Bong Joon-ho: “In Mickey 17 racconto i dittatori grotteschi ispirato dal duce di Bellocchio”
di Arianna FinosROMA – Sei anni dopo il clamore di Parasite, Bong Joon-ho torna con Mickey 17, blockbuster spaziale, satira distopica, favola ambientalista. Robert Pattinson è il Mickey del titolo: ha firmato un contratto da risorsa sacrificabile, viene mandato allo sbaraglio e ristampato a ogni morte, fino ad arrivare alla versione 17. Il regista coreano torna a esplorare i temi del suo cinema, raccontando un futuro che è un ammonimento al presente: una società divisa tra ricchi e ultimi, un dittatore-imprenditore predicatore, Mark Ruffalo, che i social già associano a Trump e Musk. Il film esce il 6 marzo con Warner.
“Parasite” è stato il primo film in lingua non inglese a vincere l’Oscar come miglior film. Il successo ha travolto la sua vita?
«Il mio amico Quentin Tarantino ha vissuto il successo straordinario di Pulp Fiction a trent’anni. Lui ha dovuto lottare per sopravvivere. Io ne avevo cinquanta quando Parasite è diventato un f…
ROMA – Sei anni dopo il clamore di Parasite, Bong Joon-ho torna con Mickey 17, blockbuster spaziale, satira distopica, favola ambientalista. Robert Pattinson è il Mickey del titolo: ha firmato un contratto da risorsa sacrificabile, viene mandato allo sbaraglio e ristampato a ogni morte, fino ad arrivare alla versione 17. Il regista coreano torna a esplorare i temi del suo cinema, raccontando un futuro che è un ammonimento al presente: una società divisa tra ricchi e ultimi, un dittatore-imprenditore predicatore, Mark Ruffalo, che i social già associano a Trump e Musk. Il film esce il 6 marzo con Warner.
“Parasite” è stato il primo film in lingua non inglese a vincere l’Oscar come miglior film. Il successo ha travolto la sua vita?
«Il mio amico Quentin Tarantino ha vissuto il successo straordinario di Pulp Fiction a trent’anni. Lui ha dovuto lottare per sopravvivere. Io ne avevo cinquanta quando Parasite è diventato un fenomeno, facevo il regista da vent’anni e sono riuscito a viverla con una certa distanza. Avevo già i primi acciacchi del corpo che invecchia, quando mi hanno dato l’Oscar. Seguivo il successo di Quentin pensando “deve essere fantastico”. Poi è successo a me e certo, è fantastico, sono grato. Ma poco è cambiato nella mia vita e carriera. A parte il fatto che oggi, quando faccio i provini, gli attori conoscono già il mio lavoro».
Ha finito “Mickey 17” due anni fa. Nel frattempo il mondo è cambiato, ci sono nuovi leader politici. La storia assume un valore diverso?
«La realtà ci ha superato. Tra post produzione e scioperi, abbiamo finito nel 2023. Molte questioni politiche che racconto nel film riguardano la scarsa qualità dei leader, cosa che accade un po’ ovunque nel mondo. La storia si ripete sempre. L’idea era riflettere su quello che è successo in passato, ma Mickey 17 ha finito per parlare del presente e forse predire il prossimo futuro».
La figura di Mark Ruffalo fonde politica, religione, economia.
«In Corea c’è un’enorme organizzazione di imprese religiose che, fino a poco tempo, fa aveva un potere incredibile. Controllava anche il business delle bevande alcoliche e analcoliche. E il leader è diventato una figura abbastanza famosa anche negli Stati Uniti. Quando l’ho saputo ho pensato: cosa accadrebbe se quella compagnia religiosa iniziasse a colonizzare altri pianeti? Ma non voglio che Mickey 17 sia inteso come un’analisi della politica attuale: mi interessa ciò che succede al poveretto che dà il nome al film».
Che è il divo Robert Pattinson.
«È fantastico come Batman ma nel quotidiano è un ragazzo simpatico, fa tutto in modo naturale, è stato subito chiaro che sarebbe stato perfetto per il bonario Mickey 17, ma non sapevo se fosse giusto per il Mickey 18, molto più cupo (durante la “ristampa” si stacca la spina e il nuovo esemplare ha un diverso carattere, ndr). Mi ha convinto con la sua energia esplosiva, in lotta con Willem Dafoe in The Lighthouse di Robert Eggers».
Il leader Ruffalo è una combinazione di molti dittatori. Qualcuno più di altri?
«Il personaggio cambia e così anche i dittatori. All’inizio vediamo un timido leader di un partito conservatore che accetta i consigli di chi gli sta intorno, soprattutto di sua moglie. Poi si trasforma in un tipo rozzo, un po’ comico, persino ridicolo. Qui il modello Mussolini era molto presente, la fronte alta, la mascella prominente, i capelli pettinati all’indietro... Ma non era deciso a tavolino, ci siamo arrivati dopo molte prove».
Ha visto la serie “ M. Il figlio del secolo” di Joe Wright?
«No, e sono curioso. Ma per il mio film ho avuto in mente Vincere di Marco Bellocchio, di cui ammiro il cinema, lo considero un maestro».
Torniamo al dittatore di Ruffalo. Sui social lo accostano a Trump.
«Il pubblico americano la pensa così ma mi piace che ogni spettatore crei le proprie connessioni. Io ho pensato ai politici coreani del passato, Ruffalo ha portato il suo bagaglio di politici americani».
Il film parla di colonialismo e di confini che si rinsaldano.
«L’idea era guardare il colonialismo dal punto di vista dei colonizzati. Uno dei personaggi lo dice: “Se arriviamo su altri pianeti, gli alieni siamo noi, loro sono i nativi”. All’anteprima a Londra è stata la scena più applaudita. La storia si ripete e si ripeterà».
Poi c’è la parte ambientalista.
«Tutti i soldi e l’energia investiti nell’esplorazione dello spazio dovrebbero essere spesi per salvare la Terra. Non voglio vivere su Marte».
Il Nobel a Han Kang conferma l’ascesa della cultura coreana.
«Nell’anno del Nobel forse sono successe troppe cose in Corea, ci stiamo ancora riprendendo. Di certo la nostra è una cultura dinamica: ciò che negli altri Paesi richiede un secolo di trasformazioni, in Corea accade in un decennio. Ogni settimana c’è una rivoluzione. È estenuante. Sono cresciuto sotto una dittatura militare, da giovane ho visto scontri di piazza ogni giorno. Ma allo stesso tempo si moltiplicavano registi e artisti pop. In Corea tutto capita insieme. Pazzesco, no?».