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La sfida di lady Oscar: “Con me Hollywood capitale dell’inclusione”

Janet Yang, presidente dell’Academy, ospite al festival del cinema di Maratea: “Sui diritti non torneremo indietro”
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Maratea (Pz) – Janet Yang, lady Oscar, è la presidente dell’Academy dal 2022 e ha traghettato l’organizzazione dei premi cinematografici hollywoodiani in questi anni di transizione e sfide, anche politiche. Sessantasette anni, è figlia del Queens e di immigrati cinesi. Laurea alla Brown University, Master alla Columbia, si è fatta ponte tra due culture e industrie, da assistente a produttrice, da L’impero del sole di Steven Spielberg ai film di Oliver Stone. La incontriamo, ospite, al Marateale, il festival diretto da Nicola Timpone con Antonella Caramia..

Gli ultimi anni sono stati complessi.

“Difficili, sì. Nel 2022 la reputazione dell’Academy e degli Oscar stava soffrendo. Io e l’amministratore delegato Bill Kramer siamo ripartiti da zero chiedendo agli 11mila membri di cosa avevano bisogno. Il loro desiderio era riunire i migliori artisti del cinema mondiale: tutti vogliono conoscersi. E poi coinvolgere più membri, farli sentire parte attiva. Non essere un club elitario, lavora…

Maratea (Pz) – Janet Yang, lady Oscar, è la presidente dell’Academy dal 2022 e ha traghettato l’organizzazione dei premi cinematografici hollywoodiani in questi anni di transizione e sfide, anche politiche. Sessantasette anni, è figlia del Queens e di immigrati cinesi. Laurea alla Brown University, Master alla Columbia, si è fatta ponte tra due culture e industrie, da assistente a produttrice, da L’impero del sole di Steven Spielberg ai film di Oliver Stone. La incontriamo, ospite, al Marateale, il festival diretto da Nicola Timpone con Antonella Caramia..

Gli ultimi anni sono stati complessi.

“Difficili, sì. Nel 2022 la reputazione dell’Academy e degli Oscar stava soffrendo. Io e l’amministratore delegato Bill Kramer siamo ripartiti da zero chiedendo agli 11mila membri di cosa avevano bisogno. Il loro desiderio era riunire i migliori artisti del cinema mondiale: tutti vogliono conoscersi. E poi coinvolgere più membri, farli sentire parte attiva. Non essere un club elitario, lavorare in trasparenza. Siamo diventati più internazionali. Abbiamo 19 branche – fotografia, costumi, casting, eccetera – e negli ultimi anni, le nuove classi sono state composte per oltre il 50 per cento da membri internazionali, non americani. Anche tra i candidati agli Oscar, in ogni categoria c’è almeno un nominato da fuori degli Stati Uniti. Questo ci ha dato la sensazione concreta di un cambiamento importante. Abbiamo approvato due nuovi premi, per il casting e per gli stunt. Abbiamo anche riorganizzato alcune cose interne. Ma, soprattutto, ciò di cui sono più orgogliosa è che stiamo diventando sempre più globali. E sono orgogliosa che gli ascolti della cerimonia siano saliti”.

L’America attraversa una fase molto critica nella sua immagine mondiale. L’Academy rappresenta un volto degli Usa diverso rispetto a quello della Casa Bianca?

“In un momento in cui c’è molta divisione, credo che il nostro compito sia proprio quello di abbracciare più persone, essere inclusivi, rappresentare la diversità. Anche se la politica sembra andare in tutt’altra direzione. Per fortuna noi siamo un’organizzazione di membri, di artisti. Non dipendiamo in modo significativo dai finanziamenti del governo federale: ne abbiamo perso una piccola parte, ma la maggior parte del nostro budget non proviene da lì. E stiamo lavorando per aumentare le nostre fonti di entrata da altre direzioni. Anche perché tra due anni finisce il contratto con l’emittente ABC per la cerimonia e abbiamo trovato sponsor riconoscibili e impegnati nel supporto alle arti”.

Crede che alcune posizioni politiche, per esempio contro la comunità LGBTQIA+, o certe dichiarazioni di Trump, possano influenzare la percezione a Hollywood di questi temi o di certi film?

“I nostri cineasti fanno i film che vogliono fare. I nostri votanti votano come vogliono votare. Non serve nemmeno dirlo, è evidente. I film parlano da soli. Non c’è bisogno di amplificare più del necessario: le opere sono chiaramente piene di diversità. Ed è una cosa bellissima per noi”

Ha mai incontrato uno degli "ambasciatori” scelti da Trump: Mel Gibson, Jon Voight, Sylvester Stallone?

“Qualche settimana fa Trump ha affermato che i film realizzati all’estero sarebbero stati soggetti a dazi. Ha fatto impazzire tutti. Poi sembra che abbia ritirato l’idea. Non ho mai incontrato i tre ambasciatori che ha nominato per rappresentare il cinema alla Casa Bianca. Sono stati piuttosto defilati. Noi, comunque, sentiamo di star facendo semplicemente il nostro lavoro, non abbiamo percepito alcun impatto”.

Lei rappresenta un simbolo per tante donne. Una donna, non WASP, che ha fatto una grande gavetta. Quanto è stato importante l’incontro con Steven Spielberg?

“L’impero del sole è stato il primo film con cui ho lavorato. Sono stata fortunata, sono entrata nel settore in modo un po’ strano. Da bambina non avevo mai visto nessuno di origine asiatica lavorare nell’industria, quindi non pensavo che fosse possibile. Ma amavo i film, ne guardavo tantissimi. Dopo l’università ho deciso di andare a vivere in Cina per un po’. Lì ho scoperto il cinema cinese, fatto da, per e su persone che somigliavano a me. Dirigevo una società di distribuzione di cinema, e poi sono stata assunta dagli studios per vendere film americani in Cina, perché nessuno dei grandi studi ci era ancora riuscito. È stato allora, mentre ero ai Universal Studios, che ho ricevuto la chiamata”.

Da Spielberg?

“Sì. Steven è meraviglioso, davvero. Quel set era gigantesco. Abbiamo girato tutte le scene in esterni a Shanghai. Nessuna in studio, perché Steven voleva catturare la realtà. Fortunatamente, la Shanghai degli anni ’80 non era poi così diversa da quella degli anni ’30 e ’40, dove è ambientato il film. Abbiamo usato quasi 10.000 comparse, tutte vere, niente CGI. Era tutto diverso”.
Com’era lavorare con lui?
“Ha un cuore enorme, capisce davvero le persone. Ricordo un giorno in particolare: faceva freddo e pioveva, e lui stava cercando di ottenere una scena molto difficile. Doveva ripeterla più volte, e le comparse iniziavano a lamentarsi, a perdere l’entusiasmo. Gli ho detto: “Steven, stanno perdendo un po’ di energia”. Così lui ha fatto una pausa, ha radunato tutti in una chiesa lì vicino e ha tenuto un discorso bellissimo. Ha detto: ‘Siete tutti i miei eroi. Non potrei fare questo film senza di voi. Vi voglio bene”. Quell’esperienza mi ha fatto capire cosa volevo fare. In quel periodo la relazione tra Hollywood e la Cina era molto forte. Bernardo Bertolucci stava girando L’ultimo imperatore a Pechino, nella Città Proibita, e noi L’impero del sole a Shanghai. Due grandi registi stavano girando lì nello stesso periodo. È stato un momento speciale. Poi, però, è arrivato il 1989 con l’incidente di Piazza Tienanmen, tutto si è raffreddato. Così ho capito che dovevo allargare i miei orizzonti. E ho incontrato Oliver Stone”.

Quali film l’hanno resa più orgogliosa?

“Molti. Il circolo della fortuna e della felicità, Larry Flynt – Oltre lo scandalo. Li abbiamo prodotti con la società di Oliver, anche se non erano diretti da lui. Io producevo film di altri. Oliver in quegli anni era molto prolifico: girava quasi un film all’anno. Ha diretto The Doors, JFK, Nixon, Tra cielo e terra, Natural Born Killers, U Turn”.

Il cinema italiano è quello che ha vinto più Oscar.

“Sì, uno dei miei film preferiti degli ultimi anni è Io Capitano di Matteo Garrone. È stato incredibile. Con Matteo ne abbiamo parlato, mi raccontava che, a differenza dei suoi precedenti, non era stato selezionato da nessun festival, nessun distributore lo voleva. Solo grazie alla candidatura agli Oscar, messo sulla nostra piattaforma interna, la gente ha iniziato a vederlo. Il film è stato selezionato, candidato, e poi ha avuto un grande successo nelle sale”.

Cosa pensa dell’attuale sistema di finanziamento del cinema italiano?

“Parlavo ieri con alcuni produttori, e mi dicevano che, anche se in America invidiamo molto il vostro sistema pubblico, a volte può essere un limite. Dicono che manchi una vera competizione: con i finanziamenti pubblici, non sempre si è spinti a dimostrare il proprio valore”.

Alla cerimonia degli Oscar ci sono spesso interventi politici nei discorsi dei vincitori.

“Noi lasciamo liberi tutti, chiediamo solo di essere brevi, perché ogni secondo conta: abbiamo tantissimi premi, tante cose da mostrare. A volte capita che qualcuno dica qualcosa che fa discutere, come quando ha vinto Zone of Interest, o No Other Land nei documentari, che tendono a essere politici. Ma non spetta a noi dire: ‘Siate più o meno politici’. È il momento dei registi, sono loro i protagonisti”.

L’Academy rispecchia un’America che rappresenta ancora un’idea di libertà.

“Esattamente. E noi rispondiamo a quel tipo di mondo”.

Da quando ha cominciato, quanto è cambiata la percezione delle donne in ruoli di potere a Hollywood?

“Oggi le donne sono presenti in molte posizioni di responsabilità, tranne ai vertici. Abbiamo una sola donna alla guida di uno studio, Donna Langley. Non abbiamo ancora abbastanza registe. Ma abbiamo produttrici, sceneggiatrici, sempre più donne nei reparti tecnici. Alcuni settori, come gli effetti visivi o la musica, sono ancora sbilanciati perché l’industria non ha mai assunto molte donne in quei ruoli. Ma ci stiamo muovendo. Le cose stanno migliorando, ma c’è ancora molto da fare”.

Il politicamente corretto, l’attenzione alla diversità. Disney ha avuto un ruolo importante nel cambiare la rappresentazione. Ma ci sono state anche critiche su quelli che sono considerati eccessi, penso a Biancaneve.

“Non è facile. Noi facciamo qualcosa che chiamiamo “unconscious bias training”, cioè corsi di formazione sui pregiudizi inconsapevoli. Credo che, alla fine, ciascuno faccia le proprie scelte. Non possiamo obbligare nessuno a dire o fare qualcosa. Ma possiamo aumentare la consapevolezza e dire: ‘Questo è un tema, parliamone’, perché è molto facile tornare indietro”.

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