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CINEMA

Gus Van Sant: "Dopo 'Milk' ora porto le battaglie lgbt in tv"

Il regista è a Torino per una mostra sui suoi lavori. E sull'America che si prepara al nuovo Presidente dice: "Trump sarebbe una calamità distruttiva"

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TORINO - Non poteva mancare Gus Van Sant nel coro giustamente preoccupato degli artisti americani che paventano l'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti: "Come mi sento? Sono spiazzato, inquieto, spaventato. Sarebbe una calamità distruttiva, e non solo per noi americani: perchè il mondo è oggi una reatà complessa, dagli equilibri fragili, non voglio pensare a cosa potrebbe portare il suo successo. Bisognerebbe potersi svegliare, come da un sogno, e scoprire che in fondo lui non è poi così male. Ma non è vero: così questa cosa non deve accadere. Mio padre pensa sia impossibile che prevalga lui, ma finché non arriviamo a quei giorni finali, nessuno può esserne certo, qualunque previsione è impossibile".
Il regista americano, Palma d'oro a Cannes 2003 grazie a Elephant, film ispirato alla strage nel liceo americano di Columbine, è a Torino dove il Museo del Cinema espone alla Mole Antonelliana ("un luogo che mi ha molto impressionato", ha commentato sorridento Van Sant, "sembra una location di Tim Burton, tipo Willi Wonka e la fabbrica del cioccolato") un'ampia mostra realizzata in collaborazione con la Cinémathèque Francaise di Parigi (rappresentata a Torino dal curatore Mathieu Orlean) di notevole interesse che documenta, accanto all'attività di Van Sant cineasta - vengono riproposti i sedici film che ha girato, da Mala noche (1985) a La foresta dei sogni (2015) e alcuni corti inediti degli anni 70, di ispirazione beat, dove appare un vero guru di quel movimento William Burroughs - le prove del suo talento in altri campi dell’espressione artistica, dalla fotografia alla pittura, cui si è dedicato anche in tempi molto recenti con eccellenti esiti neo-pop, dal disegno alla musica, come compositore e regista di video, per esempio per i Red Hot Chili Peppers.

A 'Icone' tutto Gus Van Sant in mostra


Van Sant, che nella generale sorpresa ha chiesto di andare allo Juventus Stadium a vedere la partita Italia-Spagna, ha terminato le riprese di When We Rise, una miniserie di 8 ore prodotta dalla rete tv Abc che dovrebbe andare in onda nel prissmo inverno ("sempre che Trump non vinca e ne blocchi la trasmissione", scherza ma non del tutto): riprende i temi del suo Milk, che fece vincere a Sean Penn l'Oscar al miglior attore nel 2008, cioè la battaglia dei gay americani per vedere riconosciuti i loro diritti. "Stavolta lo racconto attraverso tre personaggi, Cleve e Ken Jones e Roma Guy, tre attivisti lgbt che dai primi anni Settanta ad oggi, poco dopo la rivolta di Stonewall, si sono battuti, come Milk, a San Francisco, per i diritti degli omosessuali e delle donne, e anche per la pace. Sono personaggi reali, infatti hanno collaborato con noi venendo sul set e aiutandoci a mettere in scena questa lunga storia. Non ci crederete, ma per fare questo lavoro, dato che mai avevo visto una serie tv in vita mia, ho scoperto un mondo, che mi ha colpito per la qualità della narrazione e la forza dei temi, molti politici, che vengono trattati. Per esempio in Transparent». Alla domanda se ha coniato un suo specifico stile televisivo, osserva che stavolta ha fatto solo il regista e non anche lo sceneggiatore (lo script è tutto di Lance Black suo partner già in Milk) ed è stata la lunghezza e la complessità del racconto a determinare in qualche modo lo stile, perché la materia è stata divisa in decenni, scanditi in blocchi di due ore ciascuno.

Ora comunque potrà dedicarsi al suo nuovo progetto, un film su John Callahan, fumettista disabile di Portland, Oregon, la città dove Van Sant vive da molti anni (è nato però nel 1952 a Louisville, Kentucky). "Era un bravissimo cartoonist, ed è stato un grande amico, mi ha accompagnato per una gran parte della vita. Il progetto l'ho "ereditato" in verità da Robin Williams, un altro amico morto da poco, due anni fa (che grazie a Gus nel 1997 vinse l'Oscar al miglior interprete per Will Hunting - Genio ribelle): aveva comprato i diritti del suo libro, poi mi ha passato il testimone". A proposito di interpretazione, lei si considera un regista che forma gli attori, viste le statuette che vincono nei suoi film? "No, no direi, al contrario sul set mi piace più catturare i comportamenti liberi degli attori, il loro modo di muoversi, non mi piace che recitino secondo direttive precise. Non voglio controllarli, preferisco che entrino nei ruoli con la loro sensibilità. E a volte, quando mi capita di lavorare con interpreti che fanno molto teatro, spesso con registi molto rigidi che li guidano scavando con la loro sensibilità nelle pieghe psicologiche dei personaggi, mi pare d’essere come un po' mancante. Però è pure vero che a teatro si vedono interpretazioni, soprattutto registiche, competamente sbagliate. Mi è successo di recente con Aspettando Godot di Samuel Beckett. Non c’era un gesto, un tempo che funzionava".   

Gus Van Sant, "cineasta capace di stare dentro e fuori l’industria e il meanstream, di lavorare da indipendente o a Hollywood, di rivolgersi a un pubblico vasto, di massa ma anche più contenuto, di nicchia, e che da sempre analizza personaggi ai margini della società, dropout come prostitute, tossici, semplici "disadattati", così lo ha introdotto il direttore del Museo del cinema, Alberto Barbera, è però anche un vero attivista dei diritti civili, e un osservatore attento ai problemi, ai traumi dell'America. Su un altro tema scottante, come la violenza della polizia nelle metropoli del suo paese, osserva "Al netto degli aspetti razziali, che sono ovviamente fondamentali, mi pare ci siano due osservazioni da fare, che mi vengono anche dalla mia esperienza a Portland. Fino al 2000 la polizia era composta, nelle diverse città, soprattuto da uomini e donne nati e vissuti lì, che conoscevano i problemi e sapevano come comportarsi. Negli ultimi 10-15 anni la situazione è molto cambiata, in strada vanno agenti che arrivano da tutto il paese, piuttosto spaesati e con l’unica missione di riportare l’ordine al più presto. E in più con un grado di allerta e aggressività molto elevati, quasi da prima linea, da Iraq. C'è più militarizzazione e spersonalizzazione nelle forze che lo stato manda in piazza: subito ti apostrofano, ti aggrediscono".

L'attualità rimbalza un altro tema caldo, gli scandali di Yahoo e dei social network, le milioni di mail finite in mano alla Security americana senza consensi degli interessati. Lei che rapporto ha con i social network, con il mondo digitale. Pensa che la nostra privacy sia un po’ limitata da tutto questo? "Forse sì, siamo un po' meno liberi in questo senso. Io in verità Facebook e Instagram li uso poco, sono strumenti di una generazione diversa dalla mia, e su Twitter, che tutti i ragazzi usano per mostrarsi, esibirsi - ne hanno diritto, credo - non ci sono proprio. Però questo mi è costato un bel po' di critiche. La gente dice, e forse un po' è vero, che se non continui a ripetere ossessivamente che esisti, non esisti. Ma, come regista, ho la speranza di esistere nei lavori che faccio, voglio che vedano i miei film, non me stesso su Internet. In fondo, una persona un po’ pubblica lo sono da anni, non ho problemi di scarsa esposizione, anzi. E davvero mi deprime quando mi dicono che se uno cita Ginsberg o Borroughs deve mettere subito il link a Wikipedia perché nessuno sa chi sono. Non parliamo di oscuri scrittori del Cinquecento”.