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Jeremy Irons: “Girerei subito con Sorrentino ma non mi chiama. Mia moglie? Mai sul set insieme”

foto di Francesca Pradella 

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L’attore al SalinaDocFest presenta “Trashed” il documentario in cui ha raccontato le crisi ambientali e l’emergenza ecologica. E ricorda i tanti lavori con i registi italiani
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SALINA (MESSINA) – Appuntamento con Jeremy Irons sulla barca ancorata al porto di Marina di Salina, le due del pomeriggio. Abiti di lino, occhiali da sole stilosi, 76 anni di fascino assoluto. Lo raggiunge la moglie Sinéad Cusack, acclamata attrice non solo teatrale, e l’atmosfera diventa frizzantina, anche per via di certe punzecchiature coniugali, forse il segreto di un matrimonio che dura dal 1978. Al SalinaDocFest Irons porta il documentario Trashed (è anche una serie tv su Prime video), frutto del suo impegno ambientalista: l’attore viaggia per il mondo mostrandoci le conseguenze dell’inquinamento, tra montagne di spazzatura sulle coste siriane, vicino a un inceneritore in Islanda, racconta comunità che sono riuscite a creare circoli virtuosi di riciclo. “Per motivi economici abbiamo scelto i luoghi più critici. Ma i problemi restano. In Inghilterra stiamo costruendo 41 nuovi inceneritori, consumiamo troppo, produciamo troppi rifiuti. Credo che ormai sia troppo tardi. Dobbiamo ad…

SALINA (MESSINA) – Appuntamento con Jeremy Irons sulla barca ancorata al porto di Marina di Salina, le due del pomeriggio. Abiti di lino, occhiali da sole stilosi, 76 anni di fascino assoluto. Lo raggiunge la moglie Sinéad Cusack, acclamata attrice non solo teatrale, e l’atmosfera diventa frizzantina, anche per via di certe punzecchiature coniugali, forse il segreto di un matrimonio che dura dal 1978. Al SalinaDocFest Irons porta il documentario Trashed (è anche una serie tv su Prime video), frutto del suo impegno ambientalista: l’attore viaggia per il mondo mostrandoci le conseguenze dell’inquinamento, tra montagne di spazzatura sulle coste siriane, vicino a un inceneritore in Islanda, racconta comunità che sono riuscite a creare circoli virtuosi di riciclo. “Per motivi economici abbiamo scelto i luoghi più critici. Ma i problemi restano. In Inghilterra stiamo costruendo 41 nuovi inceneritori, consumiamo troppo, produciamo troppi rifiuti. Credo che ormai sia troppo tardi. Dobbiamo adattarci. Spero che il documentario serva, anche se non so se il cinema possa cambiare le cose”.

Che viaggio è stato?

“Il Vietnam, è stato molto difficile. In India ho incontrato una famiglia meravigliosa: la figlia era nata senza braccia né gambe a causa dei bombardamenti chimici americani. L’ho aiutata per circa dieci anni, procurato nuove protesi, è stato bellissimo per entrambi. E’ sempre una fortuna testimoniare con i propri occhi, perché così non è più una teoria, è realtà. E questo ti dà forza per parlarne. Ho volato tanto, cosa che non amo, ma era importante esserci, in Libano, in Vietnam, in Islanda. Se fosse stato solo un voice over, non sarebbe stata la stessa cosa”.

Nel film si racconta che il cambiamento arriva dai singoli, dalle piccole comunità. La politica è distante.

“E negli ultimi anni è peggiorata. I governi si muovono solo in base a logiche economiche, non per motivi ecologici, spirituali o ambientali. E’ deprimente. Ma le piccole cose che facciamo come individui, una per una, possono cambiare il mondo. Oggi mi ritrovo in questo. Non ha senso aspettarsi qualcosa dai governi. Abbiamo mostrato il nostro film al governo britannico. C’erano solo due politici presenti. Due”.

Molti governi negano il cambiamento climatico.

“Non so quanto tempo ci vorrà prima che l’America lo riconosca pienamente. In molti sanno che esiste, ma sanno che è molto costoso affrontarlo. E se gestisci il tuo paese solo dal punto di vista economico, perché mai dovresti intervenire? C’è sempre qualcuno che riesce a farci soldi”.

Questa alle Eolie è una nuova tappa italiana, per lei.

“Tanti anni fa ho girato un film a Catania, Nijinsky di Herbert Ross, al Teatro dell’Opera di Catania. Poi sono tornato a Siracusa, cercavo tracce dei miei antenati. Non ero mai stato alle Eolie. Il Mediterraneo – di cui l’Italia è il cuore – è un luogo straordinario, con la sua storia e la sua antichità. Amo il clima, purché sia in mare. Sono nato su un’isola, l’Isola di Wight, sulla costa sud dell’Inghilterra, e ho sempre navigato. Ho passato molti momenti felici qui, per lavoro o vacanza".

foto di Francesca Pradella 

Ha lavorato con tanti registi.

“Non con Visconti, purtroppo, ma con Bernardo Bertolucci, che mi manca moltissimo. Chiese a mia moglie Sinéad di recitare in Io ballo da sola, lo chiamai: ma se vengo anch’io? Basta che non faccio suo marito, sarebbe noioso. Fui felice di andare anche perché mi avevano ritirato la patente per quattro mesi in Gran Bretagna, per guida veloce, così mi portai una fotocopia della patente, la macchina e la moto in Toscana”.

E’ un estimatore di Morricone, che firmò le musiche di “Mission”.

“Assurdo che non si considerasse un grande compositore perché scriveva per il cinema. Durante le riprese di Mission, la sua musica non era ancora stata scritta. Per insegnarmi a suonare un oboe del Settecento George Martin – quello dei Beatles –venne sul set a Cartagena. Facevo un rumore tremendo, ma conoscevo le posizioni delle dita. Poi hanno cambiato oboe e musica: quando rivedo quella scena penso: “Le dita sono sbagliate”. Ma dopo l’anteprima a Leicester Square, andando alla festa guidavo per Londra con la musica a tutto volume nella mia Volkswagen decappottabile pensando: quella musica ha fatto il film”.

Con Franco Zeffirelli ha girato “Callas Forever”.

“Aveva già lavorato con mia moglie Sinéad. Era un ragazzaccio, molto birichino, ma amavo il suo sguardo, stare con lui. E Fanny Ardant è una delle mie attrici preferite. Franco si fidava molto di me. Una volta il suo assistente mi venne incontro e mi disse: “Franco ha dovuto compilare l’assicurazione, non sta benissimo. Ha indicato lei come il regista che dovrebbe subentrare se succedesse qualcosa.” E io pensai: “Mamma mia…” Ma ero fiero della sua fiducia”.

Con Giuseppe Tornatore: “La corrispondenza”.

“Abbiamo avuto problemi di lingua, lui scrive in italiano, lingua meravigliosa che io capisco ma non parlo. Un accademico scozzese gli traduceva i dialoghi in inglese… orribili. Io dicevo: Mai nessuno parlerebbe così. Giuseppe si arrabbiava moltissimo con me. Insistevo: so che l’inglese non è bello come l’italiano, ma è così che parliamo. Penso mi abbia trovato difficile. Quando rivedo il film oggi, lo capisco. Ma è un uomo gentile”.

Registi italiani con cui lavorerebbe?

“Con Paolo Sorrentino, domani stesso. Gliel’ho già detto, ma non ha ancora fatto nulla a riguardo. (indica Sinèad Cusak, che lo ha raggiunto). Eccola. lei è molto importante. Tiene i miei piedi per terra. È una critica severa, molto intelligente. Tutte cose che io non sono. E’ irlandese, ha il fuoco nelle vene. Io sono anglosassone, noioso. Lei è la persona più importante della mia vita. Ce ne sono state altre, certo, ma lei ha qualcosa di speciale”.

Ed è un’attrice bravissima. Ma L’Oscar lo ha vinto lei per “Il mistero Von Bulow”.

“I bookmaker mi davano favorito. Ma avevo avversari tipo De Niro. Quando le telecamere iniziarono a puntare su di me pensai: ‘Okay, forse devo preparare la faccia da perdente, un sorriso tipo “Bravo, fantastico”, mentre dentro sei disperato. Quando poi dissero il mio nome, mi alzai, baciai tutti… Anche Madonna, seduta nella fila davanti a me. Non l’avevo mai incontrata prima, ma l’ho baciata. Era con Michael Jackson. Ero tentato di baciare anche lui, ma ho pensato: ‘Ok, basta baci per oggi». (Sinèad aggiunge che oggi l’Oscar lo tengono in uno scaffale altissimo seppellito dai premi ndr)”.

Sinèad non era alla cerimonia.

«Non era voluta venire, era a Londra, lavorava a teatro. Ha visto la cerimonia in un albergo con una sua amica, sono andate avanti a champagne tutta la notte. Quando ho vinto l’hanno chiamata per intervistarla in tv. ma era completamente ubriaca. Le dicevo non andare… In tv le hanno chiesto: “Che farà Jeremy quando tornerà a casa?” Lei “Andrà in giardino a fare giardinaggio».

Com’è per voi recitare insieme?

“Terribile. Lo abbiamo fatto poche volte. A teatro eravamo in una pièce in cui i nostri personaggi non si incontravano: lei usciva dal fondo del palco dopo una scena e io entravo subito dopo. Ci incrociavamo nel corridoio dietro le quinte. E un giorno mi dice: “Sono incinta”. E io dovevo andare in scena subito dopo. Tutto quello a cui riuscivo a pensare erano le rette scolastiche, le tate…”.

Cosa prepara ora?

“Ho un film, Palestine 36, che aprirà a Toronto. È un piccolo film, diretto da Annemarie Jacir, una regista palestinese. Abbiamo girato in Giordania, ma lei è riuscita a fare alcune scene anche in Palestina. È una storia forte, su un soggetto oggi molto critico negli Stati Uniti. Io vorrei dire la verità su quel che penso, cioè che si stia consumando un genocidio. Ma è difficile, perché poi andrò a New York per promuovere The Morning Show. E l’immigrazione potrebbe dirmi: no, perché tu sostieni la Palestina. Penso che mi esprimerò, accettando quel che verrà”.

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