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Novelli, tre generazioni di stuntman: “La nostra categoria merita un premio anche in Italia”

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L’Academy annuncia: dal 2028 anche i “cascatori” saranno inseriti nelle nomination. Parla l’erede di una storica dinastia di stunt: “Era ora, rinnovo il mio appello all’Accademia dei David”
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ROMA – Tre generazioni di stuntman o “cascatori”, come si chiamavano quando Mario Novelli nel 1958 scelse di convertire in una nuova professione la sua carriera di attore in peplum e kolossal per la quale aveva scelto il nome di Antony Freeman. Sessantasette anni dopo, suo figlio Emiliano ha una società che fa lavorare duecento stuntmen e stuntwoman e un figlio sedicenne, Adriano, già avviato alla professione.


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Come stunt coordinator, con suo fratello Alessandro lavora in media a una settantina tra film e serie ogni anno, fornisce stunt, coordina le riprese, lavora alla formazione dal suo quartier generale, EAStunt, a due passi da Cinecittà per produzioni nazionali e internazionali. Dai film di Tornatore e Bellocchio a serie come Citadel: Diana e il peplum di Roland Emmerich con Anthony Hopkins.

Citadel: Diana -…

ROMA – Tre generazioni di stuntman o “cascatori”, come si chiamavano quando Mario Novelli nel 1958 scelse di convertire in una nuova professione la sua carriera di attore in peplum e kolossal per la quale aveva scelto il nome di Antony Freeman. Sessantasette anni dopo, suo figlio Emiliano ha una società che fa lavorare duecento stuntmen e stuntwoman e un figlio sedicenne, Adriano, già avviato alla professione.


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Come stunt coordinator, con suo fratello Alessandro lavora in media a una settantina tra film e serie ogni anno, fornisce stunt, coordina le riprese, lavora alla formazione dal suo quartier generale, EAStunt, a due passi da Cinecittà per produzioni nazionali e internazionali. Dai film di Tornatore e Bellocchio a serie come Citadel: Diana e il peplum di Roland Emmerich con Anthony Hopkins.

Citadel: Diana - La scena d'azione con Matilda De Angelis

Ora che l’Academy ha annunciato che, a partire dal 2028, anche la figura degli stunt sarà riconosciuta con l’Oscar chiediamo a Novelli se è arrivato il momento in cui questa professione nell’ombra avrà il suo momento di gloria. "Era ora – ride – è un riconoscimento dovuto. Il contributo che la nostra professione dà al cinema non è ratificato al di là della singola performance ma è invece importante. Oltretutto lo stunt coordinator fa un lavoro di affiancamento al regista assolutamente centrale in tanti film d’azione ma non solo, da collaboratori si diventa coautori di queste sequenze”.

È una figura che tiene insieme discipline diverse, quali sono le caratteristiche di un bravo stunt?

"Deve essere più completo possibile a livello di preparazione fisica e di equilibrio mentale e uno stunt, per vivere di questo mestiere, deve essere in grado di coprire più ruoli possibili. Non si finisce mai di imparare in questa professione. Lo stunt coordinator poi è un mestiere diverso a cui si può aspirare se dopo una carriera come performer si ha capacità organizzative e registiche. Per me il passaggio è stato graduale, dopo aver fatto lo stunt per 25 anni girando scene ad alto rischio, hanno cominciato ad affidarmi la direzione del reparto stunt per costruire scene d’azione e da lì sono passato alla regia”.

Mario Novelli 

La vostra è una famiglia d’arte. Qual è la prima immagine che ha di suo padre?

"L’immagine di un supereroe. Quando ho realizzato qual era il mestiere di papà ho cominciato a seguirlo ovunque andasse per vederlo girare. Lui e gli altri colleghi sono diventati il mio modello, per spirito di emulazione ho fatto la scuola di cinema, ho studiato fotografia per poi trovarmi a diciotto anni sul mio primo set”.

Uno dei primi ricordi?

"Avevo 19 anni, saltavo da un palazzo di otto piani, erano quasi venticinque metri, era la prima caduta che facevo… Avevo già fatto dei tuffi, ero abituato al controllo del corpo ma avevo i miei genitori che mi guardavano da sotto, le luci in faccia, gente affacciata dall’ottavo piano del palazzo davanti a me con tanto d’occhi. È stato un battesimo importante, fisicamente ero pronto ma la pressione, lo stress, le urla, l’adrenalina che sale. Se in quel momento non hai il pieno controllo di te può essere veramente pericoloso”.

Situazioni di pericolo?

"Certamente, perché anche se alcune scene le hai fatte centinaia di volte ci sono sempre degli elementi di rischio. Penso a una caduta dall’alto oltre ai venti metri, le scene in cui ti dai fuoco, le sequenze in cui vieni investito. Incidenti ne ha avuti mio padre, ne ho avuti io. Ci sono performer che fanno solo scene ad alto rischio e altre figure che fanno un lavoro diverso, di background, di precisione dove il rischio è minore ma non per questo è un ruolo meno importante".

Come è cambiato il mondo degli stunt dall’epoca di suo padre Mario?

"La generazione di mio padre e i suoi colleghi è stata una generazione di pionieri. Non esisteva nulla a cui rifarsi, era un settore di totale sperimentazione, fatto di coraggio e voglia di superare i propri limiti. Lo è ancor oggi, ma prima lo era di più. Tutto era all’insegna dell’arrembaggio. Paradossalmente è diventato più difficile perché la soglia di pericolo si è alzata ma anche il livello di sicurezza deve essere maggiore. Il pubblico ha visto tutto e il contrario di tutto al cinema e in tv, per spostare l’asticella occorre offrire uno spettacolo ancora più stupefacente ma garantendo sempre la sicurezza. Una bella sfida".

Anche suo figlio vuole diventare stunt.

"Sì Adriano ha iniziato a otto anni sull’Amica geniale. È stato il doppio di Lila, la protagonista, nella scena in cui viene gettata dal balcone, un maschio vestito da bambina. Poi ha continuato a fare lo stunt bambino per tanto tempo, a dodici anni ha lavorato con Alessandro Borghi in Mondocane, era Bombino, il ragazzo che sfondava la finestra e saltava giù, una scena piuttosto forte per lui, ma anche per me. Ora è in un’età di mezzo non è più bambino né adulto, ha un’età scenica un po’ particolare per cui sta lavorando un po’ meno, ma sicuramente proseguirà”.

Con Borghi avete lavorato anche per il film Il primo re.

"Nella carriera ho fatto più cinquecento film per cui quello che oggi mi dà più soddisfazione è il lavoro con gli attori. In America molti attori fanno anche una preparazione da stunt, sarebbe importante venisse studiato qui da noi anche perché oggi una produzione ti può chiedere di andare a cavallo, combattere, guidare una moto, tirare di spada, saltare… Alessandro ha questo atteggiamento, ha fatto un percorso spaventoso ed è diventato uno di noi, ha combattuto un centinaio di persone, sapeva le coreografie a memoria. L’effetto sullo schermo è molto diverso rispetto alle sequenze in cui il protagonista dà due colpi e poi entra la controfigura”.

'Mission: impossible. The final reckoning' - il trailer dell'ottava missione di Ethan Hunt

Uno come Tom Cruise che fa praticamente tutti i suoi stunt come è visto da lei che lo fa di professione?

"Tom Cruise prima di essere un attore è lo stunt numero uno al mondo. Quello che fa lui non lo fanno tanti stunt performer, ovviamente ci sono mesi e mesi di preparazione insieme agli stunt prima. C’è chi lo mette nelle condizioni di girare queste scene, lui fisicamente c’è e mentalmente di più per cui ce la fa anche a 62 anni. Poi lui si autoproduce i film per cui è più libero rispetto al tema delle assicurazioni perché ovviamente quando sono le star del film a voler girare le scene d’azione esiste anche un problema di assicurazione”.

Ha formato Matilda De Angelis. Come avete lavorato?

"La mia filosofia è che, dove si può, preferisco sempre portare gli attori ad arrivare a fare da soli il più possibile le scene d’azione, è un vantaggio soprattutto per il film. Matilda De Angelis in Citadel ha fatto il 90% di quello che vediamo dopo mesi e mesi di preparazione. Matilda è un’attrice bravissima, ma dal punto di vista delle scene d’azione era totalmente acerba, quando l’ho incontrata le ho promesso che alla fine ne sarebbe uscita come una stunt. Ha sofferto tanto, noi l’abbiamo accolta e poi messa sotto pressione, ha avuto i suoi momenti di crisi ma non ha mollato mai, si è stabilito un rapporto di fiducia. Mai avrebbe immaginato che alla fine sarebbe stata in grado di sparare da una motocicletta o di essere attaccata a una teleferica lunga 640 metri a 20 metri di altezza eppure ci siamo riusciti. È stata una grandissima soddisfazione”.

Ha lavorato con produzioni italiane e internazionali. Principali differenze?

"I nostri film sono ovviamente più difficili per via del budget. È necessario avere più preparazione, più studio e più ricerca in modo che non ci siano sprechi a livello produttivo e si arrivi ad avere l’effetto sperato in una solo ripresa. Se c’è da fare un cappottamento in macchina per un film italiano hai a disposizione solitamente un’auto, mentre in una produzione americana magari ne hai tre o quattro. Per realizzare una sequenza ci sono tante strade quello che è importante è trovare quella che corrisponde alla visione del regista.

Gli stunt lavorano anche con gli effetti speciali. Nella serie Those about to die ci sono scene in cui un leone è stato aggiunto in un secondo momento.

"Per quanto possa sembrare dal di fuori un lavoro fatto di forza fisica e testosterone in realtà la nostra professione ha molto a che vedere anche con lo studio. L’aggiornamento anche rispetto alle nuove tecnologie e il confronto con gli altri reparti è fondamentale. Oggi lo stunt e soprattutto lo stunt coordinator deve padroneggiare anche questo; nella scena del leone c’è uno stunt con una tutina che sostituisce il leone che verrà poi aggiunto digitalmente, qualcosa di impensabile anche solo una quindicina di anni fa. Il mio ruolo è essere all’avanguardia e anticipare le innovazioni che arrivano per essere sempre un passo avanti rispetto a quello che un regista o una produzione può chiederti”.

In quest’ottica cosa pensa dell’avvento dell’intelligenza artificiale rispetto al tema delle controfigure digitali?

"È una questione complessa, difficile da semplificare. Non mi sono ancora fatto un’idea precisa anche se sto studiando. I VFX effetti speciali digitali hanno iniziato ad usarla con ancora diversi limiti, nei film meno realistici del tipo Marvel funzionano sicuramente meglio. Per quel che riguarda il nostro lavoro mi interrogo su che effetto avrà, io ormai ho 53 anni ma penso soprattutto a come influirà sul lavoro di mio figlio che vuole portare avanti la società. Ho provato a fare qualche esperimento senza utilizzarlo come scorciatoia, ma devo dire che ancora non so esattamente come succederò in futuro. Di certo io non sono contro l’innovazione ma l’intelligenza artificiale va limitata, è entrata a gamba tesa su tutto ma sono convinto che una cosa come il cinema – che è emozione pura – non può essere creato con un’intelligenza che non ha emozioni”.

Con Giuseppe Tornatore 

Dopo gli Oscar, adesso toccherebbe ai David prendere in considerazione la figura degli stunt.

"Assolutamente. Io già in passato ho fatto un appello in quel senso ma senza successo e ora sono ben felice di rifarlo. Nel 2016 ho lavorato con Giuseppe Tornatore a La corrispondenza, un film che aveva per protagonista una stuntwoman (era Olga Kurylenko), abbiamo fatto capottamenti, cadute dall’alto, incendi… in quello che era un film d’autore. Speravo che venisse preso in considerazione. Vinse cinque David tra cui migliori acconciature e io chiesi, polemico, qual era il criterio di giudizio che portava a premiare le acconciature e non il lavoro fatto da un stunt coordinator. Anche perché è vero che si lavora principalmente ai film d’azione ma c’è anche il lavoro sui film d’autore. Se penso a una delle ultime sequenze che ho fatto per Marco Bellocchio, che è un perfezionista, abbiamo girato una rivolta in carcere con lui che ha studiato a tavolino ogni dettaglio, ha chiesto che gli stunt fossero dei sosia degli attori. Mi ha detto: ‘deve avere la barba così, deve essere alto o basso per ogni stunt per ogni comparsa’. C’è uno sforzo spaventoso di ricerca storica anche dietro al nostro lavoro, per cui rinnovo la richiesta di mettere in luce una professione che di suo vive nell’ombra ma non per questo deve essere dimenticata”.

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