La Scala 2013

<a href="https://puntoitalia.online/topics/news/la_scala_2013-72763546/" title="https://puntoitalia.online/topics/news/la_scala_2013-72763546/">L'INTERVISTA</a>

Diana Damrau: "La mia Violetta, donna di mondo ferita nell'anima"

Incontro con l'interprete tedesca, fra le voci più acclamate nei teatri internazionali. È lei a impersonare la celebre figura femminile

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È la Violetta dei nostri giorni. Il soprano tedesco Diana Damrau in meno di un anno avrà interpretato il ruolo, uno dei più affascinanti dell'intero repertorio operistico, cinque volte: è già accaduto al Metropolitan con Placido Domingo e a Zurigo. Ora è la volta della Scala, poi di Londra e Parigi. E si può dire che il regista della Traviata dell'inaugurazione, Dmitri Tcherniakov, le abbia proprio cucito addosso lo spettacolo, sin da quando la cantante 42enne (alla sua seconda inaugurazione dopo L'Europa riconosciuta di Salieri diretta da Muti nel 2004) annunciò al sovrintendente Stéphane Lissner che intendeva affrontare il capolavoro verdiano, dopo aver tanto spaziato da Mozart a Strauss. Una full immersion, insomma, da tempo vagheggiata e inseguita. "È un'opera che adoro da quando ero bambina - spiega - ho visto il film della Traviata girato da Zeffirelli per la prima volta a 12 anni. E lì ho deciso che  volevo cantare e recitare. La mia insegnante mi parlava della Scala, della Callas, della Tebaldi. E io sognavo. Ora il sogno si è realizzato".
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Chi è Violetta?
"È una donna di mondo: conosce la vita, la società, è anche un po' manipolatrice. Non è una teenager che si butta in una storia a capofitto. Anzi, ha paura dell'amore, non ci crede. Sta a guardare e vuole capire se Alfredo la ama realmente, pone continuamente ostacoli, non lascia trapelare nulla di quello che ha dentro. Lo studia, lo osserva, analizza le sue reazioni. Si chiede: cosa vuole da me?  Nel duetto del primo atto in cui Alfredo le rivela i suoi sentimenti, rimane fredda, quasi impietrita".

Qual è il momento in cui si lascia andare?
"Non lo fa sino al duetto con Giorgio Germont, che la raggiunge per imporle di abbandonare Alfredo per ragioni di convenienza sociale. Solo lì realizza di amarlo, e lasciarlo le procurerà molto dolore. Poi, però, nella casa di Flora, deve di nuovo giocare la sua parte di donna cinica, e questo è a mio parere l'apice dell'opera. Violetta e Alfredo sono due bocce destinate a scontrasi violentemente".

Nell'interpretazione di Tcherniakov, quale ruolo ha la malattia di Violetta?
"Più che una malattia del corpo, è una malattia dell'anima, del cuore. Una sorta di depressione. Violetta sente in modo drammatico il destino di non poter vivere l'amore. Nel momento in cui può liberarsi e prendere coscienza del suo sentimento, realizza anche di non poterlo vivere appieno. Anche perché Germont padre le ricorda una grande verità: cosa succederà quando il tempo avrà fatto sfiorire la passione? Ecco allora che la morte arriva quasi come una salvezza, è un modo per preservare l'amore dal suo estinguersi".

Chi è l'Alfredo di questa Traviata?
"A volte è visto come un ragazzotto di provincia un po' ingenuo. Qui è un vero uomo: maturo, ma con il cuore aperto, irruento. Ma non è rimbecillito dall'amore. Con Piotr Beczala, che lo interpreta, ho già lavorato, c'è piena sintonia".

L'interpretazione del maestro Daniele Gatti?
"È bravissimo a creare momenti di grande atmosfera, trovo magnifico il modo in cui dirige uno dei punti più alti dell'opera: quell'Alfredo Alfredo di questo cuore non puoi comprendere tutto l'amore dove Violetta si rivela veramente fragile".

Cosa si aspetta da questo spettacolo?
"Abbiamo la possibilità di lavorare su un capolavoro e di 'ripulirlo' dai cliché pur rispettandolo. Vogliamo fare una Traviata moderna, recitando come attori di un film, curando ogni gesto e ogni dettaglio. Il pubblico sarà sensibile ad accogliere questa versione che parla agli uomini di oggi".
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