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Il peplum in versione tecnologica: arriva 'Ben-Hur' in 3D

Nelle sale italiane la versione 2016 del kolossal firmato da Timur Bekmambetov: "Non è un remake, ma non c'è nulla di più shakepeariano di questa storia". Nel cast Jack Houston, Rodrigo Santoro e Morgan Freeman: "Roma e Cinecittà, i miei miti di sempre"

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NEW YORK - “O con me o contro di me”. Gli mancano solo tunica e sandali e l’ordine del tribuno romano Messala, rivolto al principe ebreo Judah Ben-Hur, potrebbe diventare il suo grido di battaglia. Timur Bekmambetov, di origine russo-kazaka, è un regista avventuroso: passa da vampiri indipendenti (I guardiani della notte) a superproduzioni alla corte di Hollywood (l’action blockbuster Wanted, 2008, con Angelina Jolie), le sue intuizioni moltiplicano trenta volte tanto il budget iniziale (l’horror per ragazzi Unfriended) mentre la fascinazione per GoPro, cyborg e realtà virtuale fa esplodere il caso Hardcore Henry, prodotto con poco e girato in prima persona da un giovane esordiente.

L’azzardo più grosso del regista/produttore Bekmambetov arriva ora, con il rifacimento di Ben-Hur in 3D e il tentativo di riportare in auge il filone peplum, tra bighe, spade, sandaloni e formato anamorfico 2.76:1 (quello delle camere MGM 65 mm usato solo tra il ’56 e il ’64). Ma, dopo appena 26 milioni di dollari incassati in patria (il film ne è costati quasi 100), chi glielo ha fatto fare? “Lo so, i remake non godono di buona fama e Ben-Hur è un kolossal inarrivabile” dice. “Non volevo misurarmi con un remake vero e proprio. Di quale Ben-Hur si parla quando ci riferiamo all’originale? Il film del 1959 premiato con 11 statuette, la versione muta del ’25 o il corto del 1907? La play di Broadway del 1899 o il romanzo di After Wallace pubblicato nel 1880? Io credo ancora nella forza narrativa di Hollywood e non c’è nulla di più shakespeariano di Ben-Hur. E’ come far conoscere Cechov alle nuove leve. E poi volevo tornare a lavorare con Morgan Freeman”. 

Morgan Freeman e il remake di Ben-Hur. "Roma e Cinecittà, i miei miti"

In arrivo il 29 settembre distribuito da Universal Pictures, il film di Bekmambetov è epico anche nella proporzione degli Studios: Paramount e Metro-Goldwyn Mayer fusi insieme. Tra i produttori esecutivi spicca la presidente di LighWorkers Media, Roma Downey, cresciuta in una famiglia di irlandesi cattolici. Assieme al marito, Mark Burnett, ha finanziato opere bibliche come Son of God, A.D. e The Bible per History Channel. Variety la considera una delle 100 donne più potenti di Hollywood: “Al Vaticano, Ben-Hur con Charlton Heston era piaciuto - racconta - tanto da riconoscerlo pellicola di valore religioso. Nel nostro caso, i produttori hanno lavorato mano nella mano con la Chiesa fin dall’inizio. Negli Stati Uniti stiamo mostrando Ben-Hur a cardinali e arcivescovi e tutti supportano il film. Circola infatti una lettera ufficiale, spedita ai vescovi d’America, nella quale parrocchie e comunità di credenti sono incoraggiate a proiettare il kolossal (in Ben-Hur compare anche Gesù, interpretato dal brasiliano Rodrigo Santoro, ndr.)”. La fede - ammette Roma Downey - non si perde ma la linea sì: “Girare a Cinecittà, Gravina in Puglia e Matera ha messo a dura prova le forme di tutti. Il vostro cibo è irrinunciabile!”. Sul fronte generazionale, aggiunge: “Il film del ’59 era troppo lungo, quasi quattro ore; volevamo rendere il personaggio di Giuda più vicino ai giovani di oggi. Lo script di John Ridley, vincitore dell’Oscar per 12 anni schiavo, parla di perdono e riconciliazione, temi che in un mondo così confuso possono aiutare il pubblico a ritrovare un po’ di fede. Il mio motto è: nelle avversità vale la pena accendere una candela, compiere una buona azione, seppur piccola, anziché lamentarsi e basta”. 

“Mi accorgo che, oltre ad invecchiare e a diventare più saggio, accetto sempre più spesso ruoli dove è la purezza a dominare” dice Morgan Freeman. Qui interpreta Ilderim, uno sceicco che presidia una comune desertica e cerca di far soldi con le corse di bighe, ornato di dread alla Bob Marley. Diventerà il mentore di Judah Ben Hur e gli insegnerà a pilotare una carrozza spedita a tutta birra nell'arena. "Il mio mito sono sempre state Roma e Cinecittà, lo Studio che ha saputo consegnare alla storia icone della settima arte come Marcello Mastroianni, Sophia Loren e Ladri di biciclette di Vittorio De Sica" sorride. "Amo la vostra lingua, il cinema per me è un esercizio di studio: attraverso la musicalità dei dialoghi su grande schermo, con l'aiuto dei sottotitoli, ora posso parlare perfettamente italiano. O almeno provo a riprodurne il suono".

'Ben Hur' torna sul grande schermo. Sulla biga c'è Jack Huston

A Jack Houston (33 anni, inglese, nipote di Anjelica e Danny Houston) il compito di traghettare i teenager al cinema diventando Judah Ben-Hur, ricco principe di Gerusalemme ridotto in schiavitù da Messala Severus (Toby Kebbell), amico d'infanzia e comandante delle legioni. “Mi ero già allenato con il film tv Spartaco - il gladiatore, esperienza meravigliosa, un omaggio al mio mito: Kirk Douglas” racconta Houston. “Il teatro in Inghilterra è stato il vero imprinting, un trampolino, supportato dalla mia famiglia che ha una certa esperienza nel cinema (ride, ndr.). Gli zii mi hanno detto: fai la tua strada, devi trovare i ruoli adatti a te, e per qualsiasi consiglio chiedi pure. Senza aspettarti favori o pacche sulla schiena”.

Con il Ben-Hur del 2016 “ho avuto anche la fortuna di recitare negli stessi luoghi in cui Fellini girava i suoi film a Roma. Che buffo: Cinecittà non sembra al passo coi tempi, è rimasta ibernata in una dimensione atemporale tutta sua, ma non lo dico con tono di polemica, trovo che sia tutto magico. Tra una pausa e l’altra mi sembrava di scorgere il fantasma di mio nonno che girò proprio tra Roma e Sicilia The Bible: In the Beginning, nel 1966, guidato dal mitico Dino De Laurentiis”.