Londra – Per lui, l’Oxford Dictionary ha coniato persino l’aggettivo stoppardian, ossia degno di una scrittura arguta o witty come direbbero gli inglesi e lo stesso Shakespeare, paradossale, cerebrale, capace di dar voce a temi assurdi e alti. Linguaggio lussureggiante e intricato, gusto per l’astrazione e per la natura scivolosa dell’identità, dialoghi supremi ma piacevoli da ascoltare.
Del resto, come ricorda il Guardian, amava le giustapposizioni più improbabili: filosofia e ginnastica in Acrobati (1972); entropia e malinconia nel capolavoro Arcadia (1993). Rock, accademici cechi dissidenti e poesia saffica in Rock ’n’ Roll (2006). E ovviamente Shakespeare in Love. Ecco perché Tom Stoppard, morto ieri nella sua casa nel Dorset a 88 anni è stato uno dei più grandi drammaturghi della storia inglese. Certo, l’Oscar e il Golden Globe (1999) per la sceneggiatura di Shakespeare in Love, il film di John Madden con Gwyneth Paltrow e Joseph Fiennes, chi potrà mai dimenticarli, con il bardo innamorato di Lady Violet.
Sir Tom è stato però molto altro e ha lasciato una traccia indelebile e un’erudizione giocosa nel Regno Unito e nel cuore di chi adora il teatro. Eppure la sua infanzia fu difficile. Nato Tomas Straussler in Cecoslovacchia, non ha nemmeno due anni quando i genitori ebrei fuggono dal nazismo nel 1939 verso Singapore. Tre anni dopo scappa in India insieme alla madre e al fratello, lasciandosi il padre alle spalle, medico militare: morirà durante l’occupazione giapponese. Sua madre, vedova, si risposa con un maggiore dell’esercito britannico, Kenneth Stoppard, che adotta i due ragazzi, trasferisce la famiglia in Inghilterra dopo la guerra e dona il cognome a Tom.
Autodidatta, Stoppard lascia la scuola a 17 anni per diventare giornalista, poi scrive alcuni drammi radiofonici. Un amore subito sconfinato per il teatro, come nota il Guardian: scrive recensioni con lo pseudonimo di William Boot (ispirato a Evelyn Waugh). Poi Berlino, dove sviluppa l’idea fiabesca di Rosencrantz e Guildenstern sono morti (1966) scegliendo come protagonisti due cortigiani minori dell’Amleto di Shakespeare: resterà nella storia del cinema la mesmerica partita a tennis interpretata da Gary Oldman e Tim Roth nel film dello stesso Stoppard, premiato con il Leone d’Oro.
Nel 1982 al West End di Londra, arriva la pièce The Real Thing, una delle più amate dalla critica, che dona carnalità alla sua opera sino ad allora considerata più intellettuale che densa: una meditazione sul dolore del tradimento e sul rapporto instabile tra arte e vita. Poco dopo, un’altra svolta: Arcadia e poi probabilmente la sua opera preferita, L’invenzione dell’amore.
Stoppard, che non si è mai piegato alle tendenze, ha scritto anche per cinema, radio, televisione, vedi Professional Foul dedicato all’amico Václav Havel. Nel 2012 ha adattato meravigliosamente per il grande schermo il romanzo Anna Karenina di Lev Tolstoj, in un film interpretato da Keira Knightley e Jude Law. Mentre nel 2020 ha pubblicato la sua opera, in parte autobiografica, Leopoldstadt, toccante parabola di una famiglia viennese, ambientata nel quartiere ebraico della capitale austriaca nei primi del Novecento, che gli è valsa un Olivier Award e altri quattro Tony Awards.
Sono oltre trenta le opere teatrali, cui si aggiunge la produzione per il cinema: un adattamento di La casa Russia di John le Carré, Brazil di Terry Gilliam, e Shakespeare in Love, ovviamente. Rockstar teatrante e bohémien con quei suoi capelli scompigliati, ma anche conservatore, ammiratore della Thatcher e allergico all’intellighenzia di sinistra, riservato sulla sua vita privata (si sposò tre volte). Steven Spielberg lo chiamò d’urgenza mentre era sotto la doccia per migliorare Schindler’s List. «Non credo che gli scrittori siano sacri», disse una volta Stoppard, «ma le parole sì. Meritano rispetto. Se trovi quelle giuste, nell’ordine giusto, puoi spostare un po’ il mondo».