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Cinzia Mascoli: “Viaggi di nozze? Verdone mi scelse per un errore. Ero destinata a una vita d’inferno”

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Riproponiamo una delle interviste più apprezzate da voi lettori di Repubblica in questo 2025
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Vai a casa di Carlo Verdone. Devi provare una scena di Viaggi di nozze, in cui interpreterai la sfortunatissima Valeriana. Devi tornare a casa, esci per strada ma la tua auto non c’è più. “Ero l’unica a sapere che in via Giulia non si potesse parcheggiare”, si giustifica Cinzia Mascoli, attrice romana ora sessantaquattrenne che ha poi recitato anche in tanti altri film e serie tv, da quelli di Pupi Avati a Checco Zalone.

Sembra proprio la scena di un film di Verdone. Altri episodi tragicomici?

“La famiglia di mia madre era scappata dal Polesine dopo l’alluvione: decisero di emigrare in Argentina. Ma quando andarono a Civitavecchia scoprirono che la persona alla quale avevano dato i soldi per il viaggio li aveva rubati. E così rimasero a Roma: qui mia madre conobbe poi mio padre, un musicista. Era povero e quindi faceva anche altri lavori, come il camionista. Sono nata grazie a un furto”.

Dopo è andata meglio?

“Ero de…

Vai a casa di Carlo Verdone. Devi provare una scena di Viaggi di nozze, in cui interpreterai la sfortunatissima Valeriana. Devi tornare a casa, esci per strada ma la tua auto non c’è più. “Ero l’unica a sapere che in via Giulia non si potesse parcheggiare”, si giustifica Cinzia Mascoli, attrice romana ora sessantaquattrenne che ha poi recitato anche in tanti altri film e serie tv, da quelli di Pupi Avati a Checco Zalone.

Sembra proprio la scena di un film di Verdone. Altri episodi tragicomici?

“La famiglia di mia madre era scappata dal Polesine dopo l’alluvione: decisero di emigrare in Argentina. Ma quando andarono a Civitavecchia scoprirono che la persona alla quale avevano dato i soldi per il viaggio li aveva rubati. E così rimasero a Roma: qui mia madre conobbe poi mio padre, un musicista. Era povero e quindi faceva anche altri lavori, come il camionista. Sono nata grazie a un furto”.

Dopo è andata meglio?

“Ero destinata a una vita d’inferno”.

Ecco.

“La mia famiglia era umile, eravamo quattro figli e non potevamo studiare tutti, quindi mi avevano iscritta a una scuola per il commercio. Dopo iniziai a lavorare come segretaria in un ufficio ma soffrivo, sapevo che non era la mia strada”.

Capì subito che era il teatro?

“C’era qualcosa di inespresso, ma non sapevo cosa. Mi ripromisi di cambiare vita e iniziai a studiare recitazione: andavamo anche nel carcere minorile di Casal del Marmo e in comunità terapeutiche. Per dedicarmi di più al teatro lasciai il posto da segretaria: per conciliare gli impegni iniziai a vendere enciclopedie e poi a fare la cameriera in un pub di San Lorenzo. Riuscivo a procurarmi da vivere con grandi sofferenze ma il teatro era il mio antidoto. E con le mie tragedie facevo ridere tutti”.

Detto così sembra bizzarro.

“Mi invitavano spesso a cena per raccontarle, ma lo facevo senza appesantire gli altri. Non volevo dare ulteriori sofferenze a chi mi ascoltava e già aveva le proprie. Mi sfogavo e al contempo facevo ridere. Ma comunque erano drammi veri, per esempio da un giorno all’altro rischiai di finire per strada”.

Quando?

“Avevo 22 anni. Ero in una casa senza contratto regolare e ogni mese dovevo chiamare il signor Mimmo per dargli i soldi dell’affitto. Un giorno non mi rispose, iniziai a preoccuparmi. Allora un’amica che lo conosceva mi disse che aveva due brutte notizie. La prima era che Mimmo era morto. La seconda che le sue ultime parole erano state “Raddoppiate l’affitto a Cinzia”. Pensavo fosse uno scherzo, ma non era così. Tanto che poi mi chiamò la moglie e me lo confermò. Alla fine dopo una lunghissima trattativa riuscii a tenere la casa. È la vita da attori”.

La scena in "crociera" di Viaggi di nozze 

Come si sono incrociate la sua e quella di Verdone?

“Ogni scoperta nasce da un errore, come la penicillina. Ero andata a Cinecittà per un altro provino ma non c’era nessuno. Chiamai la mia agenzia e mi dissero che tanto non mi avrebbero presa comunque e mi cacciarono. Ma passeggiando per i corridoi vidi un signore che scriveva su un cartello ‘Viaggi di nozze Verdone’ e mi disse che di lì a poco sarebbero iniziati i provini”.

Come convinse Verdone?

“Non lo conoscevo, avevo fatto solo un film prima ma lo stimo molto anche perché è curioso e non ha pregiudizi. Mi invitò anche a casa sua per provare la scena della chiesa, lunghissima: eravamo inginocchiati sul suo tappeto uno accanto all’altra, mi sentivo in imbarazzo. Ma in fondo questo mestiere lo fai se sei timido”.

Era quasi al debutto, si sentiva sotto pressione?

“Beh si, un po’ sì. Infatti nel film manca un po’ di leggerezza, quella che ho nella vita. Ero trasformata dalla tensione, volevo essere all’altezza. Ma era perfettamente in linea con il mio personaggio, Valeriana era un po’ timida. Così come quello di Carlo, l’unico tra i tre di Viaggi di nozze senza una maschera. E così entrambi quando ci guardavamo eravamo un po’ ‘scoperti’. E una volta mi venne da piangere”.

Come mai?

“Ha presente la scena del film in cui la sorella di Valeriana fa finta di suicidarsi con le mentine? Mia sorella, nella vita vera, stava vivendo un periodo di disagio e fece la stessa cosa qualche giorno prima con delle vitamine. Carlo mi vide abbattuta e gli spiegai che ero ancora molto spaventata, c’era stata una sovrapposizione con la mia vita. Lui mi consolò. Ultimamente gli ho detto che avrei voluto godermi un po’ di più la sua amicizia”.

La scena delle pasticche in Viaggi di nozze 

Perché, non andavate d’accordo?

“No assolutamente: ero solo imbarazzata, mi mettevo in disparte. Mi sembrava tutto gigante. Claudia (Gerini, ndr) e Veronica (Pivetti, ndr) erano già famose, io mi comportavo come il brutto anatroccolo. Per la promozione del film raccattai i vestiti dalle mie amiche che portavano la mia taglia, non ero attrezzata”.

Aveva già incontrato Gerini e Pivetti sul set?

“Scoprii che Claudia avrebbe girato a Forte dei Marmi, Pivetti a Venezia e io a Torvaianica. Il karma tornava ancora una volta. Anzi, per la scena della crociera andammo a Genova: avremmo dovuto girare realmente sulla nave. Carlo mi chiamò: ‘Ma in crociera i passeggeri potrebbero fermarci continuamente, è difficile lavorarci, la gente ci riconosce’. Al massimo avrebbero fermato solo lui, io ero sconosciuta. Sta di fatto che in realtà poi girammo in una fabbrica di cabine di navi nell’hinterland di Genova: è proprio la mia vita”.

E lei dove è andata in luna di miele?

“Non ci sono andata, non sono sposata. E mia madre per l’imbarazzo ha incorniciato una foto che mi ritrae nella scena del matrimonio nel film: almeno così può avere un’immagine della figlia in abito da sposa”.

L’ha segnata quel film?

“Da un punto di vista economico no, ma ho acquisito una maggiore sicurezza nell’affrontare le grandi sfide: mi ha dato forza. E ringrazierò sempre Carlo per aver avuto fiducia in me, anche se ero sconosciuta”.

Mascoli, Pivetti e Gerini con Verdone 

Poi ha lavorato per due volte anche con Pupi Avati.

“Per il provino del film Il testimone dello sposo mi feci carina, mi truccai, come facevano tutte. Ma io avrei dovuto interpretare una zitella matta di fine Ottocento. Appena entrai, mi disse che non ero adatta al ruolo di una donna che nessuno avrebbe mai desiderato. Presi coraggio e gli chiesi di farmi provare almeno la scena. Alla fine della scena piansi, lui mi chiese perché lo avessi fatto e gli risposi che mi commuoveva la solitudine di quella donna. E allora mi rispose: ‘Zia Peppina sei tu, scusami se non ti avevo riconosciuta’. Un altro grande regista: il nostro mestiere è fatto di chi vede e di chi non vede, di chi sente e chi non sente”.

Nella sua carriera avrebbe meritato un ruolo da protagonista?

“Non mi piace lamentarmi, ho fatto delle scelte. Non ho rimpianti. Diciamo che non ho ancora fatto il film che spero e merito di fare. Non so se e quando capiterà, ma se capiterà lo riconoscerò”.

Quali scelte?

“Quella di mettermi a disposizione degli altri invece di pensare solo alla mia carriera. Forse perché sono del segno della Vergine”.

Germano e Mascoli al Bif&st 

Come lo fa?

“Presiedo la società Artisti 7607 che si occupa dell’equo compenso per gli interpreti: avevo lavorato con Elio Germano e nel 2009 capimmo che ci spettavano dei diritti, iniziammo a vederci al bar e si aggiunsero altri amici come Claudio Santamaria, Michele Riondino, Neri Marcorè. E ora siamo 3.500, in totale. Dal 2012 siamo collecting”.

Cosa significa?

“Intermediari che raccolgono i soldi da chi sfrutta le opere e deve pagare agli attori una remunerazione proporzionata ai ricavi. Il nostro è un mestiere altalenante, privo di certezze e tutele: alcuni possono incattivirsi, pensare solo alla propria carriera, mentre noi ci siamo messi a disposizione, con la nostra esperienza, per creare un progetto visionario”.

Avete sfidato anche Netflix.

“Li abbiamo portati in tribunale perché non abbiamo la stessa idea sul compenso, siamo fiduciosi. Vale la pena condurre queste battaglie”.

Ora continua a recitare?

“Non ho tempo per il teatro, però lo scorso anno Giulia Steigerwalt mi ha chiamato per Diva Futura e ho accettato. Il ruolo di presidente dell’associazione è molto impegnativo ma più avanti mi capiteranno magari occasioni per conciliare. Rimango sempre un’interprete”.

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