Questa è la festa di tutti i lavoratori dello spettacolo», s’emoziona Elena Sofia Ricci inguainata in un abito luccicante per la notte dei David di Donatello, in diretta su Rai 1 dal Teatro 5 di Cinecittà. Ed è una festa al femminile. Vermiglio di Maura Delpero è il trionfatore dell’edizione 70: miglior film, regia, sceneggiatura originale, suono, con la storia di tre sorelle, Lucia, Ada e Flavia, non più bambine, non ancora donne, nell’ultimo anno del secondo conflitto mondiale, in un paese del Trentino, quando un unico sparo segna la fine della loro innocenza. Un film profondamente personale, già candidato italiano all’Oscar: «Mentre lo scrivevo — racconta sul palco la cineasta, prima donna a ricevere una statuetta alla regia — mi chiedevano se il tema della guerra fosse anacronistico, non era così. Il mio è un film antimilitarista, racconta quando la guerra ce l’avevamo in casa noi».
«Meno armi e più cinema» è anche il motto di Margherita Vicario, migliore regista esordiente per Gl…
Questa è la festa di tutti i lavoratori dello spettacolo», s’emoziona Elena Sofia Ricci inguainata in un abito luccicante per la notte dei David di Donatello, in diretta su Rai 1 dal Teatro 5 di Cinecittà. Ed è una festa al femminile. Vermiglio di Maura Delpero è il trionfatore dell’edizione 70: miglior film, regia, sceneggiatura originale, suono, con la storia di tre sorelle, Lucia, Ada e Flavia, non più bambine, non ancora donne, nell’ultimo anno del secondo conflitto mondiale, in un paese del Trentino, quando un unico sparo segna la fine della loro innocenza. Un film profondamente personale, già candidato italiano all’Oscar: «Mentre lo scrivevo — racconta sul palco la cineasta, prima donna a ricevere una statuetta alla regia — mi chiedevano se il tema della guerra fosse anacronistico, non era così. Il mio è un film antimilitarista, racconta quando la guerra ce l’avevamo in casa noi».
«Meno armi e più cinema» è anche il motto di Margherita Vicario, migliore regista esordiente per Gloria! e migliore compositore insieme a Davide Pavanello. Valeria Golino con il film-serie L’arte della gioia si aggiudica la sceneggiatura non originale e un doppio premio alle attrici: Tecla Insolia, 21 anni, è la sfrenata, vitale, amorale Modesta e dedica il premio «alla famiglia, ai libri dimenticati, ai corpi liberi e alle persone scomode come Goliarda Sapienza». Come non protagonista, per lo stesso titolo, Valeria Bruni Tedeschi: «Forse mi hanno premiata per il coraggio di fare un personaggio più anziano di me. Ricordo che una sera insistevo con il truccatore, “toglimi il trucco da vecchia”, e lui: “Ma veramente l’ho già tolto...”. Quindi, forse, non c’era una gran trasformazione».
Assente fisicamente alla cerimonia e dai premi Paolo Sorrentino, il suo Parthenope aveva quindici candidature, alla pari con Berlinguer-La grande ambizione di Andrea Segre, che si aggiudica il montaggio e il migliore attore, Elio Germano, perfetto nel ruolo del segretario del Partito comunista raccontato nei cinque anni cruciali che vanno dall’attentato a Sofia, in Bulgaria, fino al rapimento Moro. Sul palco dice: «Mi fa piacere riceverlo da Claudio Santamaria, con cui insieme ad Artisti 7607 facciamo le battaglie per gli attori. Volevamo raccontare tanto del nostro Paese, gli uomini e le donne che hanno lottato con i loro corpi. I movimenti operaio, studentesco, femminista. Dedico il premio a chi lotta e lotterà per il raggiungimento della parità di dignità sancita dalla Costituzione, che deve essere la stessa per uomini e donne, ricchi e poveri, italiani e stranieri. E, lasciatemelo dire, i palestinesi hanno la stessa dignità degli israeliani».
Al mattino, al Quirinale l’attore aveva criticato l’intervento del ministro della Cultura Alessandro Giuli, che aveva parlato della «precarietà e confusione del settore» sostenendo che «il disegno correttivo del tax credit ha recepito le istanze di chi ha bisogno di chiarezza e trasparenza». Per Germano «il cinema è in crisi per grossa responsabilità del ministero della Cultura. Sentirci dire che le cose vanno bene è fastidioso. Invece di piazzare i loro uomini nei posti chiave, come i clan, si preoccupassero di fare il bene della nostra comunità, mettendo le persone competenti nei posti giusti».
Tra i non protagonisti vince Francesco Di Leva, il patriarca di Familia, «sapevamo di raccontare una storia necessaria, vera, successa a un ventenne che l’ha pagata con il carcere. Dobbiamo sostenere il cinema d’autore». Pupi Avati, 87 anni, 55 film, premio alla carriera, sul palco dice «vorrei che Schlein telefonasse a Meloni per dirle “Giorgia, ci vediamo per parlare di cinema italiano?”», poi «qui c’è opulenza, nel cinema italiano le società piccole e indipendenti faticano».
Gabriele Salvatores vince il David giovani e agli effetti speciali con Napoli, New York. Sulle note di Bob Dylan ecco Timothée Chalamet, sul tappeto rosso con la findanzata Kylie Jenner per il David speciale; ricorda Chiamami col tuo nome, il film che l’ha lanciato, «Guadagnino è la persona più importante della mia carriera, sono grato all’Italia».
La cerimonia infinita inizia dopo la fumata nera papale e Affari tuoi, si va avanti fino a notte fonda, come mai prima. Un’edizione musicale, Mika apre cantando sul tema di Nuovo cinema Paradiso, Riccardo Cocciante intona Era già tutto previsto, Claudio Santamaria duetta con Mika su Futura, omaggio a Borotalco e a Eleonora Giorgi. La Maléna Monica Bellucci è chiamata a premiare Giuseppe Tornatore, David speciale di Cinecittà per l’edizione 70, che dedica «ai registi al primo film: resistete e insistete». Si omaggia la carriera di Ornella Muti (assente), mentre a Diamanti di Ferzan Ozpetek va il premio del pubblico, «il più importante, più puro, per me».