Dopo il successo al fianco di Pio e Amedeo in Oi vita mia e in attesa di vederla nella nuova stagione di Màkari, Ester Pantano accompagna in sala il film Io+te di Valentina de Amicis, storia d’amore tra una ginecologa che colleziona amanti occasionali e un bartender molto più giovane che irrompe in una delle sue serate, interpretato da Matteo Paolillo. Nasce una relazione fatta di alti e bassi, crisi e scelte dolorose.
Chi è Mia?
"È una donna di 36 anni, una ginecologa che per molto tempo ha evitato le relazioni e che, per la prima volta, si permette di lasciarsi andare con un uomo più giovane. È una relazione senza schemi: lei non deve niente a nessuno. È una donna indipendente, economicamente autonoma, con una casa propria, non è prigioniera di condizionamenti sociali o psicologici. Mi piace pensare che sia una pioniera di qualcosa che spero non venga più considerato innovativo, ma semplicemente acquisito: la libertà sessuale delle donne, l’indipendenza economica come condizione di libertà reale, il non dover restare in una relazione per necessità o paura”.
Questo sembra un momento molto felice, anche alla luce del buon risultato del film con Pio e Amedeo.
"Sì. È una fase in cui il cinema sta aprendo un po’ di più lo sguardo anche su di me e questo, ovviamente, mi riempie di orgoglio. Non tanto per la singola opera in sé, ma per la possibilità di mettersi davvero in gioco: poter usare ciò che si è studiato, ciò che si è vissuto, e portarlo dentro un progetto. È la possibilità di affermare la propria persona e la propria artisticità. Progetti di questo tipo ti permettono di esprimerti fino in fondo. Con Pio e Amedeo ho avuto anche la grande occasione di interpretare una psicologa femminista, quindi di essere elemento di rottura rispetto a una mentalità ottusa, a un certo cinismo e a un atteggiamento di difesa nei confronti dei sentimenti. In questo film, invece, il personaggio è molto diverso”.
Quando ha cominciato ad amare il cinema e la recitazione?
"In realtà ho iniziato con il canto, intorno ai diciassette anni, anche se ho sempre canticchiato a casa. In quel periodo studiavo Lingue e Letterature straniere a Catania. Mi sono iscritta quasi di nascosto, perché ero molto timida, dopo che il mio maestro aveva chiesto a mia madre se poteva iscrivermi. A un festival, dopo aver cantato, mi sono ritrovata completamente travolta: ero in una dimensione nuova, mi ero esibita per la prima volta davanti alle persone, sentivo una serie di emozioni fortissime, mi veniva da piangere. Non era una sensazione brutta, ma qualcosa che non riuscivo a controllare. Da lì è nato tutto. Mia madre, che si è sempre un po’ occupata di me, è stata in qualche modo una sorta di talent scout e ha capito che forse avrei dovuto fare un corso di teatro. Così ho iniziato questo corso e, dopo un anno, ho partecipato a un festival teatrale portando un musical, unendo canto e recitazione”.
Che musical era?
"Era un musical scritto dalla scuola che frequentavo. Durante quello spettacolo ho incontrato tre ragazzi che, dopo avermi vista sul palco, mi dissero: ‘Ester, tu hai una voce incredibile, hai proprio una percezione del corpo, si vede che hai fatto sport, hai controllo’. E poi aggiunsero: ‘Tu devi andare via da qui, devi fare un’accademia, devi formarti seriamente’. Io chiesi cosa avrei dovuto fare e loro mi risposero: ‘Perché non provi una di quelle scuole importanti?’. Il giorno dopo, grazie a loro, sempre con mia madre al fianco, cercammo il bando del Centro sperimentale di cinematografia”.
Era sempre a Catania?
“Sì, eravamo a Catania. Mi ritrovai catapultata in una realtà fatta di foto e curriculum vitae che erano quasi inesistenti, se non per qualche esperienza teatrale. E poi, improvvisamente, Roma. Avevo appena finito quindici repliche di Riccardo III, interpretando Lady Anna, a teatro. Arrivai a Roma, feci il primo esame, lo superai, poi il secondo, poi il propedeutico di tre settimane all’interno della scuola. E da lì ho iniziato a vivere a Roma, dove sono rimasta tredici anni".
E dopo?
"Ho iniziato con l’agenzia, i primi provini, le prime esperienze. Ho studiato al Centro sperimentale, poi sono andata per un periodo a Parigi, ho studiato lì, poi a New York. Mi piaceva esplorare questo lavoro: come il canto, lo vedevo come un passepartout, qualcosa che ti permette di andare ovunque. Ho sempre visto l’arte come un linguaggio universale, capace di raggiungere chiunque. Adesso vivo a Londra da quasi due anni. Nel frattempo sono iniziate tutte le avventure che si sono concatenate”.
Qual è stato il primo vero passaggio decisivo?
“Sicuramente La mossa del cavallo. È stato il primo lavoro in cui mi sono sentita davvero protagonista. Arrivò tramite un provino arrivato in agenzia, prodotto da Palomar per la Rai. È una produzione a cui voglio molto bene, così come a Camilleri, a Gianluca Tavarelli, a Gaetano Savatteri, a Mariolina Venezia. Sono stata molto fortunata perché ho avuto la possibilità di dare vita a penne importantissime. In particolare, La mossa del cavallo era tratta da un romanzo storico di Camilleri. L’ho conosciuto e abbiamo avuto momenti bellissimi, anche molto divertenti. Durante la conferenza stampa mi chiamò con il nome del personaggio: ‘Dov’è Tirisina Cicero?’. Mi portò vicino a sé e mi disse che era da tanto tempo che non sentiva pronunciare ad alta voce le parole che aveva scritto per quel personaggio. Per me stare vicino agli autori è una cosa meravigliosa. Molti registi dicono che gli autori viventi siano un problema; per me è l’opposto”.
Ripensando alla sua carriera, quali tappe considera fondamentali?
"La mossa del cavallo è stata una vera presa di coscienza, soprattutto per la gestione di un ruolo con un arco narrativo lungo. Prima avevo fatto una piccola parte in Montalbano, quando non ero ancora a Roma e non avevo studiato al Centro Sperimentale. Il regista Sironi mi vide, capì che ero sveglia e mi fece preparare un provino in pochissimo tempo. Quella fu anche la prima vera comprensione di cosa fosse la macchina da presa, di cosa significhi davvero fare cinema: il set, la ripetizione, i ruoli dietro la camera, dal direttore di produzione al location manager. Tutto questo, quando si dice ‘voglio fare cinema’, spesso non lo si conosce. Poi è arrivata Mariolina Venezia con Imma Tataranni, con Francesco Amato, che mi scelse subito al primo provino. E poi Màkari. Màkari mi ha dato una grande popolarità, ma soprattutto la possibilità di partecipare a un progetto di rivalutazione della mia terra. Mi ha fatto sentire testimone di un viaggio verso il Sud, non di una fuga dal Sud. La vera protagonista della serie è la Sicilia".
Ha accennato anche a un impegno civile legato a quei luoghi.
“Sì, perché si sta cercando di costruire una sorta di luna park sulla costa di Màkari, un luogo meraviglioso. C’è una raccolta firme che ho firmato e che sostengo con forza. È una cosa molto brutta, soprattutto perché a farla è un siciliano contro la Sicilia”.
Un altro ruolo molto importante è stato quello di Francesca Morvillo nel film di Ricky Tognazzi e Simona Izzo.
"Un ruolo di svolta. Il film era tratto da un testo di Felice Cavallaro ed è stata un’esperienza fortissima. Ho sempre avuto una risonanza particolare con figure femminili forti, donne che credono nei valori, che non si piegano, che sono state rivoluzionarie per la loro epoca. Lo stesso vale per Giuseppina Florio de I leoni di Sicilia: una donna dell’Ottocento che si ribella alle imposizioni, crede nell’amore e nel riscatto, e va oltre il giudizio di una città intera. Tutti questi personaggi si sommano, come pezzi di un puzzle che contribuiscono a definire anche me”.
A cosa sta lavorando ora?
"Posso solo dire che il mio personaggio in Màkari non se n’è andato, come molti hanno pensato. Il ritorno è già qualcosa di concreto. Quest’anno si andrà verso una maggiore definizione e concretizzazione. Sono felice di tornare a casa e di poter contribuire anche al turismo, soprattutto dopo i danni causati dal ciclone. Tornare, ripartire, lavorare qui aiuta a ricostruire”.
Lei è cresciuta in una famiglia di esercenti. Che rapporto ha con la sala cinematografica?
"Sono socia con mia madre dal 2010. Quando ero a Catania mi occupavo anche delle scuole, delle programmazioni, dei matinée. Essendo una sala d’essai, non una multisala, ci occupiamo di tutto: cassa, maschera. Continuo a farlo quando torno, soprattutto d’estate, anche all’arena all’aperto. Mi piace vedere i clienti, le persone, gli amici che vengono al cinema”.
Ha un ricordo particolare legato alla sala, da bambina?
"Ricordo il via vai di registi e artisti indipendenti catanesi che venivano a fare provini. C’era una stanza dedicata a questo. Ma fino ai diciassette anni non ho mai pensato che avrei potuto fare io questo lavoro. Volevo fare la veterinaria, la pediatra. Animali e bambini sono sempre stati temi forti per me”.
Un provino stravagante?
"Con Costanza Quatriglio, che ho sempre stimato moltissimo. Cercava una ragazza madre, io avevo ventidue anni ed ero troppo giovane. Ci tenevo talmente tanto che insistetti e le dissi: ‘Guardi, faccio finta di essere incinta’. Mimai una camminata con un pancione che non esisteva. Non so se lo ricordi in positivo, ma credo se lo ricordi. Ho un amore enorme anche per Emma Dante, per Roberta Torre. E un grande sogno: il palco del Teatro Greco di Siracusa. Una volta, andando a vedere Le Baccanti, misi un piede sul palco per scaramanzia. Ora voglio rimetterci entrambi i piedi”.