Fino all’altroieri nessuno avrebbe scommesso che il documentario, nelle sue varie declinazioni (biografico, musicale, d’arte) potesse attirare pubblico in sala come e più dei film di fiction. Però oggi le cose sono cambiate; e pare il momento giusto per far uscire Voyage of Time - Il cammino della vita di Terrence Malick (in sala dal 3 marzo), presentato nel 2016 alla 73a Mostra del cinema di Venezia. Un’opera che non invecchia, trattando di argomenti come l’origine del mondo, l’umanità e il senso della vita. “Vaste programme” si dirà; ma è noto che Malick non è tipo da nascondere le proprie ambizioni.
Il regista accarezzava il progetto già dagli anni 70; però l’attesa è stata proficua, permettendogli di approfittare degli enormi progressi tecnici degli ultimi decenni. Per avere un’idea di quest’opera, totalmente altra rispetto alle abitudini spettatoriali, si pensi a certe parti di un altro film di Malick: The Tree of Life, vincitore della Palma d’oro nel 2011. Salvo che, rispetto a quello, qui il cineasta rinuncia del tutto alla presenza di attori; fatta eccezione per la voce recitante di Cate Blanchett.
Girato a 35mm in formato Imax, in realtà Voyage of Time non è un documentario in senso stretto. Il regista americano mette in immagini la storia della creazione del mondo e della vita alternando visioni dello spazio (riprese con telescopi Hubble e sonde Nasa) con effetti speciali creati in laboratorio e scene di vita quotidiana còlte soprattutto nelle parti più povere del mondo, dall’Asia all’Africa, dalla Papuasia alla Nuova Guinea. Veleggiando tra micro e macrofotografia, ci mette di fronte ora a una volta celeste che sembra quella della Cappella Sistina ora a organismi cellulari e spermatozoi, passando dalla natura incontaminata a un sequenza di grattacieli (e qui Voyage of Time evoca il Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio).
Il ritmo è lento e ieratico, dando modo allo spettatore di contemplare le lunghe inquadrature come immerso in uno stato ipnotico. Sottolineato, questo, dalla voce fuori campo di Cate Blanchett che, in monologo interiore, rivolge una sorta di preghiera a un’entità chiamata “madre”. Che potrebbe far pensare a una divinità, se le immagini non fossero ispirate senza ambiguità alla teoria evoluzionistica. Le inquatrature che tendono alla pittura informale si coniugano, in maniera inaspettatamente armoniosa, con quelle di dinosauri e mostri marini in animazione 3D (uno è abbastanza bizzarro da ricordare, con la sua buffa proboscide, Dumbo).
Non bisogna credere, tuttavia, che Malick voglia impartirci una lezione di scienze sulle origini e l’evoluzione del nostro pianeta: il suo scopo è essenzialmente estetico e musicale; inteso a trasmettere un senso panico piuttosto che uno razionale. Le reazioni a Voyage of Time, durante la Mostra veneziana e nei paesi dove è uscito, sono state assai diverse. Per molti si tratta di una grande opera di poesia; qualcuno invece, giocando sulla sua lunghezza decisamente inferiore agli standard del regista (1 ora e 30 nella versione delle sale), ha commentato di averlo trovato lo stesso interminabile. Il che non rappresenta necessariamente un difetto. Ora il giudizio passa al pubblico italiano.