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'Ava' l'ammazzatutti: così Jessica Chastain prova a emulare le eroine di Besson

La recensione / Sparatorie, stereotipi e un cast a quattro stelle nel film di Tate Taylor

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A Jessica Chastain devono piacere molto i film di Luc Besson, quelli che hanno per titolo il nome della protagonista (Nikita, Lucy, Anna) e dove una micidiale ragazza con la pistola se ne va per il mondo ad ammazzare per conto di qualche organizzazione ultrasegreta. Così, ha prodotto e interpretato un actioner a titolare unica, Ava, regia di Tate Taylor, ora in programmazione su Netflix.

Ava lavora per una “ditta” i cui membri si riconoscono attraverso codici. Inviata in Arabia Saudita, fa fuori un generale; poi, ben truccata e in abito da sera rosso, ammazza metà del suo esercito. Cosa imprevista, la seconda, e causata da informazioni sbagliate. Messa in standby, la donna va a Boston a trovare la sua famiglia d’origine, con cui intrattiene rapporti tanto difficili da averla spinta a intraprendere il mestiere di killer. Però l’organizzazione vuole disfarsi di lei e Ava, da cacciatrice, si trasforma in preda. Mentre cerca di salvarsi la pelle, dovrà anche proteggere i famigliari e l’ex-fidanzato.

Non contenta di emulare Nikita & co., Jessica ha pensato di dare al personaggio una complessità da cui Besson si è sempre ben guardato. In due modi. Intanto Ava è una ammazzacristiani riflessiva: prima di far fuori le vittime cerca di capire (chiedendoli a loro) i motivi per cui si è deciso di eliminarle. Il secondo modo è l’innesto tra quella che i francesi chiamano una “bessonnade”, fitta di bang-bang e combattimenti corpo a corpo, e una trama di dramma famigliare, con padri indegni, madri deboli e sorelle competitive.

I due fili narrativi si intrecciano a fatica, salvo che Ava fa a botte anche per difendere la famiglia allargata (il suo ex, interpretato dal rapper Common, è ludopatico) da una perfida asiatica tenutaria di night con bisca clandestina. L’apice del climax drammatico si raggiunge nel conflitto tra due pezzi grossi dell’organizzazione segreta: il veterano John Malkovich, suo mentore e protettore, e il più giovane Colin Farrell; il quale, taglio di capelli da indiano Urone e muscolatura palestrata, vuole farla finita con l’indisciplinata dipendente.

Come si vede il cast è a quattro stelle (ne fanno parte anche Geena Davis come mamma della killer e Joan Chen nel ruolo della cattiva orientale); però il risultato delude le aspettative. Perché, soprattutto, i relativi character non appaiono all’altezza delle ambizioni “psicologiche” con cui Jessica avrebbe voluto dare sostanza alla storia: sono appena abbozzati e alquanto stereotipati. Le cose vanno meglio nelle sequenze di combattimento, coreografate dal regista Tate Taylor (La ragazza del treno, Ma) con una certa perizia, che dovrebbe soddisfare i patiti del genere. Però anche qui si tratta di roba già vista una quantità di volte, nei film del produttore-regista francese e in cento altri. Per distinguersi dai quali – probabilmente – Ava spinge sull’acceleratore attribuendo a Jessica la capacità di fare autentiche stragi di scherani e soldataglia inetti, del tutto incapaci di opporsi alla sua (poco verosimile) letalità.