Un'amicizia vera nata da un grande rifiuto. Anzi due. E finita al volante, con le lacrime agli occhi, inseguito dai paparazzi. "Quando stavo girando il mio primo film Another Time. Another Place, che racconta la storia di tre italiani nella Scozia del dopoguerra, avevo bisogno di un attore napoletano e mi parlarono di un tale Massimo Troisi. Mi fidai del consiglio e gli scrissi una lettera per proporglielo. Beh, mi rispose di no, dicendomi che in Scozia faceva troppo freddo". Michael Radford, premiato nei giorni scorsi al Magna Graecia Film Festival con la Colonna d'Oro alla carriera, ride ancora di gusto quando ricorda com'è cominciata la sua amicizia con l'attore che, qualche anno più tardi, gli propose di scrivere insieme il film più importante della sua carriera.
Non proprio un bell'inizio...
"Ah, ma mi vendicai (continua a ridere, ndr). Qualche tempo più tardi, infatti, venne a trovarmi a Londra con la sua fidanzata per chiedermi di fare assieme una versione napoletana di 'Another Time. Another Place'. Probabilmente pensava di aver commesso un errore. Gli dissi: 'Massimo non possiamo farlo perché a Napoli fa troppo caldo'. Siamo diventati amici così".
Per 'Il postino', però, avete preferito un posto caldo
"Quando mi ha chiesto di scriverlo insieme a lui non sapevo ancora che fosse malato. Mi ha regalato il libro del cileno Antonio Skármeta, un grande della letteratura sudamericana. Era la storia di un quindicenne che voleva essere il postino di Pablo Neruda. Andai in Cile a trovarlo e fu proprio parlando con lui che capì che avremmo potuto farlo a Napoli che era quello che voleva Massimo. Sono tornato da lui e ci siamo messi a lavorare, ma oramai avevo deciso che nonostante non avesse 15 anni, il postino sarebbe stato lui".
Dalla spiaggia di Santa Monica a quelle di Procida e Salina
"Massimo mi chiese di andare a scrivere la sceneggiatura a Los Angeles perché voleva stare tranquillo e lì nessuno lo conosceva. La verità, però, è che in tutti i ristoranti che siamo andati c'erano sempre suoi fan. Una volta finito il lavoro tornai a Roma. Da solo".
Come mai?
"Massimo era venuto a sapere che a Houston c'era un'équipe medica specializzata in problemi cardiaci ed era convinto che gli avrebbero risolto i suoi problemi di cuore. Purtroppo, però, non era vero e tornò in Italia malato due volte".
Lo capiva quando parlava in quel modo tutto suo?
"Diciamo che non sapevo parlare la sua lingua, ma la capivo perfettamente. Era un ragazzo molto intelligente e davvero tanto divertente. Quando abbiamo girato la scena delle metafore abbiamo riso di gusto perché Philippe Noiret, che capiva l'italiano, parlava in francese e quando lui gli rispondeva in napoletano si girava verso di me come per dirmi "ma che sta dicendo?"".
Non è stato semplice finire le riprese.
"Ho realizzato proprio in quei giorni che stava per morire perché non riusciva più a lavorare. Girare le ultime scene è stato molto difficile perché non poteva davvero fare sforzi. È stato un momento terribile perché era un mio grande amico e stava morendo davanti ai miei occhi e a quelli di tutta la troupe. Non riesco a esprimere a parole quanto fosse triste quella situazione. Non poteva fare quasi niente e dovevamo ancora girare alcune delle parti più importanti. Se ci siamo riusciti a farlo è stato grazie al suo doppio, Gerardo, un ragazzo calabrese che ha fatto praticamente tutte le scene in bicicletta. Massimo non ce la faceva a montare, ma lui aveva lo stesso fisico e gli stessi capelli. Ed è stato in quel momento che abbiamo deciso di mettere il postino di spalle mentre parlava con Neruda. In quel momento, Massimo stava dormendo da qualche altra parte".
Dov'era quando ha saputo della sua morte?
"Lo ricordo perfettamente. Sapevo che sarebbe arrivato quel momento e ciononostante è stato terribile. Cercavo di non pensarci ed è sempre difficile parlarne... Lo venni a sapere dal telegiornale. Ero nel mio appartamento romano. Mi misi subito in macchina per andare a casa di sua sorella, ma non mi sarei mai aspettato di sentirmi come in un film di Fellini. Una volta al volante, infatti, notai di essere inseguito da diverse automobili di paparazzi. Stavo piangendo, ero triste, ma anche molto arrabbiato con queste persone. Una volta arrivato a casa della sorella, la prima persona che mi sono trovato di fronte, anche lui con le lacrime agli occhi, è stato Roberto Benigni. Non poteva parlare nemmeno lui. È stato uno dei peggiori momenti della mia vita".
Come gli ha detto addio?
"Era morto, mi sono avvicinato a lui e gli ho aperto dolcemente le palpebre per guardarlo negli occhi e dirgli "ti avevo promesso che ce l'avremmo fatta e ce l'abbiamo fatta". È stata l'ultima volta che ho parlato con lui. Forse può sembrare strano che un inglese e un napoletano fossero così tanto amici, ma lo eravamo per davvero. Vedevamo le cose nello stesso modo. È, senza dubbio, una delle persone più importanti che ho incontrato grazie alla mia carriera".
Lo metterebbe sullo stesso livello di Al Pacino?
"Al Pacino è stato l'attore che mi ha impressionato di più. Lui e Massimo erano molto simili perché entrambi avevano un grande carisma e, oltre a essere, degli eccezionali professionisti riuscivano anche a migliorare gli attori che lavoravano assieme a loro. Quando gli altri hanno saputo che sarebbe arrivato Al Pacino, alcuni di loro avevano quasi paura. Lui, però, si limitava a fare il suo lavoro, senza essere troppo vistoso, ma facendo capire a tutti gli altri con i fatti che anche loro si sarebbero dovuti sforzare per fare bene il loro personaggio".
Quando si lavora con i migliori si pensa più a imparare da loro o si ha l'ambizione di portarli a superarsi?
"Quando stavo facendo il Mercante di Venezia stavo cercando una persona e ora non ricordo chi mi ha detto "perché non glielo dici a Al Pacino visto che lui adora Shakespeare?". Lavorare con grandi attori non è diverso, anzi posso dire che mi hanno sempre trattato come si fa con il regista di un film. Anche lui come tutti gli attori ha dimostrato di avere una grande voglia di capire cos'era esattamente quello che voleva il suo regista da lui".
'Orwell 1984' è stato il suo secondo film. Com'è riuscito a convincere John Hurt e Richard Burton?
"Era il 1984 e mi sono accorto che nessuno stava facendo un film sul libro di George Orwell. Proposi di farlo e mi dissero subito di sì. Avevo John Hurt e mi serviva qualcuno per fare il politico. E la verità è che non è stato difficile convincere Richard Burton. In quel momento non lo voleva nessuno perché beveva troppo. Viveva a Haiti perché lì nessuno sapeva chi fosse. È tornato in Inghilterra per me e lo ha fatto con lo spirito dello studente di cinema. Sul set si presentava sempre con una lattina di coca cola in mano e me la faceva provare per dimostrarmi che dentro non c'era alcol. Un'esperienza unica perché lo studente vero ero io e ho avuto la possibilità di lavorare con due dei più grandi attori britannici".
Orwell è stato tragicamente visionario.
"Ha inventato la sua distopia dal nulla ed è andata davvero così. Per quanto mi riguarda ho cercato di ambientare il film con gli occhi di un uomo del 1940 perché lui ha teorizzato il potere dei monitor senza, però, poter sapere quali avrebbero potuto essere i loro effetti sulle persone perché non esistevano ancora. Beh, quando abbiamo messo la gente davanti a queste grandi tv ci siamo accorti di quanto fossero potenti. In quel momento non esisteva il digitale per moltiplicare le persone e tutte le scene sono girate per davvero. Ebbene, quando giravamo alcune delle scene più spettacolari della propaganda diffusa attraverso questi grandi monitor dovevamo soccorrere dieci o quindici persone per volte perché si sentivano male o svenivano. Quando sono stato invitato in Russia da alcuni intellettuali a parlare di '1984', e non è facile parlarne lì, tutti mi dicevano che era incredibile come Orwell fosse riuscito, anche in Animal Farm, a immaginare cose che sarebbero successe più tardi in Russia senza essere mai stato lì".
Qual è stato il suo più grande insegnamento?
"Orwell lottava contro i fascisti in Spagna, ma non era nemmeno contento con quello che facevano i comunisti e questo lo faceva stare male. È stato forse il primo a capire quanto i politici fossero deviati".
Crede che sia giusto ridurre Brexit alla vittoria del populismo?
"Non ho una risposta definitiva, ma credo che il suo dubbio sia sulla giusta strada".
La famiglia Orwell ha autorizzato Sandro Newman a scrivere una versione di '1984' dal punto di vista di Julia.
"Non lo sapevo. Il concetto di political correctness lo troviamo oramai quasi ovunque e, sebbene non sia una cosa che mi piaccia o in cui creda molto, capisco perfettamente quello che le donne stanno cercando di ottenere perché hanno assolutamente ragione. Sarà molto interessante vedere cosa ne verrà fuori".
E sarà una donna la protagonista del suo prossimo film, un biopic su Vivien Leigh.
"Ci siamo concentrati soprattutto sulla sua storia d'amore con Lawrence Olivier e sul fatto che fosse bipolare e quanto questo aspetto abbia condizionato la sua vita e la sua carriera. È forse la sceneggiatura più bella che abbia mai scritto".