Berlino – «L’Europa è orgogliosa di Alice Rohrwacher ed è bellissimo poter assegnare questo premio a una regista che è nei suoi quarant’anni, che ha già una forza del genere e di cui tutta l’Europa può andare fiera». Così Matthijs Wouter Knol, direttore degli European Film Awards, consegna alla cineasta italiana un riconoscimento importante. La conversazione con la regista, davanti a un gruppetto di giornalisti italiani, spazia nel suo cinema a partire dal nuovo progetto: un film muto, «che assomiglia molto ai nuovi linguaggi, a TikTok, e perciò può arrivare ai giovani».
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Esiste un cinema europeo con una sua riconoscibilità?
«Sì. E anzi, è una testimonianza del fatto che spesso si parla dell’Europa per motivi economici, per il riarmo, per pensieri di guerra, mentre invece essere in Europa significa anche essere dentro la collaborazione, l’amicizia. Tutti i film che facciamo non potrebbero esistere senza questa collaborazione che nasce proprio all’interno dell’Unione Europea. Quindi esiste, secondo me, un cinema europeo nel senso costitutivo di come si fanno i film. Forse lei mi chiedeva se esiste un cinema europeo come genere, se sia riconoscibile rispetto ad altro. Sicuramente c’è una riconoscibilità del cinema europeo, ma l’importante è che non diventi uno stereotipo. La cosa più bella, per me, è proprio l’idea che questi film siano fatti nell’incontro di più Paesi, di più lingue, e che ci sia un territorio comune. Il limite sarebbe trasformarlo in un genere. Già solo lavorare nell’incontro di lingue diverse è una ricchezza immensa per un film: almeno questa è stata la nostra esperienza».
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Ricevere un premio così importante la porta a guardare avanti ma anche indietro: che riflessione apre sul suo percorso?
«Vorrei citare un bellissimo racconto che si chiama La cicogna: c’è un uomo che, nella notte, cerca di bloccare un’alluvione, mette sacchetti di terra per arginare una diga, inciampando, in modo confuso. La mattina, tornando a casa, vede dalla finestra che questo inciampare nella notte, questo tentativo di fermare l’acqua, ha creato una forma: ed è la forma di una cicogna. È una metafora della vita. Quando ricevi un premio così cerchi di capire qual è la forma di ciò che hai fatto, spesso inciampando nella notte e cercando semplicemente di contenere un’alluvione. Non è che, facendo un film dopo l’altro, il percorso sia chiaro. La necessità è arginare una perdita. Ma questo premio ti fa chiedere quale forma hai lasciato dietro di te. E ti fa anche guardare avanti: avendolo già ricevuto, ora puoi sbizzarrirti ancora di più».
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Sta lavorando a un progetto che ha radici fortissime nel cinema muto europeo. Ce ne parla?
«Nasce dal desiderio di interrogarsi sulle radici del cinema e sulla sua forma primaria, il cinema muto. Non tanto come passato del cinema sonoro, ma come un’altra possibilità narrativa. In particolare il cinema muto europeo, il cinema delle origini, che non sapeva di essere muto. Vorremmo fare un film togliendo elementi fondamentali della narrazione, come il suono e il colore, tenendo nel cuore riferimenti come Sjöström, Murnau e un cinema che, cento anni fa, negli anni Venti, era libero di sperimentare, non aveva paura di osare. L’immagine era la sua forma di esistenza. A me sembra molto contemporaneo: quando vedo questi film non li percepisco come cinema del passato. Credo che il mondo di oggi, che basa sull’immagine gran parte della sua comunicazione, abbia forse più legami con quel cinema che con un cinema molto parlato».
In un momento di crisi del cinema, questo ritorno alle origini è anche una necessità personale?
«Non parlerei di tornare indietro, perché purtroppo non si torna indietro. Si va avanti. Dico purtroppo perché a volte vorremmo tornare indietro per evitare tragedie. Però forse abbandoniamo troppo in fretta forme narrative che hanno ancora molto da dire. Avendo già ricevuto questo premio, posso sperimentare. E allora mi chiedo: quel cinema era il passato di quello che conosciamo oggi o era un’altra direzione possibile? La risposta arriverà dopo».
Questo progetto come si sposa con il suo modo di fare cinema, che coinvolge spesso non professionisti?
«Questo rimarrà. Fa parte del progetto cinematografico, anche se verrà affrontato in modo diverso».
Il cinema muto è legato alla musica. Che ruolo avrà?
«Ci sarà molta musica. Per me è sempre stata fondamentale: nei primi due film abbiamo usato solo musica diegetica. Per mettere una musica che scendesse dall’alto ho dovuto aspettare Lazzaro felice. Affidare un intero film alla musica mi sembra quasi più sensato che nasconderla sotto i dialoghi».
Guardando indietro, sente una forma nel lavoro che ha fatto?
«Quest’anno, vedendo i film dei colleghi, ho la sensazione che esista una direzione comune. Sono film molto diversi, ma tutti cercano una forma nuova di racconto. È bello sentire che c’è una linea, che bisogni e desideri sono condivisi».
Ci sono titoli che rappresentano bene questo momento del cinema europeo?
«Penso a Sentimental Value, a Sirat, a Sound of Falling, a tutta la cinquina, e poi a Panahi. Sono film che osano fare dei gesti. Non importa che il gesto sia perfetto: conta l’intenzione. È l’intenzione, la necessità che li anima, a farci venire voglia di continuare a fare film necessari».
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Come è nato l’incontro con il produttore Carlo Cresto-Dina?
«Ci siamo incontrati nel 2005, con un appello per un documentario collettivo, Che cosa manca, prima che nascesse Tempesta. Io feci solo i titoli di testa, ma avevo già portato dentro il luogo in cui vivevo allora, la Calabria, le fiumare, che poi sarebbero diventate Corpo celeste. All’inizio pensavamo a un documentario, poi Carlo mi fece capire che la finzione poteva essere più vera. Raccontando un altro, a volte, si è più liberi. È nato un processo lunghissimo di scrittura e ricerca. I tempi lunghi non sono distruttivi: sono costruttivi. È come cucinare fast food o no».
Cos’è per lei il cinema?
«È desiderio di conoscere e di amare. Come dice Elsa Morante: “Solo chi ama conosce”. È anche desiderio di immaginare un futuro meno prevedibile. Non di indicarlo, ma di farlo desiderare. Se non siamo capaci di immaginare qualcosa di diverso, allora non può accadere».
Si sente più compresa all’estero?
«Sono figlia di un tedesco, sono cresciuta sentendomi straniera, anche se europea. Essere stranieri ti permette di vedere da dentro e da fuori. In Italia però non mi sento non riconosciuta: c’è una comunità di registi molto unita, soprattutto ora che il cinema è sotto attacco».
Come immagina il futuro dell’Europa?
«Non un futuro fatto di colossi che lasciano scie e cadaveri. Crescere non significa schiacciare: le piante crescono anche nelle radici. La cultura europea può fare questo, anche nel cinema».
In che modo un film muto può arrivare ai giovani?
«Parla una lingua oggi centrale: immagini e musica. È una forma sorprendentemente contemporanea. Il cinema muto non chiede di capire un dialogo, ma di sentire. Non ha barriere linguistiche e rende lo spettatore parte attiva».
Quanto l’ha influenzata The Artist?
«È un grande esempio: non nostalgia, ma dialogo con il presente. Dimostra che il muto non è superato, ma ciclico. Torna ogni volta che l’immagine riprende il sopravvento sulla parola».