Spettacoli

Banderas, il ritorno al teatro: “È il mio rifugio, non faccio più parte del giro di Hollywood”

Banderas, il ritorno al teatro: “È il mio rifugio, non faccio più parte del giro di Hollywood”

Premiato con la Stella della Mole, il divo spagnolo si racconta: “Amo Fellini, Amarcord l’ho visto decine di volte. Quante risate con Luca Guadagnino sul set di uno spot pubblicitario”

6 minuti di lettura

Antonio Banderas e Spike Lee, uno di fronte all’altro, in ginocchio prima l’uno e poi l’altro per scambiarsi la Stella della Mole, vinta da entrambi, una piccola cerimonia improvvisata che ha infiammato la sala. Il divo spagnolo Banderas – omaggiato al Torino film festival per Dolor y Gloria di Pedro Almodóvar, ha ripercorso il suo legame con il nostro cinema, parlando in italiano: “Sono stato per la prima volta alla Mostra di Venezia nel 1985 per presentare Requiem per un contadino spagnolo, poi ci sono tornato per Donne sull’orlo di una crisi di nervi e tante altre volte”, spiegando, anche, perché l’Italia per lui resta un porto sicuro: “È sempre un piacere stare qui, è il Paese del cinema. La mia ammirazione per quello che ha portato al cinema internazionale è grandissima”. Era il suo debutto torinese: “Sono venuto a conoscere la vecchia signora. E sono particolarmente felice di essere su questo palco, perché ho cominciato in teatro e questo è davvero un teatro meraviglioso”. E sul presente ha aggiunto: “In questo periodo si parla tanto di intelligenza artificiale, il teatro è il luogo dove l’intelligenza umana viene esaltata”.

Il giorno dopo, maglione verde e pantaloni sportivi, al Principi di Piemonte si racconta con sincerità e umorismo. Non si tira indietro nel parlar di politica, quando gli si chiede dell’avanzata della destra radicale nel mondo. “Quante persone si lamentano, per esempio, di Donald Trump mi chiedo: ma lui è stato votato. Allora c’è un problema, a Sud, a Nord, in tutto il mondo, che ha molto a che vedere con l’immigrazione. E nessuno sa davvero come risolverlo. Non svio la riposta ma la questione è complessa. Perché molte persone pensano di star perdendo la propria identità, che gli irregolari affrontano una situazione così dura che devono diventare delinquenti per mangiare e mantenersi. E questo crea conflitto, scontri. Ma se io fossi nato in Sudan, o in uno di quei Paesi, cercherei anch’io di andarmene via a tutti i costi. Farei la stessa cosa. E poi ci sono anche Paesi che ti “scaricano addosso” ciò che non vogliono. Ci sono tensioni e caos. Si va a votare per l’estrema destra perché l’estrema destra dice che non permetterà che tutto questo accada. Adesso, se guardi la televisione, vedi cosa succede in America: prendono le persone per strada come se fossero animali e le rispediscono nei loro Paesi. È incredibile. La violenza è da entrambe le parti, è dappertutto, sono tempi molto confusi e nessuno ha la risposta giusta. Le soluzioni richiedono tempo, i politici non ce l’hanno: stanno al potere quattro, otto anni. Servirebbe un piano Marshall per l’Africa, per esempio. Io dico: costruiamo infrastrutture, strade, facciamo accordi, università. Permettiamo anche alle compagnie internazionali di insediarsi lì, creare lavoro, qualcosa che richiederà cinquant’anni. Ma il politico ti dice “e che me ne faccio? Tra cinquant’anni sarò morto’. E quindi nessuno fa davvero qualcosa che abbia quello sguardo lungo, che richieda tempo, pazienza, soldi. La situazione in questo momento è molto instabile”.

Banderas, che è stato a lungo un sex symbol, riflette oggi su quell’etichetta: “Quando mi dite ‘sex symbol’, per chi? Perché io credo di essere l’attore che ha interpretato più personaggi gay nella storia del cinema. In teoria almeno. Quindi è una contraddizione con il mio status di sex symbol. Secondo me il sex symbol è qualcosa che comincia a svanire man mano che attraversi la linea del tempo, che è la cosa più normale del mondo. Io ho sempre vissuto quella cosa con molto senso dell’umorismo. Non ho mai creduto davvero a questa storia del sex symbol”. Quindi passa agli alti e bassi della carriera, che ha imparato ad affrontarli: “Noi artisti siamo costantemente in crisi. Siamo sempre l’ultima cosa che abbiamo fatto, e se non è buona entri in crisi. Le mie crisi riguardano film che credevo grandi e non hanno funzionato. Ma mi hanno insegnato a reagire, a capire me stesso. La grandezza e la miseria dell’essere artista stanno nel fatto che non sei mai sicuro di quale sarà il risultato di ciò che stai facendo, né di come impatterà sulle persone”.

Ad alcuni divi è stato chiesto di vendere la propria immagine all’intelligenza artificiale, una questione su cui lui scherza: “Se mi pagano 100 milioni di dollari, io gli do la mia immagine, la mia voce, e via. E poi posso fare teatro come voglio. Per 50 milioni in più li lascio anche diventare miei partner. Quindi, insomma, l’offerta è sul tavolo. Questa è la mia proposta”. Poi si fa serio: “Il problema con l’intelligenza artificiale è che arriveremo a un punto in cui non avranno più bisogno di me, o di Humphrey Bogart, o di Marilyn Monroe, perché potranno rifarci, resuscitarci digitalmente e metterci lì. O creare personaggi migliori di noi. Ho visto gente piangere come una fontana guardando Il Re Leone. E quelli non sono attori, sono disegni. È anche per questo che cerco rifugio nel teatro. Perché il teatro non cambierà mai. Sarà sempre persone con persone nella stessa stanza. In un mondo artificiale non percepiamo più la realtà. Nel mio teatro a Malaga, ho finito di cantare una canzone e una signora, un’anziana, avrà avuto più o meno settant’anni, si è alzata in piedi alla fine e ha detto: ‘Banderas, sei davvero tu?’. Il punto è che la gente non crede nemmeno a ciò che ha a tre metri da sé”.

E sul suo ritorno in Spagna, dopo tanti anni passati in America spiega; “Non era nei miei piani restare così a lungo in America, ma mi sono innamorato di una donna e sono rimasto lì per ventitré anni. Abbiamo cresciuto una famiglia. Dakota aveva tre anni quando sono arrivato. Poi è nata mia figlia biologica, Stella, e quindi sono rimasto. Non so se la mia carriera sarebbe stata diversa se fossi rimasto in Europa, non lo so, ma le cose sono andate così. Non avevo scelta: l’ho fatto perché volevo stare con quella persona. Poi sono andato a Londra per altri cinque anni, pensando di stare in un posto che fosse a metà strada tra i due mondi. Ma non ha funzionato, e poi ho avuto un infarto. E a quel punto la Spagna è tornata ad essere il posto in cui dovevo essere, il luogo del ritorno. E sono molto felice di avere fatto quella scelta”. La Spagna, aggiunge Banderas “è un buon Paese, ma ora abbiamo molti problemi. E il governo è in grossi guai. Abbiamo due vice accusati di corruzione. La moglie del presidente è accusata di corruzione. Il fratello del presidente è accusato di corruzione. Un procuratore generale che è stato condannato dalla Corte Suprema. Stiamo incassando dei colpi. Sarà complicato, molto complicato. Probabilmente la soluzione migliore sarebbe che i due grandi partiti, anche se hanno ideologie e agende diverse, che però rappresentano la maggioranza del Paese, trovassero il modo di fare una coalizione insieme. Perché in questo momento siamo governati da meno di un milione di voti provenienti da partiti molto piccoli. Ma hanno loro la chiave, perché hanno i sette seggi che servono al governo per restare in piedi. Quindi quello che dicono loro, si fa. Ma questo è nell’interesse della maggioranza degli spagnoli? No. Non lo è. Due di questi partiti sono partiti separatisti. E questo è il problema che abbiamo adesso. Quindi, visto da qui, è tutto bellissimo, sembra tutto fantastico. Ma abbiamo problemi anche noi, come tutti”.

Andando a ritroso sulla sua filmografia, parla di due film importanti: “Philadelphia per me è stato un momento in cui mi si sono aperti gli occhi. Grazie a Jonathan Demme. Che grande uomo. Stavamo girando il film ma lui era totalmente coinvolto nel movimento, perché in quel periodo l’Aids uccideva le persone in sei mesi. Era rapidissimo, spaventoso. E lui era impegnato fino in fondo nel portare alla luce il problema di tutte le persone che non ricevevano nessun aiuto. Il governo precedente a quello di Bill Clinton spingeva queste persone ai margini e puntava il dito contro di loro. E noi partecipavamo alle manifestazioni, me lo ricordo bene. Tutta la troupe, l’intero cast, i tecnici, tutti quanti, andavamo alle manifestazioni. Era molto triste. E ricordo una scena del film in cui stiamo facendo una festa, una festa di addio per qualcuno. Siamo vestiti da militari. E almeno l’ottanta per cento delle persone che facevano le comparse, erano persone sieropositive. Ricordo che stavamo girando quella scena da tre giorni e ricordo che dissi a uno di loro, con cui avevo legato: “Ci vediamo alla prima”. E lui mi rispose: ‘Non credo di arrivarci alla prima’. E non ci arrivò. È stato traumatico”.

L’altro film è Evita. “Per me, è stato un sogno, amo la musica, i musical in particolare. E ho avuto la possibilità di lavorare a una storia che è politicamente molto forte. Ancora oggi in Argentina è molto importante, il peronismo, sì, e Eva Duarte. Lavorare con Madonna, in quel periodo, e con Alan Parker, che era uno dei miei registi preferiti, è stato bellissimo. Fu una cosa completamente diversa rispetto a tutto ciò che avevo fatto fino a quel momento, perché dovemmo prima registrare il disco. Ed è stato stupendo suonare con un’orchestra di 120 professori, incredibile. I ricordi che ho di quel film sono molto belli. Melanie era incinta. E Madonna era incinta di sua figlia. Ricordo che dovevamo ballare il valzer, e fu in quel momento che me lo disse. Si avvicinò e mi disse: “Sono incinta, trattami bene, non lanciarmi”. Se il teatro è un grande rifugio il cinema, però, lo chiama ancora: “Penso al ruolo con Trudie Styler nel film Maybe Rose, un personaggio bellissimo, con grandi attori come Forest Whitaker, Richard E. Grant. E poi The Early Life of Tony, un film molto interessante – riflette Banderas – a un film con Nicole Kidman qualche anno fa. Quindi mi sto divertendo molto, in realtà. Solo che non faccio più parte del giro di Hollywood, che è molto tossico. Ogni tanto mi chiamano e io posso dire: No. A volte, lo confesso, accetto un film solo perché mi paga la nuova pièce teatrale."

Ha parlato del suo amore per il cinema italiano, ma le sue esperienze nel nostro Paese sono state nel mondo della pubblicità. “Ne ho fatta qualcuna piuttosto discutibile. La più famosa con Luca Guadagnino e la gallina Rosita, era lei la protagonista: mi ricordo che ridevo moltissimo con Luca. Lui è fottutamente bravo, davvero. Poi Luca ha lavorato anche con mia figlia, ha fatto un paio di film con lei. Ma io mi ricordo soprattutto le risate con lui sul set degli spot, perché fare pubblicità, per me, giuro, è molto più difficile che fare un film. Ma è stato fantastico lavorare con lui” e confessa vorrei lavorare “con Luca, sì, mi piacciono i due film che ha fatto con mia figlia. E poi certo con Paolo Sorrentino che ha uno sguardo molto critico verso la politica, verso la Chiesa, verso tutta una serie di cose che mi interessano. Però quando penso al cinema italiano penso ai film di Federico Fellini. Non so quante volte ho visto Amarcord, mi ricordo praticamente ogni scena. A volte uso proprio quelle scene per dirigere gli attori. Mi ricordo, per esempio, gli insegnanti a scuola con i bambini, il ragazzo messo nell’angolo, l’altro con tutte le provocazioni… tutte quelle cose che facevano quei ragazzini in quel piccolo paese hanno tantissimo a che vedere con la mia giovinezza. Quando lo vedo, riconosco me stesso, la mia famiglia, la mia Andalusia. Siamo molto simili, in un certo senso. La cultura mediterranea ci tiene insieme, e io la vedo come il marchio del cinema italiano”.

I commenti dei lettori