Jack Lemmon, cent’anni fa nasceva l’uomo comune che conquistò Hollywood
di Alberto CrespiJack Lemmon nel film "Prima pagina" (1974)
John Uhler Lemmon III nacque nell’ascensore della clinica. Era l’8 febbraio del 1925, un secolo fa. Stavano portando la mamma in sala parto ma il piccolo non volle aspettare. Era evidentemente destinato a grandi cose. Il numero romano “III” dopo il nome non indica una dinastia di regnanti: vuole semplicemente dire che anche suo padre e suo nonno si chiamavano John come lui. Però John Lemmon II non era uno qualsiasi: era il vicepresidente della Doughnut Corporation of America, il che significa che riempiva di ciambelle, quelle che piacciono tanto a Homer Simpson, gli stomaci di tutti gli americani.
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La familiarità con le malattie
Uscito dall’ascensore, il piccolo John sembrò apprezzare la clinica e pensò bene di tornarci spesso: a 12 anni di età ne aveva passati ben due in camere d’ospedale. Nelle prime pagine di una bellissima biografia che sta per uscire per Edizioni Sabinae (Jack Lemmon. L’uomo comune del cinema americano, di Andrea Ciaffaroni, in libreria dal 10 febbraio ma già ordinabile in rete) troviamo questo suo ricordo: «Ho avuto tutte le malattie infantili possibili. La febbre reumatica, la scarlattina, il morbillo, gli orecchioni e cinque operazioni importanti prima dei dieci anni. Mi sono operato tre volte alla mastoide e mi hanno rimosso le tonsille tre volte. Le adenoidi? Me le hanno strappate cinque volte. Più tardi, quando sono entrato in Marina, i medici mi hanno dato un’occhiata e hanno detto: “Quelle tonsille devono sparire”. Ho risposto: “Non esiste, tesoro. Le ho tolte e tolte ancora e sono tornate e resteranno!”. Non so cosa significhi respirare da entrambi i lati del naso allo stesso tempo».
In coppia con Walter Matthau
Ripensando a questa trafila medica che sembra un bollettino di guerra, alcune scene comiche acquistano un senso quasi drammatico. In L’appartamento, ad esempio, è sempre raffreddato perché il personaggio – C.C. Baxter – passa le serate all’addiaccio perché, al fine di fare carriera, “affitta” la sua casa ai superiori che non sanno dove portare le loro amanti. In Non per soldi ma per denaro è quasi sempre in un letto d’ospedale: deve fingersi paralizzato, su istigazione del perfido cognato Walter Matthau, per fregare l’assicurazione. Sono scene in cui Lemmon sa bene cosa sta facendo. Ma lo sapeva sempre.
Il talento dell’antidivo
Possiamo spararla grossa? Jack Lemmon (morto il 27 giugno del 2001) è stato il più grande. Sì, dovessimo indicare il più grande attore del cinema americano, sceglieremmo lui. Perché sulla carta Lemmon non aveva nulla del divo. Non era bello come Paul Newman, non era pazzo e carismatico come Marlon Brando, non era aitante come Gary Cooper e John Wayne, non era uno sciupafemmine come Clark Gable. Era veramente un uomo comune, ma aveva due cose: uno straordinario talento e una superlativa intelligenza.
Il film con Marylin Monroe
L’abbiamo visto di persona una volta nella vita: a Berlino, nel 1996, quando ricevette l’Orso d’oro alla carriera. Tenne una conferenza stampa dalla quale si poteva levare la parola “stampa”: fu una dotta conferenza sul lavoro di attore, punto e stop.
Disse una cosa che ci parve, e ancora ci pare, illuminante: sul set di A qualcuno piace caldo fu l’unico a lavorare in modo serio e tranquillo perché, parole sue, «non ero minimamente coinvolto con Marilyn Monroe, a differenza di Tony Curtis, e non dovevo dirigerla, a differenza di Billy Wilder. Marilyn era meravigliosa e insicura. A volte ci volevano 30-40 ciak per arrivare a finire una scena, ma il risultato era stupendo. Fece impazzire Billy e fece impazzire Tony, in modo diverso; ma non fece impazzire me. Su quel set tutti erano pazzi tranne me». E pare fosse anche l’unico a prendere il film per il verso giusto: Tony Curtis, travestito da donna, era perennemente imbarazzato mentre lui, John Uhler Lemmon III, faceva “la pazza” e si divertiva follemente.
Insomma, se gli altri erano divi lui era un attore, formidabile nel comico come nel drammatico. Infatti ha vinto il suo unico Oscar da protagonista per un film drammatico, Salvate la tigre: il che è profondamente ingiusto. Lemmon citava sempre un aneddoto famoso su un caratterista inglese di nome Edmund Gwenn. Sul letto di morte, l’amico che lo assisteva gli disse: «Vecchio mio, credo che morire sia molto difficile». Gwenn rispose: «Sì, ma non così difficile come recitare in una commedia!». E poi morì. Che gran finale, per un attore!