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'Testimoni', la trilogia di Costa Fam per ricordare: "Una tragedia universale"

Tre cortometraggi 'muti', 'Scarpette', 'Bruto' e 'Violino', rappresentano il primo progetto cinematografico nell’ex Urss dedicato al genocidio degli ebrei. Realizzati nell'arco di sette anni, verranno proiettati oggi in anteprima a Mosca in occasione della 'Giornata della memoria'

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MOSCA - L’Olocausto raccontato dal punto di vista di spettatori inanimati o senza parola. Un paio di scarpe, un cane pastore tedesco e un violino. Sono i protagonisti muti di Testimoni di Konstantin Fam, alias Costa Fam, il primo progetto cinematografico nell’ex Urss dedicato al genocidio degli ebrei che verrà presentato oggi in anteprima a Mosca in occasione della Giornata della memoria. È una trilogia che raccoglie tre cortometraggi. In Scarpette, storia di un paio di scarpe rosse dalla vetrina fino al campo di concentramento di Auschwitz, vincitrice di numerosi premi, tra cui l’italiano Gran Prix al Video Festival Imperia, non c’è né un volto né un dialogo. Bruto, da una novella dello scrittore ceco Ludvik Ashkenazy, racconta il massacro dal punto di vista di un innocuo pastore tedesco che viene separato dalla sua padrona ebrea e addestrato come feroce cane da guardia di un lager. Il terzo episodio, ispirato alla storia vera dell’orchestra di ebrei del campo di concentramento Janowska, ripercorre i cent’anni di un violino: da un negozio di strumenti musicali allo sterminio sino a un concerto davanti al Muro del Pianto.

'Testimoni', la trilogia di Konstantin Fam sull'Olocausto: il trailer di 'Scarpette'


Konstantin Fam, perché ha scelto questi punti di vista inusuali per raccontare una delle pagine più dolorose della nostra Storia?
“È stata un’illuminazione. Sono figlio di padre vietnamita, eroe della resistenza antiamericana, e madre ebrea. Da un lato e dall’altro, ho parenti morti in una guerra. Se dal lato paterno sono riuscito a ricostruire le storie dei miei parenti scomparsi, dal lato materno non ho neppure una fotografia, neppure una tomba da visitare. Quando sono stato ad Auschwitz per la prima volta e mi sono trovato davanti alla vetrina dove sono esposte le scarpe dei detenuti (si commuove, ndr), ho pensato che non sarei mai riuscito ad andarmene. Solo lì puoi capire quanto sia stata universale la tragedia dell’Olocausto. Dopo un paio d’anni, era l’8 maggio 2011, un amico in viaggio in Europa mi ha chiamato dicendomi di trovarsi davanti alla vetrina di un negozio con esposto un paio di scarpe uguale a quelle viste ad Auschwitz. Non ho dormito. La mattina dopo avevo già in testa la sceneggiatura. Un anno dopo usciva Scarpette: 18 minuti girati in cinque Paesi diversi. Quel paio di scarpe è diventato la chiave per rispondere alle domande sui miei parenti scomparsi. È comprensibile a qualsiasi persona in qualsiasi angolo del mondo. Simboleggia l’universalità di una tragedia che non ha un volto. È la storia di tutte le vittime sconosciute dello sterminio”.


Ci parli anche di Bruto e Violino. Qual è il loro messaggio?
“Bruto s’interroga su come una persona normale possa trasformarsi in carnefice e cedere al suo lato bestiale, su come sia possibile che in un’Europa civilizzata si sia finiti con lo sterminare un popolo. In Violino c’è una dose di autoidentificazione perché il protagonista ha perso le sue radici. Quando per caso ritrova lo strumento musicale, inizia a esplorare le sue origini che forse non voleva neppure conoscere a fondo. I nostri antenati potevano trovarsi su entrambi i lati delle barricate. Accanto ai discendenti di vittime ed eroi, ci sono i nipoti dei boia. Mia nonna bussò alle porte di tanti sconosciuti chiedendo riparo. La insultavano e non la lasciavano entrare. Morirono tutti, tranne due figli. Ma non riesco a condannare nessuno. Chi nascondeva gli ebrei, rischiava la vita. Posso capire perché molti non vollero mettere a rischio le vite dei propri figli invece di salvare quelle degli ebrei”.

È stato il primo nell’ex Urss a lanciare un progetto cinematografico sull’Olocausto. Perché altri registi prima di lei non avevano mai affrontato questo tema?
“Quando iniziai a girare Scarpette, molti mi dissero di lasciar perdere perché si trattava di un tema 'scottante'. Io rispondevo che questa era la storia della mia famiglia. L’Olocausto è una tragedia universale, ma dentro c’è quella di mia nonna. Io non ho dubbi: bisogna ricordare. Ogni anno, nel Giorno della memoria, bisogna parlare a una nuova generazione. Perché certi crimini non si ripetano più. Solo ricordando e conoscendo il proprio passato, si cuce la storia di un Paese. Oggi in Russia sono stati girati Paradiso di Andrej Konchalovskij o La guerra di Anna di Aleksej Fedorchenko. Girando Scarpette, abbiamo aperto un vaso”.


Perché tante resistenze? Forse perché l’Olocausto in Russia ricorda le purghe staliniane che invece il Paese tende a rimuovere?
“Se c’è censura è nella mente dei singoli. Sto lavorando a una sceneggiatura sulla vita di Vsevolod Mejerchold, il grande regista teatrale sovietico, allievo di Stanislavskij, caduto in disgrazia e condannato a morte nel 1940. Potrei già iniziare a lamentarmi che questo progetto verrà respinto. Invece mi dico che voglio farlo e che lo farò. Chi può impedirmi un domani di metterlo su YouTube? La censura è dentro le persone”.

Perché ha scelto la forma del cortometraggio?
“Lavoro a Testimoni da sette anni, una trilogia girata in otto Paesi diversi che ha coinvolto oltre mille persone. Credo che Violino sia il cortometraggio più costoso della storia. Sono stato preso in giro per aver investito così tanto in brevi film. Ma voglio procedere per passi. Inoltre credo che i cortometraggi siano il futuro del cinema. La gente avrà sempre meno tempo. Guarderà film di mezz’ora, pagherà meno il biglietto, ma la qualità non sarà minore. Anche trenta minuti possono avere una potente carica emotiva”.