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Traviata, l'amore che fa male. Il regista: "Ho pensato a Bergman e Antonioni"

La tradizionale prima, sabato, presenta una versione originale del melodramma verdiano, firmata dal regista Dmitri Tcherniakov. "Quello che l'autore vuole comunicare è molto attuale: la sensazione di sconfitta e di fragilità che si prova quando ci si innamora. Non sei più padrone del tuo destino"
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"SUCCEDE a molti, uomini e donne, anche oggi: vivono questa sensazione di amare ma insieme di averne paura, paura di perdere. Ecco, questa paura dell'amore mi sembra il centro della storia di Violetta", avverte subito Dmitri Tcherniakov, intelligente regista-scenografo della Traviata  di Verdi che il 7 dicembre inaugura la nuova stagione del Teatro alla Scala con la direzione dal podio di Daniele Gatti. Russo, quarantatrenne, non alto, corporatura solida, una bella testa senza capelli, irruente e non scontato nel modo di porsi, Tcherniakov è la novità dello spettacolo. Alla Scala c'era stato solo una volta con Il giocatore, coproduzione del 2008 con la Staatsoper di Berlino dove è molto amato e dove lo scorso ottobre ha travolto di entusiasmo i berlinesi con il suo allestimento di La fidanzata dello zar di Rimskij-Korsakov che poi verrà anche a Milano in marzo, prima che il regista voli verso il Metropolitan di New York per una regia del Prin…
"SUCCEDE a molti, uomini e donne, anche oggi: vivono questa sensazione di amare ma insieme di averne paura, paura di perdere. Ecco, questa paura dell'amore mi sembra il centro della storia di Violetta", avverte subito Dmitri Tcherniakov, intelligente regista-scenografo della Traviata  di Verdi che il 7 dicembre inaugura la nuova stagione del Teatro alla Scala con la direzione dal podio di Daniele Gatti. Russo, quarantatrenne, non alto, corporatura solida, una bella testa senza capelli, irruente e non scontato nel modo di porsi, Tcherniakov è la novità dello spettacolo. Alla Scala c'era stato solo una volta con Il giocatore, coproduzione del 2008 con la Staatsoper di Berlino dove è molto amato e dove lo scorso ottobre ha travolto di entusiasmo i berlinesi con il suo allestimento di La fidanzata dello zar di Rimskij-Korsakov che poi verrà anche a Milano in marzo, prima che il regista voli verso il Metropolitan di New York per una regia del Principe Igor di Borodin.

Ex violinista, ma di scarso talento dice lui, amante della musica, ha firmato regia prevalentemente di opere liriche, "il che è bello perché è come se avessi chiuso il cerchio delle mie passioni", sottolinea. Fatto sta che oggi Dmitri Tcherniakov è considerato a livello europeo un esponente di punta nella capacità di inventare nuove forme di linguaggio scenico per l'opera. "Non mi faccia raccontare lo spettacolo, però. Voglio che il pubblico arrivi senza pregiudizi, la mente sgombra e il cuore libero", mette le mani avanti, seduto accanto alla traduttrice che lo adora.

Ma si dice che lei abbia fatto scelte sospette: Violetta che muore su una lavatrice...
"Quando feci Evgenij Onegin al Bolshoi  di Mosca i giornalisti mi chiedevano se era vero che nello spettacolo Tatiana scriveva la lettera a Onegin con un sms seduta sul cesso. Alla prima qualcuno restò perfino deluso perché questo orrore non c'era....".

Lei ha parlato di amore e paura dell'amore: dunque è questa la vera malattia di Violetta per lei?
"Sì, io credo che Verdi ci parli del nostro rapporto con l'amore, con il sentimento dell'amore. In scena c'è una storia dove ciò che muove tutto è il modo in cui interagiscono le anime, come e se ci si può fidare di un'altra persona per quanto amata. Qualcosa che ritengo molto contemporaneo: la paura di amare, appunto. La sensazione che se ti sei innamorato hai perso. Noi in fondo giochiamo tutta la vita e non vorremmo mai perdere. Ma l'amore ti espone a questo rischio. Perché quando arriva l'amore non sei più padrone del tuo destino. É una fregatura, diciamolo. E questo è proprio quello che sente Traviata, il suo sguardo sulla vita".

E che donna è Violetta?
"Non è una vittima. Quando appare nel primo atto e la ascoltiamo nella sua aria, ho sempre l'impressione che sia una donna dall'esperienza emotiva ricca, non una povera indifesa. È una che può lottare per se stessa e resistere ai colpi del destino, padrona della sua vita. Alfredo e suo padre se li mangia a colazione. Ma poi arrivano le difficoltà. Qualcosa cambia in lei perché l'amore, a cui fino a quel momento non crede, la trascina, la coinvolge e in lei cambia tutto, anche fisicamente".

Un Verdi alla russa, verrebbe da dire. Non ha tenuto conto di tutta la tradizione interpretativa di Traviata?
"Il mio approccio a Verdi è stato simile a quello di quando misi in scena al Bolshoi Evgenij Onegin: anche quella una vacca sacra. Io avevo 36 anni, l'ultima messa in scena prima della mia era del 1944, pensi le aspettative...".

Coraggioso.
"No è che a quel punto della mia vita presi una grande decisione: interpretare l'opera senza avere nessun confronto con tutto quello fatto prima per fare come se l'opera mi fosse stata consegnata il giorno prima. Ora posso dire che è stata la scelta giusta e quello il periodo più bello della mia vita. Cosa feci? L'idea fu di raccontare dei personaggi più di quello che sappiamo, le loro motivazioni profonde. E lo stesso voglio fare con Traviata: unire il genere operistico con l'arte psicologica moderna come succede nei film di Bergman o Antonioni: far sì che il personaggio abbia quello spessore interiore, come nei loro film, e per questo non c'è bisogno di estetica teatrale estrema, di mettere Violetta sulla lavatrice: creerebbe solo un muro tra scena e spettatori".

Che ambientazione ci sarà?
"Non è importante che Violetta sia del demi-monde parigino o no. Qui è la storia di un uomo e una donna. Raccontiamo i loro segreti. Direi così: ho cercato di fare in modo che questo spettacolo da un lato abbia i segni di realtà abbastanza visibili e tangibili e dall'altra una certa dose di  straniamento dal periodo, perché non c'è nulla di più importante nella storia del rapporto tra i personaggi a cui noi ci avviciniamo come se avessimo una cinepresa, col primo piano, per vedere che succede dentro di loro, che succede dietro la porta della loro vita sociale. Di Traviata possiamo solo dire che è una storia interiore, che si ripeterà sempre".