Spettacoli

CINEMA

Ozpetek: "Racconto Istanbul tra i ricordi di ieri i cambiamenti di oggi"

Il regista turco torna a girare nella sua città vent'anni dopo aver esordito. Con 'Rosso Istanbul' racconta un paese in profonda trasformazione: "Non volevo fare un film politico ma raccontare l'umore della gente"

2 minuti di lettura
La grande villa sul Bosforo è una yali del tutto simile a quella dove passava le estati di bambino, tutti i mobili coperti dai lenzuoli pronti ad essere valutati dall'antiquario è un ricordo indelebile prima del trasloco dalla casa di famiglia, le cornici antiche sulla scrivania del protagonista contengono le foto dei suoi familiari, sulle mensole ci sono i suoi premi vinti. Rosso Istanbul (nelle sale dal 2 marzo) è un film molto personale per Ferzan Ozpetek ("ma ci sono parti di me in ogni film"), certo è che la storia di uno scrittore che torna in Turchia vent'anni dopo che l'ha lasciata per aiutare un regista a scrivere il suo primo romanzo ha molto in comune con il suo vissuto. Nel cartello iniziale si legge una data, 13 maggio 2016, "ho scelto di metterla da un lato per motivi biografici e sentimentali: esattamente venti anni prima davo il ciak del mio primo film Il bagno turco e dall'altra per far capire allo spettatore che il film racconta un determinato momento storico per la città, che è in continuo movimento e cambiamento e oggi non è già più quella di un anno fa".

Ozpetek: "Mia madre, Istanbul e le unioni civili"

Il film è liberamente ispirato al suo romanzo omonimo, ma il regista ha voluto "superare il libro" e andare in un'altra direzione. Così il film è un vagabondare per una città stravolta dalle trivelle, divisa tra immagini poetiche di scorci sul mare con i gabbiani che attraversano il cielo e rumori assordanti dei lavori in corso, tra il canto del muezzin e le campane delle chiese: lì l'editor Orhan cerca i frammenti della città che conosceva, un po' come ha fatto il regista. "Io però non sono stato vent'anni lontano da Istanbul, sebbene il mio ultimo film girato in Turchia è Harem Suaré dell'88 io sono sempre tornato. Mi interessava riuscire a rendere l'atmosfera che c'è oggi, sarebbe stato facile per me mettere una sequenza in cui si vedeva uno scontro tra i manifestanti e la polizia ma non volevo fare un film dichiaratamente politico. Ho preferito inserire degli elementi, come la manifestazione delle madri del sabato che chiedono notizie dei loro figli, che stando in secondo piano lavorano nello spettatore e in qualche modo riemergono anche il giorno dopo la visione".
Orhan finisce per entrare nelle vite degli amici e dei familiari del regista che sono anche i personaggi del romanzo che sta scrivendo in un confondersi tra vita e finzione dove anche la sua stessa identità viene messa in crisi. "Il mio ritorno non è solo frutto di nostalgia ma del voler raccontare persone e realtà che ho paura a breve non ci saranno più. Fa impressione pensare alla Turchia, un paese dove le donne hanno conquistato voto e bikini ben prima dell'Italia, dove oggi si da il via libera al velo islamico nelle forze armate, nelle scuole, negli atenei, nel servizio civile e nella polizia".