Spettacoli

Helen Mirren: “Amo interpretare le regine, le uniche donne ad avere potere”

Helen Mirren: “Amo interpretare le regine, le uniche donne ad avere potere”

Premio alla carriera al festival di Taormina, l’attrice racconta che il suo compito è quello che Shakespeare le ha insegnato: “Comunicare la fallibilità, la stupidità, la genialità, la forza, la dolcezza, la violenza e la gloria dell’essere umano”. E sulle polemiche legate a Israele: “L’antisemitismo è pericoloso. Ma ciò che ha fatto il governo israeliano è distruttivo, anche per il nostro potenziale amore verso Israele”

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TAORMINA – A ottant’anni Helen Mirren, camicia bianca e gonna fucsia, si siede nella terrazza di un hotel a strapiombo sul mare e risponde a un fuoco di fila di domande, tra lavoro – qui al Taormina Film Festival riceve il premio alla carriera – e attualità: l’aggressione subita, la questione israeliana le polemiche lavorative e nuovi progetti, anche con il suo amico Checco Zalone.

Helen Mirren al Taormina Film Festival

Helen Mirren al Taormina Film Festival

 

Sul tempo che passa ha le idee chiare, e le ha ereditate da sua madre: quando hai vent’anni, l’idea di averne quaranta è terribile. Poi ci arrivi ed è bellissimo. Lo stesso a sessanta. “Perdi la bellezza della giovinezza”, dice, “ma guadagni altre cose e alla fine c’è un equilibrio. Va bene così. Non preoccupatevi”.

Ama interpretare le regine perché avevano “potere, capacità di agire, in epoche in cui quelle erano le uniche donne a possederli davvero”. Caterina la Grande ed Elisabetta I le hanno dato personaggi di forza e iniziativa. Elisabetta II, ammette, un po’ meno. Quando le chiedono in quale momento della sua vita si sente una regina, sorride: “Quando vengo a Taormina e mi ritrovo in una suite di un bellissimo albergo”.

Nella serie MobLand interpreta invece una persona orribile, e lo dice con evidente soddisfazione. “È divertentissimo. Jez Butterworth è uno scrittore geniale. Alla fine, quello che vuoi è un personaggio che abbia forza, iniziativa, interesse”. Sulla possibilità di una terza stagione (la seconda arriverà in autunno su Paramount+) con Tom Hardy – al centro di voci non confermate su comportamenti difficili sul set – non ha dubbi: “In un battito di ciglia. Adoro Tom, penso che sia un attore straordinario. Attori diversi hanno processi diversi. Negli anni ho imparato che alcune persone arrivano subito al risultato e altre hanno bisogno di più tempo. Finché ciò che appare sullo schermo è fantastico, per me va bene qualunque sia il percorso per arrivarci. Tom è una persona davvero speciale. Ha un cuore gentilissimo e penso sia assolutamente straordinario. Quindi il mio sostegno nei suoi confronti è sincero, sentito e totale”. Poi aggiunge, con una formula tutta britannica: “A volte la gente si annoda le mutande. (significa che si complica le cose ndr). Ma andremo avanti e sarà ancora migliore”.

Per 1923 invece non ci sarà una nuova stagione al fianco di Harrison Ford e Mirren sembra trovarlo giusto così. “Taylor Sheridan l’ha sempre concepita come una storia completa. E questa è una cosa che amo: le storie non devono andare avanti per sempre. C’è un inizio, una parte centrale e una fine. Questo è ciò che dovrebbe essere il dramma”. Ogni attore e ogni attrice, aggiunge con un sorriso, vogliono recitare in un western: “Tutti vogliono essere rockstar e, subito dopo, vogliono fare un western”.

Avrebbe adorato essere una cattiva di James Bond. “Una villain. Ma all’epoca non c’erano vere cattive donne nei film di Bond. Forse oggi sì. Forse oggi, grazie ai progressi fatti, potrebbe succedere”. Del suo amico Checco Zalone parla con affetto genuino.

Lo ha scoperto su un aereo diretto in Puglia, dove ha casa. “Guardai uno dei suoi film. Non capii una parola. Il mio italiano è buono, ma non capii assolutamente nulla. Non aveva sottotitoli eppure lo adorai. Adorai lui”. Da allora sono diventati amici. “Fa una pizza eccellente. Sa davvero come prepararla e infornarla nel modo giusto”. C’è un’idea per qualcosa da fare insieme, dice, anche se non sa se si realizzerà davvero: “Continuo a supplicarlo”. Confessa un tifo smodato per il Lecce “la mia squadra del cuore, ho la maglia giallorossa con dietro scritto Mirren”.

Sul femminismo è diretta: crede che la battaglia per i diritti delle donne sia più urgente oggi di quanto non lo sia stata negli ultimi sessant’anni: “Trovo terrificante che negli Stati Uniti ci siano persone che detengono il potere e stanno letteralmente dicendo che alle donne non dovrebbe essere permesso di votare” dice riferendosi a Trump. Ogni volta che alle donne vengono dati autorità e sostegno economico, dice, la vita migliora per tutti: “E ho la sensazione che ci siano sempre, sotto la superficie di ciò che è bello, delle forze oscure che vogliono prendere il sopravvento. E noi lo stiamo vedendo in tutto il mondo”.

Vive tra Regno Unito e Stati Uniti, suo marito Taylor Hackford è americano, eppure confessa di non aver mai capito fino in fondo cosa significhi essere americani. “Una persona del Colorado è completamente diversa da una della Louisiana, che è completamente diversa da una della California o dell’Alaska. Quando dico ‘sono inglese’ so cosa intendo. Mi vengono in mente un campo, una quercia, un piccolo cottage”.

(reuters)

L’11 settembre del 2001 era a New York, stava preparando uno spettacolo teatrale, abitava a Chelsea. “Mentre andavo alle prove, guardando dal finestrino dell’auto vidi crollare la seconda torre. In quel momento capii cosa significasse essere in America. Comprai una bandiera americana e la misi fuori dalla finestra”. Quando il marito la raggiunse e vide la bandiera le chiese cosa stesse facendo – lui è un democratico, un americano di sinistra, e per molti quella bandiera è associata a posizioni conservatrici – “io gli risposi: quando si arriva al dunque, io sono americana. Sto da questa parte, non dall’altra”. Sul sogno americano è però più incerta. “Forse è l’idea di libertà. Ma quando in un Paese che si definisce il simbolo della libertà si parla di togliere diritti alle donne, allora non so più cosa pensare”.

Sullo streaming è cauta, non apocalittica. Le si chiede di commentare le affermazioni di Dan Lin, responsabile della divisione film di Netflix, che ha dichiarato che la piattaforma dovrebbe non lavorare con quei registi che considerano l’uscita in sala una condizione imprescindibile. “Mi piace andare al cinema e vedere un film insieme ad altre persone, quell’esperienza collettiva è una cosa che in parte stiamo perdendo – dice – e quando le cose cambiano bisogna vedere cosa succederà dopo”.

A novembre un uomo l’aveva apostrofata in strada nell’East London come una “put… malvagia sionista”. Il video è circolato online solo nelle ultime settimane. Mirren liquida l’episodio con una certa freddezza: era un uomo forse “eccessivamente passionale, forse non del tutto stabile, che probabilmente aveva letto qualcosa di sbagliato su internet”. Poi però invita a non fermarsi lì, dice quello che pensa davvero. “Da una parte sì, la crescita dell’antisemitismo è qualcosa di terribilmente facile e pericoloso. Dall’altra penso che ciò che il governo israeliano ha fatto sia stato profondamente distruttivo. Distruttivo per Israele stesso. Distruttivo per la nostra comprensione di Israele. Distruttivo per il nostro potenziale amore verso Israele”. Poi imbocca una strada inaspettata. Chiede perché Caterina la Grande fosse chiamata “la Grande”. Perché conquistava territori. Prese la Crimea. “Era come Putin – rimarca – perché Alessandro Magno era chiamato Magno? Perché invadeva, uccideva, distruggeva città. Perché ricordiamo Gengis Khan? Con una brutalità incredibile e una crudeltà inimmaginabile, conquistava territori. Ed è questo che mi devasta”.

Ha interpretato Golda Meir, ha lavorato in un kibbutz poco dopo la Guerra dei Sei Giorni. “Quello era l’Israele idealista. Pensavo fosse un Paese che non avrebbe mai fatto del male. Ma naturalmente stava già facendo del male anche allora”. E prima ancora, rispondendo a una domanda diversa, aveva usato parole ancora più nette riferendosi alle azioni verso i palestinesi: “Come si può ripetere ad altri popoli ciò che è stato fatto al proprio popolo? Si chiamano crimini contro l’umanità”.

Come attrice, dice, il suo compito è quello che Shakespeare le ha insegnato fin dall’inizio della carriera: comunicare la fallibilità, la stupidità, la genialità, la forza, la dolcezza, la violenza e la gloria dell’essere umano. “Questo è il nostro lavoro”. Si ferma un momento. “Tutto ciò che posso dire è che credo in Shakespeare. È davvero l’unica cosa che posso dire”.

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