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Helen Mirren, ritratto di signora: "Io, figlia della working class cresciuta tra il dolore, dico ai giovani: 'Alzatevi in piedi"

Helen Mirren e Jim Broadbent sono i protagonisti de 'Il ritratto del duca', l'ultimo film di Roger Michell, regista di 'Notting Hill' scomparso lo scorso settembre. In sala dal 3 marzo, racconta la storia vera di un tassista che ruba il Ritratto del Duca di Wellington di Francisco Goya

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Dio salvi la Regina, Kandinsky e i vecchi eroi della classe operaia. Helen Mirren affianca Jim Broadbent in Il ritratto del duca, dello scomparso Roger Mitchell, presentato alla Mostra di Venezia 2021 e in sala il 3 marzo con Bim. Nell’ incredibile storia vera l’attrice, 76 anni, è la moglie di un pensionato che nel 1961 rubò, dalla National Gallery di Londra, il dipinto Portrait of the Duke of Wellington di Goya. L’intervista con Mirren è avvenuta su Zoom.

Per molti lei è "la regina" cinematografica. Ma forse si identifica di più con la protagonista di questo film, figlia come lei della working class.
«Sì, il mio vissuto è più simile alla vita e allo stile di questo personaggio e decisamente lontano dalla regina, da tutto ciò che non sarei mai. Ma se togli lo stile di vita, i suoi palazzi, e togli Dorothy dal vicolo e affronti entrambe solo come esseri umani, sono molto simili. Dai personaggi cerco sempre di eliminare le caratteristiche esteriori e andare dritta alla vulnerabilità, all’umanità di chi racconto. Lo faccio con Elizabeth Windsor: mi piace chiamarla così, più che “la regina”, perché questo la rende più una persona. E anche con Dorothy».

Come vive il Giubileo di platino di sua maestà?
«È un momento straordinario, vero? Io appartengo alla seconda età elisabettiana, la regina salì al trono quando avevo sette anni. Uno dei primi ricordi della mia vita è quando danzavo in circolo alle elementari celebrandone l’incoronazione. Lei c’è stata per tutta la mia vita e ci sarà fino alla fine. Per questo il Giubileo è un momento straordinario, Elisabetta è il monarca in carica più longevo della nostra Storia. Di recente ho visto una sua foto e l’ho trovata splendida, vestita magnificamente. È una persona incredibile e penso che per la Gran Bretagna sarà un momento difficile quando la perderemo, anche sul piano psicologico. È uno degli elementi fondanti di ciò che siamo. Immagino che stia approntando quanto necessario, e con grande attenzione, affinché la monarchia vada avanti anche dopo di lei. Il senso di responsabilità è sempre stato la caratteristica che più la definisce».

 

Quando ha scoperto la storia dell’eroe della classe operaia raccontata nel film?
«In effetti per me è un eroe e non conoscevo la sua storia. All’epoca avevo 18 anni, non leggevo i giornali, confesso di aver iniziato a 40 anni, prima ero impegnata a costruire la mia vita. Leggendo la sceneggiatura ho pensato che la storia fosse inventata, poi ho cercato su Internet e ho scoperto che era tutto vero».

Difficile ormai trovare una figura di quel tipo nel Regno Unito.
«Penso che tipi alla Kempton saranno sempre con noi, perché esisteranno sempre personaggi individualisti, eccentrici, iconoclasti. Ci sono in ogni luogo del mondo, fa parte della natura umana produrre di tanto in tanto una di queste personalità straordinarie».

Il film esplora un’epoca che lei ha vissuto. Che cosa le manca di allora?
«I miei genitori appartenevano a una generazione, che stiamo perdendo, che ha attraversato la depressione tra le due guerre, poi una seconda guerra mondiale, poi ha messo in atto politiche sociali che hanno permesso a persone come me di ricevere un’istruzione. O di usufruire di un servizio sanitario nazionale. Mia madre lasciò la scuola quando aveva 14 anni. Non c’era possibilità per lei di ottenere un’istruzione secondaria. Quella generazione, cresciuta nel dolore e nelle difficoltà, ha creato un mondo fatto di sicurezza e prospettive. A quella generazione dobbiamo molto, aveva un senso dell’onestà e uno spirito di sacrificio che oggi è difficile incontrare. A testa bassa hanno affrontato tutto. Ecco, di quell’epoca mi manca quella generazione, immagino abbia a che fare con l’invecchiare: hai la sensazione che il mondo ti sfugga dalle mani e non lo afferri più. E con l’incredibile rivoluzione della tecnologia e delle arti, che è stata più potente della rivoluzione industriale nel cambiare le nostre vite in modo profondo, ti ritrovi sempre più scollegato rispetto al mondo in cui sei cresciuto. E questo si vede nel film».

Il messaggio di libertà individuale del film riguarda anche i giovani.
«Lo spero. La cosa grandiosa dei giovani è che possono tentare tutto. Negli anni Ottanta mi preoccupavano, sembrava avessero perso la voglia di cambiare il mondo, puntavano solo a diventare ricchi. Oggi abbiamo una generazione sensibile alle tematiche legate al clima, alle questioni sociali, sessuali, di genere. Mi piace che si occupino di questo. Credo che il compito dei giovani sia alzarsi in piedi e dire: “Beh, non stiamo ottenendo questo, ed è sbagliato”, e adesso a muoversi è una generazione appassionata, da Greta Thunberg al movimento Black Lives Matter, dal #MeToo alla Primavera araba. Anche se spesso i movimenti vengono frenati, o repressi con brutalità, l’importante è che quella loro spinta esista. E io li ammiro.

A proposito di #MeToo, dei tempi passati non le mancherà il sessismo. In Rete si trova ancora l’intervista alla Bbc che le fece Michael Parkinson. Lui fece uan serie di commenti sui suoi attributi fisici, lei fu calma e pungente.
«Sono rimasta sorpresa da me stessa, rivedendomi, per come l’avevo gestita. Eppure all’epoca fui io a essere criticata, bollata come polemica, forse perché donna. Certo non fu criticato lui. Vent’anni dopo, lo sguardo è cambiato, si è capito da quale parte stesse il torto. In effetti la gestii con arguzia e umorismo, penso che farei lo stesso oggi. Anzi sarei ancora più assertiva».

Quale dipinto ruberebbe per appenderlo in camera da letto?
«Oh, penso che ruberei un Kandinsky. O un altro Goya. Sono stata a Madrid a rivedere una sua mostra sul periodo oscuro, difficile da guardare, ma molto potente».

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Lei si considera, e anche noi la consideriamo ormai, un po’ italiana.
«Non poteva dire una cosa più lusinghiera. Come sa, io e mio marito trascorriamo più tempo possibile da voi, amiamo l’Italia non solo per la bellezza ma per la gente. Adoro stare tra i nostri vicini a Tigiano, lo può menzionare? È il nostro piccolo paese in Puglia. Lì ci sentiamo così a nostro agio...».

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Ha lavorato con Tinto Brass in "Caligola" con Paolo Virzì in "Ella & John" e ha fatto il video con Zalone sulla pandemia…
«Ho assolutamente adorato Tinto, sopra le righe, straordinario, una forza della natura. E poi Paolo, molto diverso, un’energia più tenera. E chissà, forse lavorerò ancora con Checco, mi sono divertita moltissimo a fare il video de La vacinada. Ma ora vorrei girare con lui un film vero».