiano è talmente imprevedibile, cambia tattica nei momenti difficili, mentre i miei hanno una mentalità completamente diversa".
Cos'ha cambiato?
"Il tipo di rapporto con gli atleti. Tutto quel che potevo per cercare di renderli imprevedibili e più cattivi. All'interno del box prima stavano zitti e aspettavano il colpo finale, invece io li ho caricati e spiegato che tutto è possibile. Dicevo: 'Questa è la tua giornata, tu ci farai recuperare' ".
Mai avuto paura di non andare alle Olimpiadi dopo il rapporto McLaren?
"In quel rapporto si parla di scherma ma non dei miei atleti. Ero tranquillo fino a due giorni prima di partire, poi ho visto negli altri sport certe facce e ho cominciato a preoccuparmi anch'io. Siamo rimasti sempre a Mosca in quel periodo, al massimo un collegiale a Sochi. Quando vedevo notizie brutte, le nascondevo ai miei atleti".
Le ha lette quelle pagine?
"Se ci sono le prove di quel che è successo alle Olimpiadi invernali di Sochi è grave.
Un bruttissimo impatto, ma nella scherma viviamo in un mondo eccezionale. Non servono fisico o testa, ma tutto insieme, che doping ci vuole per agire su queste componenti?".
Siete stati controllati recentemente?
"Agli Europei, tutti alla vigilia e i medagliati dopo la gara. A Rio prima delle gare è arrivata la Wada per i test delle urine. Sono favorevolissimo all'introduzione del passaporto genetico. Però voglio dire, sarebbe stato grave proibire ad atleti puliti di non partecipare, e i russi sono stati penalizzati rispetto ad altri a cui sono state inflitte squalifiche per doping".
Come ha fatto a isolare gli atleti?
"Li ho portati a Mangaratiba, nel ritiro dell'Italia ai Mondiali di calcio. Il giorno prima si spostavano al Villaggio, poi tornavamo. Prandelli? No, lì tutto è dimenticato".
Resterà in Russia?
"Vediamo, ho un contratto fino a dicembre".
La scherma come esce dalle Olimpiadi di Rio?
"Gli italiani erano i più forti, ma dopo questi quattro anni bisogna rivedere i valori".