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Matteo Garrone presenta ‘Io Capitano’ a New York: “Il mio film sui migranti per raccontare una pagina buia della nostra storia”

Il regista è intervenuto alla rassegna Italy on Screen Today per promuovere la candidatura all’Oscar del suo film
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New York - Gli italiani hanno dimenticato che solo un secolo fa erano uguali ai molti migranti che oggi arrivano sulle nostre coste, semplicemente per inseguire il sogno di una vita migliore. Soprattutto in America, dove siamo stati accolti a braccia aperte, ma anche con grande diffidenza, razzismo e in alcuni casi violenza. Matteo Garrone non vuole entrare nel dibattito politico del nostro paese su questo tema, perché finirebbe per essere inevitabilmente strumentalizzato da una parte o dall’altra. Però spera che Io Capitano raggiunga quanto meno l’obiettivo di aprirci gli occhi su questa realtà. Non solo i nostri, visto che si trova alla rassegna Italy on Screen Today di New York per promuovere la candidatura al premio Oscar del suo film, in un paese che vive l’emergenza delle migrazioni con la stessa drammaticità, e in molti casi la stessa ipocrisia e cinismo.

Lei ha detto che "Io Capitano" punta a suscitare emozioni …

New York - Gli italiani hanno dimenticato che solo un secolo fa erano uguali ai molti migranti che oggi arrivano sulle nostre coste, semplicemente per inseguire il sogno di una vita migliore. Soprattutto in America, dove siamo stati accolti a braccia aperte, ma anche con grande diffidenza, razzismo e in alcuni casi violenza. Matteo Garrone non vuole entrare nel dibattito politico del nostro paese su questo tema, perché finirebbe per essere inevitabilmente strumentalizzato da una parte o dall’altra. Però spera che Io Capitano raggiunga quanto meno l’obiettivo di aprirci gli occhi su questa realtà. Non solo i nostri, visto che si trova alla rassegna Italy on Screen Today di New York per promuovere la candidatura al premio Oscar del suo film, in un paese che vive l’emergenza delle migrazioni con la stessa drammaticità, e in molti casi la stessa ipocrisia e cinismo.

Lei ha detto che "Io Capitano" punta a suscitare emozioni e non è un documentario, però in Italia l’emergenza migrazioni è un tema sociale che si intreccia inevitabilmente con la politica. Cosa spera di ottenere col suo film?
"Io Capitano si muove su un tema legato ai diritti umani.È un film nato tre anni fa, quando c’era già l’emergenza. Purtroppo è un tema drammatico, e lo sarà ancora per molto tempo, perché c’è un sistema che impedisce a tanti giovani (e in Africa il 70% della popolazione è costituito da giovani), di inseguire il loro sogno e muoversi liberamente. Perciò tanti di loro sono disposti a rischiare la propria vita. Non credo che questa grande tragedia si possa risolvere solo alzando dei muri e quindi ne sentiremo parlare ancora a lungo. Io non ho la soluzione ad un problema così complesso, ma quello che abbiamo cercato di fare è stato provare a raccontare questa storia, invece che dal nostro punto di vista, dal loro. Quindi fare un controcanto. Poi ognuno potrà trarre le proprie conclusioni. Siamo stati anche al Parlamento europeo, dove il film è stato proiettato".


In risposta si aspetta delle iniziative pratiche?
"In realtà non diciamo nulla di nuovo, il film non dà informazioni che i politici non conoscono già. Il cinema è legato alle emozioni, quindi racconto una storia cercando di creare delle immagini che noi conosciamo ma non abbiamo mai visto. Ecco, ho ricreato delle immagini che si conoscono, ma non si vedono. Poi ognuno trarrà le proprie conseguenze. Io Capitano racconta un viaggio, un’avventura. Non parte con l’obiettivo di essere un film a tesi, o che cerca di avere soluzioni ad un problema così complesso. Non abbiamo l’ambizione o la presunzione di poter insegnare a nessuno cosa bisogna fare. Però al tempo stesso credo sia importante capire che questi ragazzi partono inseguendo un sogno, che noi stessi alimentiamo, perché oggi i social media mostrano loro un’immagine del nostro mondo che corrisponde solo in parte alla realtà. Loro non vedono quello che c’è dietro le quinte della nostra società, e quindi spesso inseguono un sogno illusorio. Ma in fondo è sempre un sogno. Su questo credo sia importante fare una riflessione. E soprattutto smetterla di pensare che su quei barconi ci siano solo persone che scappano della guerra. È vero, ci sono esseri umani che fuggono da condizioni di difficoltà. Ma spesso ci sono anche giovani che partono perché hanno il desiderio di conoscere il mondo ed avere accesso a migliori opportunità lavorative, per guadagnare di più e poi magari poter aiutare la loro famiglie".

Se i politici conoscono già questa realtà, quelli che vogliono alzare muri o mandare le navi della Marina militare per bloccare i migranti sono disonesti?
"Lo sanno, ma io non mi permetterei mai di dire una cosa del genere. Non l’ho mai detta, e non sono mai intervenuto a parlare della politica italiana, perché penso che questo film si muova sul piano più generale e ampio dei diritti umani, delle violazioni dei diritti umani. Quindi non mi permetto di parlare della politica italiana, così come non mi sono permesso di parlare della politica europea quando sono stato a Strasburgo. Se poi i politici hanno visto il film non lo so. Spero, mi auguro, che possa essere di aiuto. Un contributo per cercare di capire meglio come affrontare un problema così complesso. Ma questo non posso dirlo, perché non ho avuto contatti con politici, né in Italia, né in Europa".

Se avesse voluto fare un film che colpiva più facilmente le coscienze, avrebbe potuto raccontare la storia di chi scappa dalla guerra e dalle persecuzioni. Perché invece ha scelto di parlare di due ragazzi che vivono in condizioni relativamente normali, ma cercano di andare in Europa per realizzare un sogno?
"Perché penso sia un lato che si conosce meno, e poi perché è emerso naturalmente dagli incontri che ho fatto. Questo è un film che nasce proprio dall’ascolto e io l’ho fatto insieme a questi ragazzi. Mi hanno raccontato le loro storie e hanno partecipato a tutte le varie fasi della realizzazione, non solo la scrittura, ma anche sul set. Mi sembrava giusto rimanere fedele alle loro storie, essere un intermediario, un tramite: mettersi al servizio delle loro storie, per cercare di dare voce a chi di solito voce non ha. Poi ognuno trarrà le sue conclusioni e conseguenze. In fondo Io Capitano è un documento di storia contemporanea, che penso potrà essere utile adesso e in futuro, perché racconta una pagina buia della nostra storia".

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Un secolo, fa milioni di italiani vennero in America grosso modo con le stesse motivazioni...
"Diverse motivazioni. Sottovalutate la forza che hanno i social, che un tempo non c’èrano".

Ma ci siamo dimenticati che un tempo anche noi scappavamo dall’Italia, non per sfuggire alla guerra o alle violazioni dei diritti umani, ma per venire in America alla ricerca di un sogno di vita migliore?
"Certo. Noi siamo un popolo di migranti, come lo sono qui. È un tema universale, quindi dialoga con qualsiasi pubblico in qualsiasi parte del mondo. Ognuno dovrebbe avere il diritto di muoversi e poter viaggiare, indipendentemente dal fatto che scappa o no da guerre. Non bisogna pensare che se uno vuole viaggiare, deve per forza scappare dai conflitti, altrimenti non ha questo diritto. Perciò il film si muove su un piano più alto dell’intervento nella politica italiana".


Ci sono vicende simili a quelle di "Io Capitano", ma molto più tragiche. Perché ha scelto questa?
"È una storia realmente accaduta. Il protagonista è finito in carcere e oggi lavora in Belgio. È riuscito a salvare 250 persone: perché non riconoscergli questo merito, visto che c’è anche chi non ce la fa? Sarebbe una scelta faziosa ed ideologica dare un messaggio di morte, quando c’è stato un momento di vita. Sappiamo che c’è la morte, l’abbiamo raccontata, se ne parla nel film e si vede. Ma è importante anche raccontare chi è riuscito, chi ha lottato per la vita e ce l’ha fatta. E’ successo, anche questa realtà esiste".

È questo il messaggio che vuole mandare ai giovani che pensano di emigrare?
"Il film verrà proiettato in venti paesi africani, lo ritengo un fatto molto importante. Non convincerà i giovani a non partire, ma almeno li renderà coscienti di cosa li aspetta".

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