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'Il Re Leone' secondo Jon Favreau: "Anch'io ho sperimentato la perdita ma è sempre possibile trovare la gioia"

La nuova versione del classico Disney, diretta dal regista e attore newyorkese, porta di nuovo sullo schermo, in versione live action, le vicissitudini di Simba: "La sfida era trovare l’equilibrio tra la vecchia storia e la nuova tecnologia, che era poi quello che faceva tradizionalmente lo stesso Walt"

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Un ruggito da novecento copie: Il re leone ritorno al cinema di una nuova versione – non proprio live action ma lo sembra – del cartone animato del 1994. Forte di un mese di numeri record nel resto del mondo, un miliardo e 437miloni di dollari: “Questo film è fatto per il pubblico”, ci raccontava a Londra il regista Jon Favreau – che è anche attore, l’Happy Hogan della saga degli Avengers –, prendendosi una rivincita nei confronti di una critica che aveva accolto freddamente l’operazione – Rotten Tomatoes indica un gradimento al 52 per cento, meno del 57 raggiunto dall’Aladdin fracassone di Guy Ritchie – mentre aveva applaudito alla sua versione live di Il libro della giungla.

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Il film è accompagnato anche dal successo della colonna sonora e alle canzoni che in Italia sono affidate a Elisa e Marco Mengoni, che ha partecipato alla premiere a Los Angeles. “Ci siamo divertiti – racconta Favreau – è stato momento meraviglioso che temevo molto, era il banco di prova decisivo per un film molto difficile”. La difficoltà nel raccontare la storia di Simba e Mufasa, il figlio e il padre uniti dal cerchio della vita “era trovare l’equilibrio tra la vecchia storia e la nuova tecnologia, che era poi quello che faceva tradizionalmente lo stesso Walt Disney. La tecnologia ha raggiunto traguardi inimmaginabili: la sfida per me era farlo diventare un film che sembrasse live action, con animali in carne ed ossa”.  

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Se deve raccontare in quale fase del cerchio della vita si trova oggi il 52enne Favreau non ha dubbi “fino a non molto tempo fa continuavo a guardare Simba, a identificarmi nel giovane leone mentre oggi comprendo il sentimento di Mufasa, anche nella responsabilità verso i figli”. Uno dei motivi per cui il regista nato a Flushing, un quartiere del Queens, New York, è che “anch’io ho sperimentato presto la perdita, il lutto, quando ero davvero molto giovane è venuta a mancare la mia mamma (di leucemia ndr), so che fa parte del viaggio della vita sperimentare la morte, che succeda presto o tardi. Quello che amo nella storia di Simba che tu ne faccia esperienza presto o invece più tardi. Quello che amo di questa storia, e come succede in molte delle storie raccontate da Walt Disney è che malgrado i momenti difficili e disperanti, il dolore, le lacrime c’è sempre la possibilità continuare a vivere la propria vita sperimentando momenti di gioia e serenità. Questa storia contiene alcune delle scene più tristi nella storia del cinema, quando Simba perde suo padre ma è anche un film ricco di momenti di felicità è come stare sulle montagne russe, una meravigliosa metafora nel modo in cui guarda alla vita, profondo e personale”.

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Anche la carriera di attore e regista di Jon Favreau, che ha lavorato per molti registi tra cui Martin Scorsese, è stata altalenante, anche sul fronte della critica e non a caso racconta questo in Chef - La ricetta perfetta, il suo film più personale, storia di un cuoco distrutto dalla stroncatura di un critico che ricostruisce la sua vita e i suoi affetti. “Chef la cosa più lontana da una mega produzione come questa ed è un altro modo di mettere alla prova te stesso, qui fai parte di una squadra gigante e quello invece era un film piccolo che ho scritto e diretto che mi appartiene personalmente moltissimo, è la metafora del processo creativo, dell’importanza della cultura del cibo, e del cinema, e ho continuato a insegnare e parlare di cucina in uno show di Netflix perché mi piace moltissimo. Crescendo ed essendo diventato padre ho iniziato a capire sempre di più qualcosa che magari per voi italiani sembra ovvio: a godere della cultura del cibo, della preparazione e soprattutto la condivisione del cibo a tavola, con la famiglia con gli amici. È un modo per scambiarsi i pensieri e noi in America per troppo tempo ne abbiamo sottovalutato l’importanza. Ma in molti oggi cominciano a soffermarsi sui momenti che ti fanno godere appieno la vita”. Ma, sottolinea, “che tu stia parlando di Chef o di Il Re Leone, quello che conta è la comunicazione nella famiglia e tra le generazioni. Serve la passione dei giovani per difendere questo pianeta e le bellissime creature che lo popolano e che vediamo nel film, ma anche la saggezza delle vecchie generazioni che possiamo trasmettere. Solo così potremo salvaguardare questo posto meraviglioso che ci ospita e lasciarlo per le generazioni che verranno in futuro”.
 
Jon Favreau nei panni di Happy Hogan in 'Spider-Man: Far From Home' insieme all'Uomo Ragno-Tom Holland
 

Per le generazioni dei più giovani quella di Jon Favreau è la faccia di Happy Hogan, che in Spider-Man – Far from Home dove il suo Happy Hogan fa da padrino al Peter Parker chiamato a sostituire il mentore Iron Man e trova anche il tempo di flirtare con zia May-Marisa Tomei. “Sono felice del grande successo del film, mi piace perché mi fa sentire un po’ come un nonno. Io ho diretto Iron-Man, il primo film che ha inaugurato gli Avengers, il primo film Marvel con il cast originale ed ero felice di essere lì come cheerleader ma anche come partecipante attivo. Ho vissuto con i ragazzi le tante emozioni di Endgame, e in Spider-Man: Far from Home abbiamo cercato di spiegare al pubblico proprio questo, che le cose brutte succedono, ma devi accettare le tue responsabilità e andare avanti. Sono orgoglioso di aver fatto il viaggio degli Avengers dall’inizio e di essere parte integrante della nostra famiglia creativa”.