Oscar 2024, le nuove regole e le minoranze: la libertà artistica corre dei rischi?
di Antonio MondaLa sera del 10 marzo del 2024 verrà celebrata a Hollywood la novantaseiesima cerimonia degli Oscar, e già si delineano tra i favoriti Killers of the flower moon di Martin Scorsese, presentato trionfalmente a Cannes, e Oppenheimer di Christopher Nolan, in uscita negli Stati Uniti a luglio. L'avvicinarsi al secolo di vita dell'appuntamento più atteso della stagione cinematografica accresce il trionfalismo e l'autocelebrazione dell'Academy, ma insieme all'eterno ritorno dell'identico di un evento fatto di glamour, battaglie spietate, sorprese, commozione e interminabili ringraziamenti, la grande notte hollywoodiana propone una novità che rappresenta la dimostrazione plastica di come le più nobili intenzioni possano generare risultati disastrosi, sia sul piano del merito che del metodo.
Quest'anno infatti verrà applicato il nuovo regolamento relativo alle condizioni necessarie per poter essere candidati alla categoria …
La sera del 10 marzo del 2024 verrà celebrata a Hollywood la novantaseiesima cerimonia degli Oscar, e già si delineano tra i favoriti Killers of the flower moon di Martin Scorsese, presentato trionfalmente a Cannes, e Oppenheimer di Christopher Nolan, in uscita negli Stati Uniti a luglio. L'avvicinarsi al secolo di vita dell'appuntamento più atteso della stagione cinematografica accresce il trionfalismo e l'autocelebrazione dell'Academy, ma insieme all'eterno ritorno dell'identico di un evento fatto di glamour, battaglie spietate, sorprese, commozione e interminabili ringraziamenti, la grande notte hollywoodiana propone una novità che rappresenta la dimostrazione plastica di come le più nobili intenzioni possano generare risultati disastrosi, sia sul piano del merito che del metodo.
Quest'anno infatti verrà applicato il nuovo regolamento relativo alle condizioni necessarie per poter essere candidati alla categoria principale, il miglior film. Il primo campanello d'allarme suona già da questa premessa: il cinema, in particolare quello hollywoodiano, ha da sempre sia un'anima industriale che artistica, e quest'ultimo piano non può essere sottoposto a limiti, se non legati al tempo, come un anno specifico, o a un luogo, come il Paese di provenienza. Lo spirito che porta l'Academy a stabilire una serie di condizioni caratterizzate dall'inclusione è certamente nobile, ma ciò determina purtroppo a una serie di aberrazioni: sul piano del metodo si arriva al paradosso per cui un film può vincere in ogni categoria ma non in quella principale, mentre per quanto riguarda il merito si pongono limiti insopportabili alla creatività, al punto che, solo per fare due esempi, capolavori come Il Padrino e Il Cacciatore oggi non potrebbero neanche competere.
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È bene chiarire cosa intende l'Academy per minoranze: le etnie - questa la dizione - poco rappresentate al cinema, l'intero universo femminile, le persone diversamente abili e gli appartenenti al mondo lgbtq. Sono molti a Hollywood ad aver esultato per il punto D, dal momento che storicamente tali minoranze sono molto presenti nei settori previsti, mentre ha scatenato un dibattito relativo alla privacy la possibilità di raggiungere i requisiti includendo come dipendente o interprete un omosessuale: come ci si comporta, è stato obiettato, se la persona in questione non vuole dichiarare il proprio orientamento sessuale?
Si può sempre discutere in merito all'obbligatorietà delle quote, e il rischio di non valorizzare la qualità purtroppo è alto. Inoltre la storia ci ha insegnato che spesso, anche in altri campi, si è trattato di soluzioni ipocrite e di facciata, tuttavia credo che risulti evidente che il problema maggiore è relativo al punto A, perché rappresenta un limite alla libertà espressiva. C'è da aggiungere che il modo in cui questo comma è regolamentato dalle nuove norme è estremamente rigido: 1) Almeno uno dei protagonisti o dei principali comprimari deve appartenere a una minoranza. 2) Lo stesso vale per almeno il 30% dei ruoli minori. 3) La storia raccontata deve includere già in sede di scrittura le minoranze in questione.
Questi nuovi standard, ai quali è stato dato il termine Raise, sono parte di un nuovo regolamento denominato Aperture 2025, approvato nel 2020, che prevede anche un training per lo staff dell'Academy per evitare ogni tipo di discriminazione, anche la più inconsapevole. Questa rivoluzione avvenne in risposta all'Oscar del 2016, anno in cui mancarono, per la seconda volta consecutiva, candidature di uomini e donne non bianchi. Nessuno poteva né tuttora può obiettare sulla bravura di Leonardo Di Caprio, Brie Larson, Mark Rylance e Alicia Vikander, e per quanto riguarda l'anno precedente Eddie Redmayne, Julianne Moore, J.K. Simmons e Patricia Arquette, ma l'assenza totale di interpreti di colore scatenò proteste sigillate dall'hashtag #oscarsowhite.
A quel punto l'Academy cercò di calmare gli animi chiamando come host della serata del 2016 Chris Rock, ma il rimedio finì per evidenziare ulteriormente il problema e fu chiaro a tutti che era necessario un cambiamento sia di sostanza che di immagine. Da allora, il numero dei membri dell'Academy è stato aumentato di quasi tremila votanti sino a raggiungere la cifra di diecimila, e oggi il 34% è rappresentato da donne rispetto al 25% del 2015. Il 19% proviene invece da personalità appartenenti ad altre minoranze, rispetto all'8% di quello stesso anno. Si tratta di un dato importante, ma non si possono ignorare le ripercussioni sul piano creativo generate non da queste nuove presenze, certamente encomiabili, ma dalle nuove regole. Il più esplicito sui rischi dei limiti alla creatività artistica è stato il premio Oscar Richard Dreyfuss, il quale, forse perché consapevole di essere fuori dai giochi, ha dichiarato alla Pbs quanto viene ripetuto in ogni salotto hollywoodiano ma nessuno ha il coraggio di affermare in pubblico: "Queste nuove regole mi fanno vomitare: stiamo parlando di una forma d'arte e nessuno dovrebbe mai dire a un artista di adattarsi all'idea di moralità del momento."
Finora la reazione alle regole che stanno entrando in vigore è sottotraccia: si avverte il timore diffuso che la difesa della libertà artistica venga interpretata come un atteggiamento razzista, omofobo o misogino e si sceglie la strada della mediazione politica. Sta crescendo infatti la spinta a convincere l’Academy a non toccare i requisiti per la categoria miglior film creando invece un nuovo Oscar per le opere che esaltano i valori dell’inclusione e della diversità, ma i dirigenti dell’istituzione paventano - non a torto - il rischio che diventerebbe immediatamente un premio di serie B.
Il timore è che si crei una gabbia dalla quale in futuro sarà difficilissimo uscire e che porta inevitabilmente alla realizzazione di film concepiti con il misurino, generando una rappresentazione che ambisce a raffigurare la realtà, ma di fatto ne crea una assolutamente artificiale. A questo si aggiunge un altro possibile effetto, anch’esso disastroso sul piano artistico: quanti sceneggiatori, registi e produttori hanno il coraggio di immaginare oggi un film nel quale il personaggio negativo appartenga a una di queste minoranze?
Un primo segnale si ebbe già nel 1987 in Wall Street di Oliver Stone. Il diabolico protagonista, interpretato da Michael Douglas, che per quel film vinse l'Oscar, si chiamava Gordon Gekko. Il personaggio era ispirato a un finanziere ebreo russo chiamato Ivan Boesky, che come Gekko esaltava l'avidità come motore della libertà capitalista ("greed is good") e come quest'ultimo finiva in carcere per insider trading dopo aver accumulato una fortuna: per evitare polemiche con la comunità ebraica e quella russa, e soprattutto per non perderne gli spettatori, gli venne attribuito un nome non riconducibile ad alcuna minoranza. Lo stesso si può dire di Hannibal Lecter, creato dalla penna di Thomas Harris e protagonista del Silenzio degli innocenti di Jonathan Demme (1991): si tratta in entrambi i casi di film di qualità, ma già in quegli anni ormai lontani questa forzata astrazione rappresentava un limite.
Studiando oggi la storia degli Oscar, più si va indietro più si incontrano capolavori che oggi risulterebbero stravolti o non entrerebbero neanche in competizione: con le regole odierne Quarto potere sarebbe stato eleggibile solo se Agnes Moorehead avesse dichiarato la propria bisessualità o se Orson Welles avesse fatto lavorare un attore o almeno un addetto stampa eschimese. Ricordare poi che quel capolavoro non vinse l'Oscar come miglior film appartiene a un altro tipo di aberrazione hollywoodiana che merita una riflessione a parte. Intanto, il risultato grottesco di queste nuove regole scatena la satira e la migliore battuta l'ha pubblicata Air Mail immaginando il dialogo di due innamorati: "Amore, che vuoi vedere stasera?" "Qualunque film abbia uno scenografo asiatico".