'Il clan dei ricciai' al Biografilm la storia dei "lupi di mare" di Cagliari
A raccontare la storia di questo gruppo di ex detenuti che cercano riscatto reinventandosi pescatori è il documentario diretto da Pietro Mereu, Il clan dei ricciai, presentato in anteprima a Bologna a Biografilm Festival (14-21 giugno). Gesuino Banchero ha 58 anni e da 38 fa questo lavoro (dopo aver scontato pure lui la sua pena), ha anche un chiosco per la vendita dei ricci e un banco al mercato di San Benedetto, a Cagliari. “Si è preso l’incarico di scegliere come lavoratori gente uscita dal carcere”, racconta il regista, Mereu. È “l’ultima spiaggia per chi ha avuto problemi con la legge”, dice Gesuino nel film. Ma la pesca dei ricci, in Sardegna, è un’attività antichissima che sono rimasti in pochi a praticare e questi pochi si spartiscono le zone di pesca con vere faide. Così, in una via di mezzo tra scontri tra pirati e battaglie western, non è raro che tra i clan delle province dell’isola finisca a botte.
“Con gli oristanesi i cagliaritani si sono massacrati – continua Mereu, originario dell’Ogliastra – sparatorie, gommoni incendiati, ruote dei camion bruciate, scazzottate”. Oltre alle regole non scritte dei clan ci sono poi quelle ufficiali: “I quantitativi di ricci che è possibile pescare, il periodo in cui si possono prendere”. Molti pescatori, però, hanno barche con sottofondi e se il limite di ricci che si possono prendere è, ad esempio, mille loro ne pescano cinquemila. C’è poi chi riporta a galla datteri, cosa che è illegale, per non parlare di reperti romani. “Non è facile smettere di delinquere in certi ambienti”. Molti pescano con le bombe, Mereu avrebbe voluto riprendere quella scena. “L'ho proposto a uno dei personaggi – racconta – mi ha risposto che le bombe fanno colonne d’acqua di trenta metri, la capitaneria di porto sarebbe arrivata immediatamente”. Eppure alcuni ricciai ancora oggi fanno così, utilizzando la dinamite rubata nelle miniere.
Joe Perrino è un altro protagonista del film, non è un ricciaio né un ex detenuto, anche se a sentirlo raccontare quelle storie della sua città, tantissimi pensano che lo sia. Joe non solo a Cagliari, in tutta la Sardegna è una star: è un cantante e le sue Canzoni di malavita sono state utilizzate per la colonna sonora de Il clan dei ricciai. “I miei pezzi sono un racconto romantico della malavita” dice Joe, capelli lunghi, barba incolta, occhi segnati con una matita nera, collana, bracciali e diversi anelli addosso. “Raccontano una malavita che non esiste più: non ci sono più regole o scale gerarchiche oggi”. Oggi, nel suo quartiere Castello, un tempo il cuore della malavita di Cagliari, “ci sono solo ragazzini imbottiti di droga”. I ricciai, invece, lui li conosce bene e pure quel lavoro: “I ricci si raccolgono nei mesi dell’anno che finiscono con -bre, da settembre a dicembre”.
'Il clan dei ricciai', un mestiere in via di estinzione in un film
Gesuino è un boss e ha scelto personalmente i membri del suo clan: Massimo, il suo braccio destro, ha scontato sei anni per associazione a delinquere. Andrea ha cinquantotto anni, quattordici li ha passati in carcere. Poi c’è Bruno, che è suo cugino, e Simone che è il più giovane di tutti, ma ha già scontato quattro mesi ai domiciliari. Per i loro interventi salgono su un gommone e indossano sempre una tuta nera e una maschera in viso che gli lascia scoperti solo gli occhi. Gesuino, Andrea, Massimo, Bruno e Simone fanno parte del clan dei ricciai: la loro missione, a Cagliari, dove vivono, è la pesca dei ricci. A raccontare la storia di questo gruppo di ex detenuti che cercano riscatto reinventandosi pescatori è il documentario diretto da Pietro Mereu, 'Il clan dei ricciai', presentato in anteprima a Bologna a Biografilm Festival (14-21 giugno). Joe Perrino, un altro protagonista del film, ha firmato le musiche del documentario. Perrino è una star non solo a Cagliari, ma in tutta la Sardegna: le sue 'Canzoni di Malavita' lo hanno portato in tour per l’intera l’isola