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'Il clan dei ricciai', quando il lavoro è riscatto: "È l'ultima spiaggia per gli ex detenuti”

Pietro Mereu porta al Biografilm Festival di Bologna la storia dell'ex boss Gesuino e dei suoi uomini addetti, a Cagliari, alla raccolta dei ricci: "Mi hanno dato regole precise: non entri a casa nostra, non parli con le nostre donne, hai dieci giorni per girare tutto". Colonna sonora: le 'canzoni della malavita' di Joe Perrino, vera e proria star in Sardegna

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Gesuino è alto 1 metro e 60 e pesa 86 chili. È un boss. Ha scelto personalmente i membri del suo clan: Massimo è il suo braccio destro, ha scontato sei anni per associazione a delinquere. A Milano rubava Ferrari, Maserati, Porche e poi organizzava gare clandestine di auto. Andrea ha 58 anni, 14 li ha passati in carcere. Il suo corpo è completamente segnato dai tatuaggi fatti durante la detenzione e dai tagli che si è procurato con le lamette, sempre in cella. Poi c’è Bruno, che è suo cugino e Simone che è il più giovane di tutti, ma ha già scontato quattro mesi ai domiciliari. Per i loro interventi salgono su un gommone e indossano sempre una tuta nera e una maschera in viso che gli lascia scoperti solo gli occhi. Gesuino, Andrea, Massimo, Bruno e Simone fanno parte del clan dei ricciai: la loro missione, a Cagliari, dove vivono, è la pesca dei ricci.

'Il clan dei ricciai' al Biografilm la storia dei "lupi di mare" di Cagliari


A raccontare la storia di questo gruppo di ex detenuti che cercano riscatto reinventandosi pescatori è il documentario diretto da Pietro Mereu, Il clan dei ricciai, presentato in anteprima a Bologna a Biografilm Festival (14-21 giugno). Gesuino Banchero ha 58 anni e da 38 fa questo lavoro (dopo aver scontato pure lui la sua pena), ha anche un chiosco per la vendita dei ricci e un banco al mercato di San Benedetto, a Cagliari. “Si è preso l’incarico di scegliere come lavoratori gente uscita dal carcere”, racconta il regista, Mereu. È “l’ultima spiaggia per chi ha avuto problemi con la legge”, dice Gesuino nel film. Ma la pesca dei ricci, in Sardegna, è un’attività antichissima che sono rimasti in pochi a praticare e questi pochi si spartiscono le zone di pesca con vere faide. Così, in una via di mezzo tra scontri tra pirati e battaglie western, non è raro che tra i clan delle province dell’isola finisca a botte.

“Con gli oristanesi i cagliaritani si sono massacrati – continua Mereu, originario dell’Ogliastra – sparatorie, gommoni incendiati, ruote dei camion bruciate, scazzottate”. Oltre alle regole non scritte dei clan ci sono poi quelle ufficiali: “I quantitativi di ricci che è possibile pescare, il periodo in cui si possono prendere”. Molti pescatori, però, hanno barche con sottofondi e se il limite di ricci che si possono prendere è, ad esempio, mille loro ne pescano cinquemila. C’è poi chi riporta a galla datteri, cosa che è illegale, per non parlare di reperti romani. “Non è facile smettere di delinquere in certi ambienti”. Molti pescano con le bombe, Mereu avrebbe voluto riprendere quella scena. “L'ho proposto a uno dei personaggi – racconta – mi ha risposto che le bombe fanno colonne d’acqua di trenta metri, la capitaneria di porto sarebbe arrivata immediatamente”. Eppure alcuni ricciai ancora oggi fanno così, utilizzando la dinamite rubata nelle miniere.

Joe Perrino è un altro protagonista del film, non è un ricciaio né un ex detenuto, anche se a sentirlo raccontare quelle storie della sua città, tantissimi pensano che lo sia. Joe non solo a Cagliari, in tutta la Sardegna è una star: è un cantante e le sue Canzoni di malavita sono state utilizzate per la colonna sonora de Il clan dei ricciai. “I miei pezzi sono un racconto romantico della malavita” dice Joe, capelli lunghi, barba incolta, occhi segnati con una matita nera, collana, bracciali e diversi anelli addosso. “Raccontano una malavita che non esiste più: non ci sono più regole o scale gerarchiche oggi”. Oggi, nel suo quartiere Castello, un tempo il cuore della malavita di Cagliari, “ci sono solo ragazzini imbottiti di droga”. I ricciai, invece, lui li conosce bene e pure quel lavoro: “I ricci si raccolgono nei mesi dell’anno che finiscono con -bre, da settembre a dicembre”. Quindi d'inverno, e immergersi in acqua, tutti i giorni in inverno, è un lavoro durissimo. "Finisci col vomitare catarro” dice Perrino. C'è però un’epica, tra i membri del clan c’è una sorta di fierezza nell’affrontare quel lavoro e poi a chi ha vissuto il carcere sembra tutto più sopportabile. Il film di Mereu è anche un film di denuncia: il racconto della pesca dei ricci si alterna a quello degli anni passati in carcere: parlando 'su casanzinu', il gergo del carcere cagliaritano, gli ex detenuti ricordano la violenza dei compagni di stanza e delle guardie, i codici di rispetto che oggi non si applicano più e mostrano il corpo coperto da tatuaggi, quelli fatti in cella a rendere indelebili certi desideri. E poi si concedono al racconto delle storie più private: Andrea, ad esempio, è autolesionista, usa le lamette per tagliarsi e vorrebbe solo riavere i figli dei quali gli è stata tolta la patria podestà. Massimo ci ha provato ad avere una vita normale, voleva diventare un carabiniere, ma non ci è mai riuscito a causa dei precedenti dei suoi genitori. Stessa storia quando ha provato a entrare nei vigili del fuoco. Allora ha fatto lo scafista per anni, trasportando armi.
Non è stato facile per Pietro Mereu conquistare la fiducia di questi uomini al punto che si aprissero a raccontare le loro vite: “Mi hanno dato delle regole precise – dice il regista – non entri a casa nostra e non parli con le nostre donne, le nostre famiglie. E poi ti diamo dieci giorni di tempo per fare tutto. Se vuoi girare il film queste sono le condizioni”. Mereu il film non solo l’ha voluto girare, ma sta già pensando allo spin off de Il clan dei ricciai, una serie tv su musica e malavita. Certo, impegni di Joe permettendo: “Ora sta per uscire il terzo disco di Canzoni di malavita e in progetto ho un altro album, Canzoni d’amore a mano armata: non vi fate ingannare dal titolo, saranno pezzi dolcissimi”.