Non sono quello che sono, la tragedia di Otello, Desdemona e Iago ambientata all’oggi, tradotta in dialetto napoletano e romano, girata sul litorale laziale. “La grande scommessa di una trasposizione fedele”, dice il regista Edoardo Leo, che si è ritagliato il ruolo del grande traditore. L’arrivo in sala del film (prodotto da Iif e Groenlandia con Alea) il 14 novembre, è stato preceduto da un intenso tour nelle università italiane, dove Leo ha affrontato il tema del femminicidio, ma anche l’attualità di Shakespeare, con migliaia di studenti. "È stata l’idea di un distributore: fin dalle prime proiezioni abbiamo sentito grande interesse per un classico che rilegge un problema tragicamente contemporaneo” spiega il regista, “anche per il lavoro di traduzione e lo studio che c’è stato dietro il testo. Un giro di atenei, incontri che mi hanno aperto a emozioni forti, non scorderò le ragazze che ci hanno raccontato le loro storie, le violenze subite”.
"Non sono quello che sono", Edoardo Leo rilegge l'Otello - trailer
Il film è una sua idea, nata quindici anni fa, leggendo un articolo di cronaca.
“Sì, un’idea senza commissione. Questo ritaglio sintetizzava sostanzialmente la sinossi breve dell’Otello. E dentro ci ho trovato un tema di studio sulla violenza di genere, sui meccanismi psicologici che portano l'uomo a cadere in quel tipo di tossicità. Mi sembra che raccontasse più di mille articoli di cronaca”.
Sta cambiando il racconto mediatico di queste storie?
“Nel viaggio durato anni mi sono interrogato prima di tutto su me stesso. Se io, che mi sentivo esente da certi comportamenti, potessi avere un maschilismo inconsapevole nei rapporti con gli altri. E poi ho allargato lo sguardo alla società. La cosa che è cambiata è il livello di attenzione: ora ne parliamo sulle prime pagine dei giornali. Quattro donne sono state uccise nei primi dieci giorni del mio tour. Ma vedo una sensibilità nuova, affinata, anche nei titoli dei giornali: stiamo prendendo coscienza, lentamente e con un ritardo pazzesco, che si tratta di un tema enorme e urgente”.
L’arrivo alla vera parità di genere passa per il cambiamento dello sguardo dell'uomo.
“Nelle università hanno aperto molti centri antiviolenza, sportelli di ascolto per le donne. A questi incontri c'era una stragrande maggioranza di donne. Invece dovremmo cercare di parlare ai maschi, spiegare ai ragazzi più giovani come certi atteggiamenti - dal controllo del telefono a quello degli spostamenti della donna – siano indicativi di qualcosa che non funziona. Però facciamo molta fatica a parlare ai maschi”.
Si parla di una crisi del maschio occidentale in questi tempi senza precedenti.
“Ho affrontato il tema in Un giorno a Roma, due donne che guadagnavano più degli uomini, facendoli entrare in crisi. Quella era una commedia romantica, stavolta ho scelto un grande classico. Ognuno nella società fa la sua parte, io sono un artista e lo faccio con il mio lavoro”.
Ha convissuto con il Bardo per tutto il tempo di questo film. Che significa per un attore?
“È incredibile quanto Shakespeare sia rock, per i giovani, quanta la potenza nelle sue parole. E per questo l’ho riscritto, non adattato. Ho fatto una traduzione pura, integrale. Uno sforzo che mi è stato riconosciuto da docenti inglesi. Una versione fedele, con una piccola parte di tradimento per restituirlo nella ricchezza che è il nostro dialetto”.
La parte più difficile?
“Sarà lo scontro con i filologi dei prossimi giorni. Ma mi piace, perché ci ho investito anni e conoscevo il rischio. Ai cosiddetti puristi ricordo che, se si leggono le traduzioni dei testi originali, ci si accorge che sono molto diverse, quella di metà 800 e quella del 1976. La vera sfida è stata tradurre il testo cercando di togliere la pietas nei confronti di Otello come eroe romantico. Otello vittima del troppo amore che è una lettura non più accettabile del 2024. Quindi portare l'accento su Otello come carnefice e non come vittima. Nelle proiezioni fatte questa cosa è arrivata al pubblico”.
Lei è Iago: “Non sono quello che sono”.
“Nel 1604 la storia di un uomo che uccide una donna si chiama La tragedia di Otello, oggi sarebbe La tragedia di Desdemona. I titoli raccontano tanto: in questa storia tutti i personaggi, tranne Desdemona, sono doppi. Che dovessi fare Iago l’ho deciso molto dopo, mi sono ingrassato venti chili, con sei ore di trucco sono diventato un 75enne”.
Chi è il suo Iago?
“Esattamente ciò che era nell’originale. Molti gli attribuiscono un motivo specifico per cui fa quello che fa. In realtà non lo confessa mai, dà sempre motivazioni diverse. Il suo problema è che non ha trovato un posto nel mondo e invece di migliorarsi sviluppa l'odio verso tutti. Una figura talmente radicale che diventa nell’immaginario collettivo il sinonimo di traditore. Ma non si può derubricare come un folle, perché in quello che fa è diabolicamente lucido”.
La sua crisi professionale è arrivata vent’anni fa. L’ha superata.
“A un certo punto non riuscivo in quello che pensavo di poter fare. Sono stato mandato via da una serie televisiva perché non mi ritenevano all'altezza. Mi son chiesto se valesse la pena fare questo lavoro, se ne fossi in grado. Sono entrato in crisi. Mi sono detto: ho quasi trent’anni, forse devo smettere. E invece quel momento mi ha cambiato la vita. Invece di fare lo scritturato, aspettare la chiamata, macinare provini, ho iniziato a scrivermi i personaggi che non mi offrivano. Mi sono messo in gioco come essere umano e ho provato a fare il mio mestiere. La mia accettazione del fallimento è diventata il punto da cui risalire. In Noi e la Giulia ci sono cinque falliti e lo urlano da una terrazza. Invece di galleggiare, fingere che sia sempre colpa degli altri, ho capito che ero io a dover cambiare. Prendermela con me stesso, invece che col produttore che mi ha cacciato, il regista che non mi ha preso, è stato l’inizio del cambiamento che mi ha portato qui”.
Un regista che l’ha compresa e aiutata?
“Più di uno, da Paolo Genovese a Liliana Cavani. Oggi però è più semplice. Devo ringraziare Gianfranco Albano, che mi ha preso quando ero un ragazzo con un curriculum vuoto, o Gigi Proietti, che mi ha voluto a teatro quando il mio non era un nome da cartellone”.
Paolo Genovese, che la definisce “il nostro Hugh Grant” e l’ha voluta in FolleMente, nove anni dopo Perfetti sconosciuti.
“Ovunque vado nel mondo ancora parlano di quel film. In Italia non siamo abbastanza generosi con i nostri successi. A quel film sono profondamente legato, per me il set di Paolo è stato una specie di ritorno a casa”.
In FolleMente lei e Pilar Fogliati siete innamorati di età diverse, la mente del suo personaggio è più colma di oggetti, perché ha vissuto di più. Cosa c’è nella sua “vera” stanza di ricordi?
“Tanti libri in assoluto, tanti resti di recitazione che ho letto da solo, perché ero stato bocciato alle scuole per attori. Le foto di come ero a vent'anni, quando volevo fare ruoli di eroe romantico un po’ belloccio, poi mi sono dovuto arrendere al fatto che per me era interessante fare l'antieroe. L’abbraccio alla commedia, rispetto ad altri toni. E ci sono i miei trascorsi sportivi, ho giocato a calcio per tanto tempo, è importante per me”.
Con quali emozioni nella sua testa si confronta di più?
“Una frase bellissima di Giorgio Gaber dice: ‘penso di poter essere vivo e felice solo se lo sono anche gli altri’. Il rischio del successo è l’isolamento, perdersi quello che accade. Da tanto tempo giro l’Italia, faccio tournée teatrali in provincia, ho aperto una società di produzione che produce e sviluppa progetti di giovani autori. Mi pare fondamentale condividere le cose belle che mi sono successe”.
Lei è quello che è?
“Nessuno lo è davvero. Penso che mi sto avvicinando, ammesso che io sappia davvero cosa sono. Continuo a cercare, durante il viaggio cambio. Con l’età, la maturità, le cose che ti accadono, ti sposti. È una rincorsa continua, ma una bella rincorsa”.