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'Elstree 1976', la vita dietro le maschere di Star Wars

Nel documentario di Jon Spira parlano i protagonisti 'sconosciuti' della saga cinematografica svelando i retroscena del set e i veri volti di coloro che erano nascosti dietro le celebri corazze degli stormtrooper imperiali: "Pensavamo fosse una pellicola qualsiasi"

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Racconta Dave (Dart Fener), due metri di altezza, culturista e Mister Universo mancato nel lontano 1960, classe 1935, quarant'anni dopo il primo episodio del più grande e inesauribile blockbuster della storia del cinema: “Ancora oggi, è la mia principale fonte di reddito”. Profetizza a colpo sicuro Paul: “In vita mia ho recitato, per dirne due, nel Macbeth di Shakespeare e ne La ricerca del tempo perduto di Proust. Ma sulla mia tomba ci sarà scritto “Qui giace Greedo”.

Ricordano come all'unisono i protagonisti di Elstree 1976 di Jon Spira (dal nome degli studi dove fu girato), un docufilm distribuito da Wanted Cinema (in collaborazione con Sky Arte HD) che abbiamo visto in anteprima e che sarà l’evento speciale nelle sale The Space e Uci Cinemas mercoledì 16 novembre: “No, non ci saremmo mai aspettati questo trionfo. Non ci sembrava nulla di speciale. Pensavamo fosse una pellicola qualsiasi, interessante e innovativa certo, ma di genere. Nulla di hollywoodiano o trascendentale insomma. Tra l'altro, eravamo convinti che sarebbe stato trasmesso solo in tv...”.

'Elstree 1976', il doc sul dietro le quinte della saga 'Star Wars'

Si calcola che un quarto del pianeta, una platea mostruosa di due miliardi di persone abbia visto Star Wars. L’atto inaugurale del 1977, o uno degli infiniti sequel e prequel della saga delle saghe. Senza contare la girandola di spin-off con cadenza annuale in arrivo. Il merchandising senza fondo. La colonizzazione trasversale dell’immaginario collettivo di più generazioni. La rivoluzione nel comune modo di intendere la fantascienza in tempi post-industriali. I migliori effetti speciali possibili in un evo ancora analogico. I romanzi e i fumetti, i videogiochi e i giochi di ruolo, gli adattamenti in 3D e per il piccolo schermo. Le riletture in senso religioso delle realtà parallele di George Lucas. La nascita del culto delle Guerre Stellari proprio mentre quella Fredda, combattuta tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica su questa terra, si avvicinava al capolinea.

Quarant'anni fa, in uno studio dalle parti di  Londra, un esercito di attori alle prime armi si riuniva per interpretare ruoli sostanzialmente  minori in un misterioso film fantascientifico fatto di druidi, cloni, yedi e universi espansi. Centinaia di comparse, quasi sempre nascoste alla vista non cinefila da maschere di plastica e caschi di gomma. Si girava Star Wars, e quel film avrebbe trasformato per sempre l’esistenza dell'intero cast coinvolto. Il mito, come ogni mito che si rispetti, imbarcò infatti tutti i partecipanti indistintamente. Elstree 1976 dà conto del percorso successivo e del destino di dieci reduci del miracolo cinematografico di Lucas. Personaggi tra i molteplici  del suo formidabile  ingranaggio intergalattico, 60-80enni sopravvissuti e anzi vissuti almeno tre volte: prima sul set del campione di incassi, poi come figurine, giocattoli ed eroi da console elettronica, infine grazie alle convention a tema capaci di radunare anche trentamila persone alla volta. Confida Derek (lo si intravedeva nella parte finale del primissimo Guerre Stellari, Una nuova speranza): “Ho sofferto di terribili depressioni. Se oggi sto bene, è anche grazie a questi raduni colossali in cui i fan mi riconoscono, mi chiedono un  autografo...”.

Happening dove però non mancano gli impostori, i contrabbandieri di posticce  credenziali cine-spaziali, i falsi druidi che si imbucano con la vecchia speranza di macinare soldi facili. Garrick, dal Canada, avrebbe potuto benissimo lavorare a teatro o per il cinema a New York. Invece scelse Londra. Lì il provino con George Lucas, laconico e sfuggente: “Mi diede un bel 7, quindi, ma lo capii solo dopo, il ruolo di Rosso 3”. Anthony, figlio di musicisti che alla musica è tornato, sia pure nei panni del produttore, giunse come tanti suoi coetanei dell'epoca nella capitale inglese. Destinazione Soho. C'era un cartello con la scritta “Casting”: “Imboccai la direzione della freccia. Con Lucas parlai per un po’. Di tutto, fuorché del film”.

John, figlio di ingegneri allergici alle tavole del palcoscenico, se c'è una cosa che ricorda vividamente e pungentemente di quelle settimane di riprese, sono gli odori: “Tutto era realizzato in plastica, in Perspex”. Ancora Derek: “Che set. Fu come essere traghettati in un'altra dimensione”. Paul (Greedo): “Camminavamo dentro questo set enorme e pieno di sabbia. Intuii che stavo partecipando a un progetto davvero  ambizioso. Mi dissi: “forse non sarà così tremendo come al solito”. Chiesi a Lucas lumi sul mio personaggio di alieno, e lui: “interpretalo, recita, come fanno nei film”. Angus è rimasto il ragazzo della working class che era, con la testa ben piantata sopra le nuvole: “C'erano circa centocinquanta tizi con le uniformi da Stormtrooper, tutti allineati come militari. “Cosa diavolo sta succedendo”, mi domandai incredulo. E io sono sempre stato un appassionato di fantascienza. Quello era per me il nirvana, nulla sembrava  finto”. E che la forza sia sempre con voi, cari Elstree Boys.