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Stanley Tucci racconta Alberto Giacometti: "Un artista senza regole"

Nelle sale l'8 febbraio il biopic dedicato allo scultore, pittore e incisore svizzero. Il racconto dell'artista in diciotto giorni, quelli che Giacometti impiegò per realizzare il ritratto di un attraente critico d'arte americano, interpretato da Armie Hammer

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Stanley Tucci per venticinque anni ha tenuto in tasca un libro, Un ritratto di Giacometti di James Lord, che alla fine è riuscito a trasformare in un film, il suo quinto da regista The final portrait-L'arte di essere amici. "Era semplicemente il libro perfetto sul racconto creativo", spiega con la voce calma e l’ironia garbata. Nel film, in sala l'8 febbraio (per BIM), Geoffrey Rush è il Giacometti che ti aspetti, la quintessenza dell’artista scapigliato e sregolato, nuvole di fumo e personalità borderline. Armie Hammer (anche nel film di Luca Guadagnino all'Oscar) l'attraente e ambizioso James Lord, critico d'arte americano che di passaggio a Parigi nel 1964, accetta di fare da modello al vecchio amico. In teoria uno schizzo da buttar giù in un paio d'ore. In realtà una partita giocata in diciotto giorni: uno disegna, cancella, ricomincia, in preda all’ansia di non poter ritrarre il modello così come lo vede, l'altro rinvia la partenza, prende note e scatta foto. Il risultato finale è doppio: un quadro da 20 milioni di dollari e un diario diventato best seller.

'Final Portrait', Giacometti raccontato da Stanley Tucci


Ha scelto di raccontare Giacometti in 18 giorni.
"Il libro di Lord aveva una struttura specifica; non il classico biopic che non mi piace. Trovo assurdo condensare la vita di qualcuno ammucchiando sette otto episodi in due ore. Volevo invece entrare nello spaccato della vita di Giacometti, nelle sue relazioni delicate, tra moglie e amante, nella sua caotica quotidianità, nei dubbi e nelle pause. In genere nei biopic si saltano le passeggiate, i piccoli dettagli quotidiani. Nella vita io non fotografo nè filmo le feste, i compleanni. Preferisco ritrarre i miei figli quando mangiano, o giocano o ti parlano. Per me l'essenza della vita è nel durante".

Non era facile raccontarlo nella sua eccentricità evitando la caricatura
"Ci siamo riusciti essendo fedeli a Giacometti, come lui lo era rispetto alla sua arte. Era inclassificabile, dal punto di vista artistico e umano. Rifiutava ogni regola e per questo ruppe con i surrealisti per tornare al figurativo. Aveva uno sguardo personale, classico e al tempo stesso moderno. E solo Geoffrey Rush poteva rendere tutto questo. Sono felice anche di Hammer, e di Tony Shalhoub, il fratello di Giacometti, la moglie Sylvie Testud, l'amante Clemence Poesy…"

Avete riprodotto lo studio e anche le sue opere
"C'erano molti filmati del suo studio, lo abbiamo ricostruito a Londra anche perché non avevamo i soldi per girare a Parigi. Quanto alle sue opere, ci siamo rivolti alla sua Fondazione: all'inizio erano preoccupati che realizzassimo copie, poi però ci hanno sostenuto. Abbiamo lavorato con pochi soldi e pochi giorni".


Si identifica nel tormento del processo creativo di Giacometti?
"Senza dubbio. Anche se non sono un artista del suo calibro lo capisco, come molte persone che si esprimono nell’arte. Per questo il libro ha avuto così tanto successo. Noi attori facciamo film diversi per motivi diversi. A volte perché hai bisogno di soldi, altre per il regista, l’attrice, il ruolo, il luogo. A volte devi fare un lungo processo di ricerca, a volti trovi il personaggio nelle pagine del copione, sai già cosa fare".

Lei è un amante dell’arte e un collezionista. Quanto l'ha influenzata suo padre?
"Molto. Ho speso molta della mia giovinezza nei musei. Mio padre insegnava arte, parlava d’arte, dipingeva. Abbiamo vissuto un anno a Firenze quando avevo dodici anni e lui studiava all'Accademia, disegno figurativo e scultura. Io e mia sorella eravamo usati come modelli, una cosa noiosa ma anche interessante. Il tempo e lo spazio cambiano, tu guardi a qualcuno che pensi di conoscere bene e lo vedi con uno sguardo diverso e ciascuno vede nell’altro cose che non aveva notato prima. E anche io ho preso azioni di disegno quando ero un attore semi disoccupato, spendevo il tempo tra le gallerie. Disegno ancora, ritratti e astratti, facce. Mi piace, mi rilassa e il tempo vola. È come andare a pesca".

Ma la recitazione viene prima.
"In realtà nasce dall'osservazione di ciò che hai intorno, mio padre mi stimolava a esplorare, capire, interpretare. Già alle elementari avevo capito partecipando a uno spettacolo, che mi sentivo più a mio agio sul palco che altrove".

Da sua madre ha preso invece la passione per il cibo che era al centro del suo primo film da regista, 'Big night'.
"Dai miei genitori ho preso la mia italianità. Sono nato in America ma mi sono sempre sentito italiano. Mia madre ha scritto un libro di ricette per il ristorante di Big Night, poi io ne ho scritti due. Non ho studiato, semplicemente invento. E più invecchio più mi sale la passone. Le mie specialità sono il risotto con i funghi e la cotoletta alla milanese, con l’olio d'oliva e non il burro sennò diventano unte. Beh forse giusto un pizzico. I miei figli ne vanno pazzi, con la rucola i pomodorini il basilico e il limone. Già all'ora di colazione chiedono, ma che c’è per cena?".