Edwige Fenech: "Avrei voluto essere un'altra ma mi sono perdonata"
di Arianna FinosScarpe da ginnastica bianche e tailleur pantalone rosa carico, Edwige Fenech è con molta probabilità la settantaquattrenne più bella del mondo. È empatica, si porge con grazia e un pizzico di timidezza, lo sguardo vivace e diretto. È arrivata a Roma da Lisbona, un ritorno al cinema sotto il segno di Pupi Avati che in La quattordicesima domenica del tempo ordinario le affida il ruolo della protagonista, nella seconda parte della vita della coppia raccontata nel film (in sala il 4 maggio con Vision Distribution).
'La quattordicesima domenica del tempo ordinario', il nuovo film di Pupi Avati - trailer
Tutto è partito da una telefonata.
"'Sono Pupi'. Con Avati ci eravamo incontrati a qualche cena, ho sempre adorato il suo mondo, il suo cinema. Ho riconosciuto subito la voce, un brivido. Mi dice: 'Voglio raccontarti una storia'. E cado dalle nuvole, non lavoravo da sette anni, …
Scarpe da ginnastica bianche e tailleur pantalone rosa carico, Edwige Fenech è con molta probabilità la settantaquattrenne più bella del mondo. È empatica, si porge con grazia e un pizzico di timidezza, lo sguardo vivace e diretto. È arrivata a Roma da Lisbona, un ritorno al cinema sotto il segno di Pupi Avati che in La quattordicesima domenica del tempo ordinario le affida il ruolo della protagonista, nella seconda parte della vita della coppia raccontata nel film (in sala il 4 maggio con Vision Distribution).
'La quattordicesima domenica del tempo ordinario', il nuovo film di Pupi Avati - trailer
Tutto è partito da una telefonata.
"'Sono Pupi'. Con Avati ci eravamo incontrati a qualche cena, ho sempre adorato il suo mondo, il suo cinema. Ho riconosciuto subito la voce, un brivido. Mi dice: 'Voglio raccontarti una storia'. E cado dalle nuvole, non lavoravo da sette anni, non mi andava di fare le cose tanto per farle. Non mi sembrava vero che lui avesse pensato a me per questo ruolo. 'Lo fai?' Certo. Dopo cinque minuti, mi è arrivata la sceneggiatura che ho divorato. Ho immaginato come potevo diventare Sandra, ci siamo parlati con Pupi per creare il personaggio. Sandra è quello che siamo riusciti a fare, spero che piacerà".
'La quattordicesima domenica...', sul set con Pupi Avati - backstage in anteprima
Una storia che racconta una vita. Un film sulla memoria, sui ricordi dell'infanzia. Il fermo immagine della sua infanzia?
"Io ho avuto un'infanzia particolare. Sono nata in Algeria, ho vissuto la guerra e il coprifuoco. Ballavo nel teatro dell'opera della città, ho iniziato la danza classica a cinque anni e a nove anni mi hanno preso nel corpo di ballo, anche perché ero già quasi così come sono adesso, molto alta per la mia età. Ricordo mio papà, aveva un pass per poter venirmi a prendere perché finivamo alle undici di sera le prove per i balletti. Mi ricordo che attraversavamo una città completamente vuota. Ed eravamo soltanto io papà in macchina, perché c'era il coprifuoco. Questa è la prima immagine che mi viene in ricordo della mia città e poi della mia infanzia, e poi dei bellissimi periodi su queste magnifiche spiagge sconfinate dell'Algeria dove facevamo le nostre vacanze, che duravano tanto, perché la temperatura era talmente straordinaria e fino a dicembre si facevano i bagni. E queste sono le cose bellissime della mia infanzia".
Poi lei e sua madre avete dovuto lasciare l'Algeria.
"Sì, Io e mamma abbiamo dovuto lasciare l'Algeria, papà è dovuto restare. Io e mamma con tutta la gente sul ponte, non affittavano le cabine. Eravamo tutti come bestiame sulla nave, da Bône a Marsiglia, dove ci hanno accolto con frutta, verdura e uova marce che ci tiravano addosso urlando 'Tornate a casa'. Per questo dico che la mia infanzia è stata particolare. Ma sono stata una ragazzina amata dai miei genitori, figlia unica. Mia madre meno 'drastica' di mio papà che era per l'educazione ferma, lei più artistica. Ma ho avuto in questo senso un'infanzia bellissima, con genitori amorevoli e straordinari".
Ha vissuto la guerra e la migrazione. Quando sente delle barche che affondano?
"Io non sono stata sul barcone, sono arrivata con una nave da trasporto, ma quando sento delle barche che affondano affondo con loro. Mi si spezza l'anima".
Da Marsiglia vi siete spostate a Nizza.
"Avevamo alcuni parenti, i primi mesi a casa loro, poi abbiamo preso una casa in affitto, papà veniva ogni tanto, poi veniva mio zio, erano soci nell'azienda. Avevo 12 anni, sono andata al liceo, ho continuato la danza classica, ho fatto lezione di dizione e recitazione perché ero molto timida, avevo difficoltà a dire due parole in fila, la timidezza mi bloccava e mia madre mi ha mandato per fare dizione. A scuola un professore mi disse 'Perché non provi anche recitazione', senza che papà lo sapesse".
Il primo film?
"Mi hanno fermato per strada a Nizza, ero con mamma, avevo tredici anni Toutes folles de lui, dovevo dire una battuta ma l'ho detta 321 volte, era in argot parigino, parole mai sentite in vita mia, non sapevo cosa dicessi e nessuno me l'ha spiegato. È stato un mezzo disastro. Anche le prime sfilate di moda, lavoravo come modella e indossatrice, ero timida. Poi sono diventata brava. Sono andata al Festival di Cannes con un gruppo scelto, quattro indossatrici, per fare la pubblicità del film Alfie. Mi ha visto un organizzatore del concorso di Lady Francia, le mie amiche mi hanno iscritto 'devi andare' e ho vinto il concorso. Da lì le mie foto sono arrivata in Italia ed è arrivata la proposta del primo film".
Samoa, regina della giungla.
"Sì, prodotti dai fratelli Misiano, una produzione cult, perché hanno tirato fuori un sacco di attori che sono diventati famosi in seguito. Quel set è stato un'esperienza surreale. Sono arrivata in Italia, non parlavo una parola di italiano, non avevo esperienza di cinema, 'corri e fermati dove c'è la croce' ma io guardavo il segno... Mi hanno un po' spostato come una bambola. Poi al secondo film con loro ho fatto Il figlio di Aquila Nera, e lì avevo preso più confidenza con la macchina da presa".
Sul fronte economico che tempi erano?
"Brutti, brutti. Non potevo fare follie, non potevo anche scegliere i film. I miei vent'anni dell'epoca non erano quelli di oggi. Oggi a vent'anni sei matura, l'educazione, le reti sociali. Io arrivavo da un mondo completamente nuovo, ero una Cenerentola insomma".
Quando ha capito il potere della sua bellezza?
"Non l'ho mai capito. Non sono mai stata cosciente di quello che potesse rappresentare. Anche da bambina. Mamma non era una che faceva complimenti. Ma quando si accorgeva che io non avevo coscienza di quel che poteva essere - io ho avuto sempre un rapporto molto conflittuale su questo - mi diceva 'ma sei bellissima'. Rispondevo lo dici perché sono tua figlia. Non sono mai stata sicura di me stessa".
La bellezza apre delle porte e ne può chiudere altre.
"La mia mente andava da un'altra parte. Io ero innamorata di un certo tipo di cinema, avrei voluto essere un'altra per poter fare altre cose. Oggi sono contenta di quel che sono stata e di quel che sono e ringrazio mamma e papà di quello che mi hanno dato. Ma al momento è stato difficile accettarlo".
Jamie Lee Curtis sul fatto che trasmettono ogni anno Una poltrona per due ha detto: "Potete ammirare le mie tette di ventenne". Oggi che effetto le fa vedere lei, il suo corpo, la sua bellezza di allora?
"Diciamo che adesso io mi sono perdonata molte cose, mi sono accettata. Tanto non ho scelta".
Di cosa si deve perdonare?
"Di non essere stata grata con me stessa di quel che la natura e i miei genitori mi hanno dato. Non mi amavo, non vedevo i miei film, non riuscivo a guardarmi. Penso che faccia parte del bagaglio degli attori essere molto critici non solo per il fisico ma per se stessi. È sempre molto pesante rivedersi, ma oggi quando vedo i film di un tempo dico 'accidenti ma non era male quella ragazza', perché mi vedo come un'altra. Ma non sono io, è un'altra. E adesso riesco a vedere un sacco di film che non ho visto prima".
Ha lavorato anche con grandi registi.
"Sono sempre stata felice di fare film con registi che mi hanno portato molto e aiutato ad andare avanti nella carriera. Sono sempre andata d'accordo con tutti. Credo che Steno avesse un amore particolare nei miei confronti, mi amava molto. Credo anche perché ero amica dei suoi figli ben prima di lavorare con lui. Ho un bellissimo ricordo di Dino Risi, un uomo assolutamente affascinante, e con Sono fotogenico, con Renato Pozzetto, abbiamo fatto la chiusura del festival di Cannes, con un successo strepitoso, un ricordo caro della mia vita. Con Patroni Griffi ho fatto il teatro, D'amore si muore. Con Pasquale Festa Campanile ho fatto Il ladrone. E poi ci sono i registi che fanno parte della mia vita, come Sergio Martino con cui ho girato i miei primi successi, Lo strano vizio della signora Wardh, abbiamo lavorato molto insieme e per la televisione abbiamo fatto un grandissimo successo, Delitti privati, che era bellissimo. Ho avuto un buon rapporto con tutti".
Gli attori che ricorda con affetto?
"Lino Banfi rimane per me un grande amico, Renzo Montagnani, che ci ha lasciato troppo presto, una persona molto particolare, interessante, un amico. Ho avuto un meraviglioso rapporto con Ugo Tognazzi, ho girato il suo film da regista oltre che attore ed è stato bellissimo. E con Steno ho fatto Amori miei, con Monica Vitti, Enrico Maria Salerno, Johnny Dorelli. Per me lavorare con Monica Vitti è stata una cosa straordinaria. Ero talmente emozionata che i capelli non hanno retto. Li avevo corti, uscivo dal camerino e per l'emozione il ciuffo si appiattiva. Ognuno mostra il suo stress in un modo o nell'altro. È stato bellissimo avere il mio idolo davanti agli occhi. Con Alberto Sordi ho girato Io e Caterina, un film all'avanguardia, parlava di robot in un tempo in cui era raro. Era concentrato sul set, impegnato, serio".
Rimpianti di cose che non ha fatto? Cose che non rifarebbe?
"Cose che non rifarei ce n'è abbastanza, non in modo eccessivo. È troppo facile dire con il senno di poi non lo rifarei. In quel momento l'ho fatto, prendo le mie responsabilità. Magari se potessi però non lo rifarei".
Le è stato dedicato un libro, Il corpo dei settanta, per raccontare il suo fenomeno, era un culto per una generazione di uomini. A volte è stato troppo?
"Mi fermano ancora oggi. È successo a volte che era troppo, ma è normale che se tu aggiungi il successo, poi ti devi aspettare questo tipo di manifestazioni. La gente ti vuole bene, ti vuole avvicinare".
Le persone più amate della sua vita?
"Mio padre e mia madre, mio figlio, mia nuora e i miei nipoti, la mia gatta, il cane di mio figlio. Sono molto legata alla famiglia".
I grandi amori romantici della vita?
"No ho avuti due, Luciano Martino e Luca Cordero di Montezemolo".
In che modo è stata felice con ciascuno di loro?
"Con Luciano Martino c'è stata l'avventura della mia vita. Nel senso che quando ci siamo incontrati lui era un giovane produttore all'inizio della sua carriera e io una giovane attrice all'inizio della mia carriera. Prima abbiamo lavorato insieme senza che succedesse niente. Poi, due anni dopo che ci conoscevamo, abbiamo iniziato una relazione. Mio figlio era nato da poco. È stato entusiasmante amare una persona con la quale hai costruito una parte della sua vita e della tua carriera. E questo è stato un motore, perché in una coppia amarsi va bene, ma fare qualcosa che ci fa crescere insieme aggiunge qualcosa all'amore. È stato bello. E poi ho conosciuto Luca, con il quale ho fatto il contrario. Ho cercato di lavorare meno, ho fatto il teatro con Patroni Griffi, la televisione, Domenica in, tante cose. Quando ho conosciuto Luca avevo firmato da due mesi un contratto per Canale 5, tre anni con loro, poi sono passata alla Rai. Volevo una vita più seduta, poi ho accettato il teatro che mi ha portato fuori per tanti mesi. Ma Luca sempre molto carino, mi raggiungeva tutti i weekend".
Siete ancora in contatto?
"Sì, ci sentiamo, ci vediamo, i suoi due primi figli nei nostri diciotto anni insieme sono cresciuti anche con me. Sono come figli miei. Poi ho conosciuto i tre ultimi, bellissimi. Siamo una famiglia".
Oggi sul set ci sono i coordinatori di intimità. Allora i set com'erano? So che lei cacciava tutti.
"Era normale, quando un'attrice si spogliava restava solo lo stretto indispensabile di chi lavorava. Una forma di rispetto. Se qualcuno se lo dimenticava però io lo ricordavo con veemenza".
Da timida come faceva con tutte le scene di nudo?
"Perché non ero io, era il personaggio. Se avessi dovuto fare me stessa con la mia timidezza non avrei fatto nulla. Ma la sceneggiatura non è la tua vita, è di qualcun altro. Per me affrontare le interviste televisive era peggio, un calvario".
Follie per lei ne hanno fatte?
"Ho ricevuto tanti regali, che sono tornati indietro".
Un amore mai vissuto?
"Un incontro con Kevin Costner, uomo bello e intelligente. Parlavamo e la chimica era palpabile, era a Roma per il lancio dell'homevideo di un suo film, forse Robin Hood. Una scarica incredibile tra noi quando parlavamo, ma è finita lì. Sono una donna fedele. Era un bell'uomo, intelligente".
Tra tutte le professioni al cinema, tra presidi, poliziotti e dottoresse?
"La poliziotta era divertente, sì".
Il rapporto con suo figlio?
"Fantastico, lui è è la mia vita. Ha avuto nonni straordinari, è stato super amato, anche Luca è stato parte della famiglia, a Edwin non è mai mancato l'amore. Ora lo amo pazzamente, ha una moglie fantastica e i miei nipotini, sono così belli..."
Continuerà a fare l'attrice?
"Mi piacerebbe continuare ma soltanto avendo ruoli belli come questo, ruoli che dicono qualcosa. Altrimenti non mi interessa".
Dice di essere stata severa con se stessa. Oggi?
"Mi accetto, accetto il tempo che passa. Penso che faccia parte del mio carattere, ma anche per l'amore della famiglia, questo nucleo pieno di affetto, divertimento, la mia gioia di avere meravigliose persone con me".
Alla Edwige giovane che direbbe?
"È difficile, quel che ha fatto Edwige giovane lo ha fatto per motivi specifici. Le direi: fai quel che credi di dover fare, ma con onestà, verso te stessa e con gli altri".