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Rega, da Rebibbia a Hollywood
"Il mio sogno è recitare ancora"

Il detenuto-attore, condannato all'ergastolo, che in "Cesare deve morire" interpreta Cassio, racconta la sua esperienza e parla della sua autobiografia. "Ho imparato a gestire la mia vanità e a metterla al servizio degli altri, su un palcoscenico"

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ROMA - "Da quando ho conosciuto la cultura, 'sta cella è diventata una prigione". Niente di più vero in una battuta recitata per finzione, che poi finzione non è. La pronuncia Cosimo Rega, è Cassio in Cesare deve morire, il metateatro portato al cinema dai fratelli Taviani e accolto da un successo che continua, ancora, a cominciare dall'Orso d'Oro all'ultimo festival di Berlino, lo scorso febbraio. E poi otto nomination ai David di Donatello e cinque premi vinti, due Nastri d'argento - uno per il cast - e una sfilza di altri riconoscimenti. Ora, la sfida: proporre Cesare deve morire agli americani perché lo scelgano per la cinquina dei titoli da candidare allOscar per il miglior film straniero.

VIDEO Il trailer del film

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Per Rega, fra i protagonisti del film, un'altra emozione. Perché lui, condannato all'ergastolo, fondatore della Compagnia di detenuti-attori del carcere romano di Rebibbia, della cultura ha fatto una ragione di sopravvivenza. Il teatro, da tanti anni, poi la poesia, il cinema, anche un romanzo con la storia della sua vita. Sumino o' falco. Autobiografia di un ergastolano (Robin Edizioni) restituisce le dinamiche che conducono a una strada senza uscita, quella del crimine. Ma è anche la storia di una rinascita. In cui l'autore racconta in che modo, grazie all'organizzazione culturale e artistica interna al cercere, e al contribuito di operatori istituzionali e volontari, sia riuscito - lui, e altri come lui - a riconquistare una nuova condizione umana e sociale.

Rega, un libro, la storia di una vita sbagliata, di una rinascita. Che cosa l'ha convinta a raccontarsi in Sumino 'o falco, e come ha affrontato l'idea di raccontare i suoi errori a un pubblico, quindi di esporsi a un giudizio?
"La scelta è nata da un'inconsapevole necessità di gridare al mondo, dopo la condanna all'ergastolo, che esistevo ancora. Che ero vivo e non volevo essere dimenticato. Poi, durante la scrittura, mi sono reso conto che solo raccontando con sincerità le mie debolezze, i miei errori, esponendomi a giudizi e critiche anche severe avrei potuto tentare di liberare il male che giaceva in un angolo del mio animo per ricominciare a vivere una nuova vita".

Dalla lettura si ha l'impressione di un racconto distaccato, come se lei oggi fosse altro dall'uomo protagonista di quelle pagine. In che misura la recitazione, vivere le vite di altri l'hanno aiutata a "ricordare" come osservatore?
"L'arte, la cultura, lo studio profondo e rigoroso dei vari personaggi che ho interpretato hanno contribuito in giusta misura a far conoscere me e comprendere gli altri. Tutto ciò non avrebbe potuto completarsi in un'analisi quasi perfetta se non avessi intrapreso un lungo viaggio dentro di me che mi facesse comprendere il dilemma dell'apparire del quale ero stato vittima, e l'essere fragile che ero stato. Un lungo viaggio nei buchi neri che dominavano la mia personalità, che solo grazie ai numerosi colloqui con la psicologa del carcere Rosa Merola e con il mio tutor Mario Quattrucci ho potuto affrontare, superare e chiarire. Mi è costato tanta sofferenza, ma ne è valsa la pena".

Nel libro lei parla del suo "male non oscuro", una specie di orgoglio deformato, animato da "vanità e male inteso amor proprio". La vanità però è anche una caratteristica comune a chi esercita l'arte della recitazione: in che modo ha trasformato la sua, di vanità, in un'energia positiva?
"La cultura, conoscere cose sempre nuove, anche se naturalmente limitate e parziali, mi hanno fatto maturare la consapevolezza di non dover a tutti i costi apparire. Ho analizzato, ho fatto i conti con l'essere che è in me. Ho imparato ad accettarlo e anche a volergli bene. Ciò mi permette ora di gestire con serenità la mia vanità e a esprimerla tranquillamente su un palcoscenico, al servizio degli altri".

Della sua trasformazione, lei parla come di "una rivoluzione culturale nel vivere la pena". Si capisce il peso del suo impegno degli anni recenti. Se lei domani tornasse a casa, come metterebbe in atto la sua "rivoluzione culturale" per vivere la vita di tutti i giorni?
"Non so ancora cosa mi riserva il mondo fuori di queste mura, ma so perfettamente cosa non
farò".

"Dentro", c'è il suo mondo di impegno, affetti, in un certo modo sicurezze. Fuori, c'è un Paese in crisi, diverso da quello che lei ha lasciato. Ha mai provato a immaginare come sarebbe l'impatto, come si troverebbe, o quale Italia vorrebbe trovare?
"È vero, ho vissuto per venti anni in una comunità protetta. Anzi, in una piscina senza onde dove ho potuto allenarmi tranquillamente. So che fuori mi aspetta l'oceano, ma intanto ho imparato a nuotare. Mi piacerebbe però trovare un'Italia che non si nascondesse dietro i pregiudizi".

Anche un uomo segnato da un "fine pena mai", scrive lei nel libro, può costruirsi dei sogni. Il libro, il successo di Cesare deve morire sono dei sogni che si realizzano. Che cosa sogna, adesso?
"Dopo quanto è accaduto in questi lunghi anni di detenzione, pur con una condanna a fine pena mai  posso assicurarle di sentirmi una persona mentalmente libera e come tutti gli esseri umani anch'io ho dei sogni nel cassetto. A due tengo particolarmente: scrivere ancora, scrivere racconti di vita vissuta in carcere, far conoscere al mondo 'fuori' la crudeltà dei rapporti tra carcerati e carcerieri, la comunicazione fra gli stessi detenuti e tra detenuti e operatori, la sofferenza silenziosa fra le mura del carcere, e anche la sua misteriosa umanità. L'altro sogno è quello di riuscire un giorno a formare una cooperativa di attori formata da detenuti ed ex detenuti. L'arte, per chi ha commesso gravi crimini, non è solo uno strumento di crescita e rinascita culturale ma può essere anche uno strumento di lavoro per il futuro. E una speranza in più".