“Mettiamola così. Se fosse esistita l’Intelligenza Artificiale nel 1964, e se Sergio Leone le avesse chiesto di comporre una colonna sonora per un film western, l’Intelligenza Artificiale avrebbe composto una musica melodica e solenne nello stile dei grandi western hollywoodiani degli anni ’40 e ’50. Non avrebbe mai ‘pensato’, l’IA, a mettere nella colonna sonora di un western lo scacciapensieri, le chitarre elettriche, i fischi, gli schiocchi di frusta e i gridi delle iene. Che è invece quello che si è inventato Ennio Morricone per scrivere la colonna sonora di Per un pugno di dollari. Perché lei, l’Intelligenza Artificiale, lavora su quello che esiste già. Il genio, invece, inventa”.
Chi parla è Nicola Piovani, premio Oscar. Siamo nei locali dei Forum Studios, una sala di registrazione in piazza Euclide, ai Parioli, Roma. Un tempio per chiunque si occupi di musica per il cinema. Il tempio dove Ennio Morricone ha registrato le sue colonne sonore più celebri. Il luogo giusto per un convegno intitolato “La musica per film ai tempi dell’AI” organizzato dalla Fondazione Ennio Morricone e dall’ACMF, l’Associazione italiana dei compositori di musica per film in collaborazione, appunto, con i Forum Studios gestiti da Marco Patrignani. Una giornata di lavori aperta da Walter Veltroni, che della Fondazione è presidente, e dai saluti istituzionali “da remoto” di Gianmarco Mazzi (che da pochi giorni è ministro del turismo, ma quando è stato coinvolto era sottosegretario al ministero della cultura) e di Federico Mollicone, presidente della commissione cultura della Camera. Tutto doveroso, si capisce. Ma poi la giornata si è dipanata con interventi di musicisti, cineasti ed esperti della tecnologia della citata Intelligenza Artificiale che hanno spezzato il pane della scienza a tutti i presenti, compreso chi scrive.
Perché questo convegno? Perché noi spettatori siamo liberissimi di non saperlo, ma l’Intelligenza Artificiale sta invadendo il cinema in tutti i settori, dall’ideazione dei copioni alla distribuzione delle copie in sala. E la cosa buffa - anzi, pericolosa - è che spesso è impossibile accorgersene. Soprattutto nella musica. Magari anche qualcuno di voi ha ascoltato su Spotify le canzoni di Eddie Dalton, un cantante soul afroamericano che sta scalando le classifiche: senza sapere che Dalton non esiste, sia la sua immagine sia le sue canzoni sono al 100% frutto dell’AI - e nessun essere umano suona nemmeno una nota nelle canzoni in questione. Del resto, potete farlo anche voi: andate sul sito https://suno.com, un software che si definisce - senza barare, è tutto lecito - “AI music generator”. Potrete chiedergli di scrivervi una canzone “alla maniera di”, con la vostra voce, magari dandogli un testo scritto da voi (ma se non volete sforzarvi ci penserà lui…). Eseguirà nel giro di pochi secondi, e sarete dei cantautori.
Va tutto bene, finché è un gioco (anzi, non va proprio tutto bene, come vedremo). Meno bene quando un produttore cinematografico deciderà che chiedere la colonna sonora di un film a Suno o ad altri “generatori” è più veloce e soprattutto meno costoso. Che fare? Il convegno ha dato risposte. Senza stare a darvi l’elenco dei partecipanti, preferiamo cogliere fior da fiore dalle loro relazioni.
Piovani: “Nelle Nozze di Cechov un personaggio si scaglia contro la lampadina affermando che la fiamma dà una luce che è viva, mentre la lampadina è morta. È dai tempi dell’invenzione della ruota che qualcuno si scaglia contro la tecnologia, ma noi musicisti abbiamo sempre lavorato con la tecnologia. E noi musicisti per il cinema lavoriamo da sempre ‘alla maniera di’. Il problema secondo me nasce quando le novità tecnologiche sono al servizio dei padroni del mondo, dei supermiliardari che concentrano nelle proprie mani tutta la ricchezza. Quindi il problema come sempre è politico”.
Giampaolo Letta (Medusa, produttore e distributore): “L’AI entra ormai a tutti i livelli. Il casting, l’animazione, la realizzazione dei manifesti, gli effetti sonori e visivi, il doppiaggio. In Medusa ci siamo divertiti a chiederle di indicarci il titolo giusto per un dato film (a volte trovare i titoli è più difficile di quanto si pensi). Devo dire che i risultati sono ancora scadenti e nessun film Medusa è uscito - finora… - con un titolo proposto dall’AI. L’uso dell’AI va dichiarato nei titoli e dev’essere discriminante nel momento di ottenere incentivi economici come il tax credit. Il tema vero, come sempre, è l’occupazione. I posti di lavoro”.
Stefano Reali (regista e musicista): “Bisogna vedere anche le opportunità. Se l’AI può abbattere certi costi di produzione, potrebbe spingere noi registi a non ‘autocensurarci’ come facciamo da anni pensando che certi soggetti, certe storie sono troppo costose per le risorse del nostro cinema. Per uscire dalla logica delle due camere e cucina”.
Matteo Rovere (regista e produttore): “Nella mia società, Groenlandia, la usiamo con discrezione e soprattutto per documentazione. Può essere molto utile, nel lavoro di un regista, per ‘simulare’ alcune scene e mostrare a un produttore che tipo di film ha in mente. Fino a qualche anno fa, se un regista mi avesse portato progetti troppo costosi avrei dovuto scoraggiarlo. Se oggi Claudio Giovannesi viene da me e mi propone di fare un film in cui Godzilla distrugge il Colosseo, posso dargli retta” (Claudio Giovannesi, regista e musicista seduto accanto a lui, annuisce ridendo ma il suo prossimo film non sarà Godzilla contro i gladiatori, state tranquilli).
Claudio Giovannesi: “Essendo un chitarrista, per un mio film avevo mandato ad Andrea Moscianese - che scrive le musiche con me - un tema di chitarra che avevo registrato in casa. C’erano dei rumori di fondo, una porta che sbatteva, normali disturbi casalinghi. Siccome il tema era buono, l’abbiamo ripulito con l’AI e l’abbiamo messo nel film. Esistevano già software per fare cose simili, però lunghi e costosi: l’AI l’ha fatto in dieci secondi”.
Marco Pontecorvo
Marco Pontecorvo (regista e direttore della fotografia): “Io ho fatto la fotografia per Il trono di spade e so quanto fosse costoso e impegnativo girare con il blue screen e creare le scenografie in CGI (immagini create al computer). Se una serie così costava, poniamo, cento milioni con l’AI si può scendere a 40, 50 milioni”.
Pivio Pischiutta (musicista, presidente ACMF): “È il famoso tema del pappagallo stocastico: il modello linguistico dell’AI - si chiama LLM, vuol dire ‘large language model’ - ‘pesca’ in serbatoio di informazioni vastissimo, praticamente tutto lo scibile umano, ma non crea. E c’è un altro problema: io ho fatto simulazioni con Suno e questa piattaforma ha fatto un salto di qualità spaventoso nell’ultimo anno. Quel che è vero oggi non sarà più vero domani. Ammetto come musicista di essere spaventato”.
Vito Lo Re (musicista): “Il nostro è un lavoro artigianale. L’AI è un processo di ‘disartigianalizzazione’. Oddio, ho inventato una parola! Però almeno l’ho inventata io, non l’AI”.
Stefano Mainetti (musicista): “È la quarta rivoluzione industriale dopo il vapore, l’energia elettrica e internet. Solo che investe la creatività, perché non copia (quindi non si può accusarla di plagio) e rischia di sostituirla, perché - parlando di musica - non solo scrive, ma realizza. Non sono a rischio i geni, ma le centinaia di produzioni che ogni anno danno lavoro a migliaia di compositori e di musicisti. È un problema che riguarda il mercato del lavoro. Va affrontato prima di tutto da un punto di vista legale”.
Clorinda Abate (avvocato): “Tre majors - Universal, Sony e Warner - sono in causa con Suno. Non bisognerebbe mai dimenticare che le leggi del copyright individuano, per il cinema, quattro tipologie di autori: chi scrive il soggetto, chi scrive la sceneggiatura, il regista e chi scrive le musiche. Negli Stati Uniti sono stati rifiutati i diritti di copyright a opere generate completamente dall’AI. Occorre individuare delle normative che la regolino e obbligare chi la utilizza a dichiararne l’uso. E vanno individuate a livello mondiale, non locale”.
Matteo Fedeli (direttore generale SIAE): “L’AI, detto in soldoni, non è fair, non è giusta perché fa in tempi velocissimi operazioni che il cervello umano non potrebbe fare se non con anni di lavoro. Ma non dimentichiamo che il cervello resta più efficiente perché fa cose che l’AI non può fare, tipo… avere idee originali! La nostra legge sul diritto d’autore risale al 1941 e sancisce tale diritto come un diritto del lavoro. Avere aggiunto alla legge una frasetta sull’AI è del tutto superfluo, perché nessun paese oggi concede che l’AI abbia, per così dire, dei ‘diritti’. È uno strumento. Il diritto d’autore è antropocentrico e tale deve rimanere”.
Mauro Di Bella (musicista, informatico, esperto di AI): “Sarebbe bene non dimenticare che ogni volta che inviamo richieste a ChatGPT o ad altre AI, inquiniamo. A livello di software l’AI è immateriale, ma a livello di hardware parliamo di enormi macchinari stipati in capannoni immensi che consumano una quantità mostruosa di energia elettrica e tonnellate di acqua necessarie al raffreddamento. La “carbon footprint”, l’impatto ambientale dell’Intelligenza Artificiale è incommensurabile. Pensiamoci, quando la usiamo per giocare”.
Christiano Presutti (informatico, cofondatore del collettivo Luther Blissett): “Il tema dell’inquinamento è cruciale, in Cina stanno addirittura pensando di costruire impianti subacquei per risparmiare sul raffreddamento. Sarebbe anche bene ricordare che l’AI è in mano a pochissime aziende multimiliardarie e che il suo impatto sul cinema è pari, forse, allo 0,0001% del loro business che si concentra soprattutto sui social media. Tutta la tecnologia sottesa, per esempio, a TikTok è infinitamente più importante del cinema. Fermarla è impossibile. Darle delle regole è obbligatorio, ma non sarà facile”.
Non abbiamo riportato parole di Alessandro Molinari, musicista, anche lui dell’AMCF. Ha parlato sulla linea dei suoi colleghi, ma soprattutto ha fatto un’altra cosa. Si è seduto al pianoforte e assieme al violinista Pierluigi Pietroniro ha eseguito un tema dalla colonna sonora di C’era una volta in America. Il tutto nella stessa sala nella quale Morricone ha inciso quelle musiche. Il suono di due strumenti “vivi”, suonati da artisti “umani”, è qualcosa che nessun software eguaglierà mai. È molto semplice, persino banale, ma è la verità. Potremmo chiudere con un’altra battuta di Piovani: “Io non uso l’AI ma prima di venire qui le ho chiesto di scrivermi un tema musicale ‘alla Piovani’. Ci ha messo tre secondi. È un tema assolutamente non peggiore di tanti temi che ho scritto al pianoforte. E ora che esiste, cosa me ne faccio? Magari lo depositerò in SIAE”.